Dottor Nicodemo, Lei è autore del libro Disinformazia. La comunicazione al tempo dei social media, pubblicato per i tipi di Marsilio: viviamo nell’epoca della post-verità?
Disinformazia. La comunicazione al tempo dei social media Francesco NicodemoAbbiamo riscoperto il significato del termine post verità grazie a Oxford Dictionaries che l’ha usato per definire il 2016 per indicare sostanzialmente la tendenza dilagante da parte delle persone di sviluppare le proprie opinioni non più sulla base di fatti ma di fattori emotivi. Molti fatti inoltre sono presentati con toni sensazionalistici proprio per non passare inosservati e spesso questo tratto diventa più rilevante dell’attendibilità stessa di quello che viene presentato. In altre parole molte bufale, le fake news, vengono veicolate per non passare inosservate e ci si preoccupa poco o zero della loro veridicità. Le notizie false sono sempre esistite ma ciò che è cambiato rispetto al passato è che grazie alla rete tutti possono sapere qualsiasi cosa in qualsiasi momento e vengono poste sulle stesso piano fonti autorevoli e non, ciò spiega la peculiarità e dunque la portata del fenomeno.

La Rete da voce alle istanze più disparate, amplificandone l’eco: è il caso dei populismi e della demagogia.
La rete ha numerosi aspetti positivi ma presenta anche delle dinamiche controverse, penso alle bolle filtro costruite intorno agli algoritmi che insieme alla tendenza dell’uomo al conformismo portano gli utenti a interagire solo con chi la pensa come loro. Penso alle camere dell’eco e alla polarizzazione, ovvero al fatto che a furia di parlare con chi condivide le nostre stesse opinioni, queste ultime possano diventare ancora più estreme. Queste caratteristiche sembrano adattarsi alla perfezione ai populismi e alla demagogia che puntano a non lasciare mai indifferenti e a pungolare l’emotività delle persone.

Eppure sono numerosi gli esempi di uso virtuoso delle potenzialità offerte dai social media.
La rete e i social media presentano una serie di vantaggi, stiamo parlando probabilmente della scoperta più rivoluzionaria degli ultimi decenni. Chiunque in qualsiasi parte del mondo e in qualsiasi momento può venire a conoscenza di ciò che vuole. Il sapere non è più rinchiuso in luoghi inaccessibili e inoltre non ci sono più i mediatori di quello stesso sapere a spiegare come stanno le cose. Il web inoltre non offre solo possibilità di conoscenza ma permette anche di esprimere pareri e opinioni, di confrontarsi con altre persone e quindi in generale, offre occasioni di apprendimento e confronto. Si possono annoverare molti esempi di campagne partite dalla rete per raccogliere fondi o in generale per attivarsi per una giusta causa. Esiste senza dubbio un uso virtuoso della rete.

Su cosa deve basarsi un nuovo paradigma di comunicazione politica?
In Disinformazia ho cercato di spiegare da curioso cosa sta succedendo nella comunicazione digitale e provo a indicare una strada possibile. Nel caso della comunicazione politica è importante lo storytelling. Fornire una cornice narrativa a fatti ed eventi, in generale raccontare è un’azione che esiste da millenni nella nostra cultura e l’aspetto più rilevante è che dall’altra parte non c’è un soggetto che si limita ad ascoltare, bensì una persona che è chiamata a partecipare. Chi narra a un certo punto può fermarsi e chiedere all’altro di continuare, c’è uno scambio e in politica il confronto, il dialogo, la partecipazione è fondamentale. Chi parla deve potersi immedesimare nell’altro e ricevere da quest’ultimo dei feedback.

Nel Suo libro, Lei arriva a teorizzare un “partito digitale”: una strizzatina d’occhio al blog di Beppe Grillo?
Il digitale è un’opportunità di partecipazione politica ma io la interpreto diversamente dal M5S.
Il partito digitale a mio avviso è quello in cui online e offline interagiscono, quello della rete di reti in cui ciascuno è chiamato non solo a venire a conoscenza di iniziative politiche, di informazioni e così via ma a dire la propria, consapevole che le proprie istanze saranno feedback preziosi. Il partito digitale è quello in cui ciascuno può diventare influencer del proprio gruppo non solo di amici online ma di colleghi, conoscenti e parenti nella vita reale. Ogni persona collega e unisce altre persone e crea ponti tra piccole community reali e virtuali con un effetto moltiplicatore sulla partecipazione che migliora anche sotto l’aspetto qualitativo. Per rinvigorire la democrazia rappresentativa e ricostruire la fiducia è necessario coinvolgere le persone non solo al momento del voto ma sempre. Dal basso arrivano suggerimenti e spunti preziosi che non possono essere ignorati e la rete rappresenta uno strumento utilissimo. Ci sarebbe molto da dire su questo punto, non a caso a questo dedico la parte finale di Disinformazia.

Francesco Nicodemo, esperto di comunicazione e innovazione digitale, lavora a Palazzo Chigi nello staff del Presidente del Consiglio. Già consigliere alla comunicazione di Matteo Renzi, è stato il responsabile nazionale della comunicazione del PD tra il 2013 e il 2014. Collabora con l’Università Luiss Guido Carli di Roma alla cattedra di Diritto del Web.