“Dirsi tutto. L’arte della comunicazione totale” di Dario Fertilio

Prof. Dario Fertilio, Lei è autore del libro Dirsi tutto. L’arte della comunicazione totale edito da Lindau: quale rilevanza assume, tra le diverse attività umane, la comunicazione?
Dirsi tutto. L'arte della comunicazione totale, Dario FertilioComunicare per noi è vivere. Ne abbiamo bisogno come dell’aria che respiriamo. La disponibilità di ossigeno è l’informazione di cui i nostri polmoni sono spasmodicamente alla ricerca. Comunicare significa poter ricevere, e trasmettere, ogni genere d’informazione sul mondo che ci circonda. Senza di esse, deperiamo e, sempre più vulnerabili, ci offriamo come possibili bersagli agli imprevisti, ai predatori, alle malattie e alla morte.

La natura ci ha predisposti, come e più di ogni altro essere e specie vivente, a raccogliere d’istinto un gran numero di informazioni, e a servircene, reagendo nel minor tempo possibile a un segnale inatteso. Ma saper padroneggiare realmente questa capacità richiede qualcosa di più dell’istinto e delle abilità innate: è una vera e propria arte con le sue teorie e tecniche, inclusa la padronanza di innumerevoli sfumature e il ricorso appropriato a vari effetti, così come qualsiasi altra disciplina sfrutta e trasforma i suoi elementi di base (siano essi parole o note, materiali o movimenti, formule o luci, colori o leggi fisiche, o qualsiasi altra cosa).

Il comunicare in modo sempre più efficace e persuasivo induce in chi pratica quest’arte un senso di completezza, e in chi ne è il destinatario spesso risveglia facoltà sopite. Per questo la pratica comunicativa non si esaurisce nel trasferire un’informazione da una persona e da un luogo a un altro, e neppure costituisce un modo più o meno piacevole di abbellire la realtà, come farebbe un commerciante avvolgendo il suo prodotto in una confezione regalo. Essa rappresenta invece un di più rispetto alla nuda natura dei rapporti sociali, eleva quest’ultima al di sopra dei suoi limiti, liberandone le potenzialità inespresse, così da ottenere maggiore qualità informativa, proprio come uno scultore crea forme inedite utilizzando la materia di partenza.

Perché comunichiamo?
L’incessante urgenza di comunicare in modo adeguato non è esclusiva del genere umano. Ogni creatura vivente, dalle amebe agli organismi più complessi, colleziona informazioni necessarie al suo sviluppo e alla sopravvivenza. Il che vale naturalmente anche per gli esseri appartenenti al regno vegetale, molti dei quali possiedono un loro sistema nervoso, in grado di percepire il dolore e le aggressioni esterne, stimolando reazioni adeguate nell’organismo. E riguarda persino i minerali e i gas diffusi nell’atmosfera: l’influsso del caldo e del freddo condiziona lo stato delle rocce e la volatilità dei composti chimici.

Ma noi in particolare, in quanto esseri superiori, siamo immersi in un caleidoscopio di forme, odori, suoni, percezioni gustative e tattili che ci stimolano continuamente, confermando la nostra presenza nel mondo. E, oltre ad esse, siamo visitati da memorie, intuizioni, premonizioni. Riconoscere il significato delle domande che ci si affollano intorno, ed elaborare le risposte adatte, genera in noi un piacere originario, intenso, che compensa di per sè le sofferenze del vivere.

Siamo così desiderosi di comunicare, da sentire la necessità di farlo anche in assenza del destinatario, e delle sue risposte. Spesso, più o meno inconsciamente, volgiamo i nostri pensieri, in forma di interrogativo religioso o laico, a chi non ci è accanto. Benché il silenzio, di fronte ai nostri appelli, generi un senso tormentoso di vuoto, siamo egualmente propensi ad affrontarlo.

La mancanza completa di comunicazione e il mutismo dell’essere, d’altra parte, possono sconfinare persino nell’orrore. È il grido estremo (“L’orrore! L’orrore!”) che Kurtz, il protagonista del romanzo di Joseph Conrad, Cuore di tenebra, lancia prima di morire. La sua disperazione non nasce dalla consapevolezza di una resa inevitabile alla natura selvaggia che lo circonda, ma dal silenzio stesso della giungla, refrattario ad ogni significato. Il “cuore di tenebra” invade colui che ha la sensazione d’essere solo, assurdamente solo, ignorato e sperduto in un universo privo di coscienza.

Per questo ci immedesimiamo così prontamente nelle situazioni evocate dai racconti d’avventura, o di fantascienza. Non è difficile – e infatti trova un’eco nel ricordo delle nostre paure ancestrali – metterci nei panni di Robinson Crusoe, confinato su un’isola deserta e costretto a rivolgersi esclusivamente agli animali, alle piante, alle maree – eppure stoicamente deciso a mantenere vivo un suo sistema di classificazione dei giorni, e di segnalazione del proprio esistere. È lo stesso impulso primordiale che nel film “Sopravvissuto” spinge l’attore Matt Demon, astronauta abbandonato su Marte dai compagni di viaggio, a ricostruire un ecosistema terrestre in un angolo del pianeta rosso. E a “far parlare” la natura selvaggia in modo che qualcuno sulla Terra possa raccoglierne il messaggio, venendo a salvarlo.

La capacità di inviare e ricevere informazioni, in forma sensibile o simbolica, è la nostra unica vera difesa contro l’orrore della natura insensata, e dell’assurdo. La pandemia da Covid, troncando i contatti tra i sani e gli ammalati confinati negli ospedali, ha rivelato come l’aspetto spaventoso di quel virus non risiedesse principalmente nella sua mortalità, bensì piuttosto nel muro impenetrabile che esso erigeva attorno a chi lottava per la vita, privo della elementare possibilità di congiungersi fisicamente alle persone care. L’apparente casualità del virus nel colpire gli inermi mostrava – proprio come la giungla del “Cuore di tenebra” – la sua logica inumana e priva di un disegno intellegibile.

Al linguaggio indecifrabile della natura – che si manifesta nelle gigantesche collisioni astrali come nelle microscopiche aggressioni predatorie dei virus ai danni degli organismi terrestri – noi siamo in grado di opporre soltanto la nostra inesausta ricerca di un filo conduttore dell’esistenza, abbastanza definito da permetterci di seguirlo. Per riuscirci disponiamo di una vastissima tastiera di emozioni, sensazioni, percezioni e intuizioni che non ci fanno sentire soli, e sono alla base dell’impulso collettivo a comunicare.

Quali sono opportunità e rischi della comunicazione?
Noi tutti, in quanto esseri comunicanti, subiamo costantemente l’influsso di due forze tra loro antitetiche: il campo del potere e quello della libertà. Questo accade perché esercitare un ruolo nella comunicazione – come io stesso che in questo momento scrivo, mentre voi mi leggete – equivale a controllare i significati, indirizzare i pensieri e indurre le risposte altrui. E noi tutti, inoltre, siamo spinti a conoscere comunicando perché siamo alla ricerca della nostra verità, ma allo stesso tempo subiamo per empatia le emozioni altrui, e tendiamo a farle nostre. Inoltre agisce su di noi il freno della paura, indotto da chi vuole esercitare su di noi il suo dominio, minacciando punizioni e ostracismo se non obbediamo alle regole della “correttezza”.

Il campo del potere può esprimersi attraverso il linguaggio scientifico autoritario (“lo ha detto la scienza”), oppure tecnologico (“scarica l’app e segui le regole”), o medico (“adotta le regole di comportamento stabilite senza discutere”) o ideologico (“il senso della storia è stabilito, tu puoi interpretarlo ma non contestarlo, altrimenti se un sovversivo, un reazionario eccetera”).

Al campo del potere occorre opporre quello della libertà comunicativa, che si esprime anzitutto mediante il rifiuto, la messa in discussione degli stereotipi (ne abbiamo tanti di moda, dalla “sostenibilità” alla “inclusione”, “dai “diritti” alla “neutralità del linguaggio”, eccetera). Quindi, imparando le tecniche creative della retorica (invenzione dei temi, disposizione nel discorso, modo di esporli oralmente o con la scrittura, accompagnandoli con un coinvolgente linguaggio non verbale, imprimendo i concetti nella mente dei riceventi). E ancora, perfezionando la grammatica, padroneggiando la dialettica come ricerca comune della verità, sospendendo le ideologie personali. E anche, perché no, imparando a sedurre il proprio pubblico.

Proprio sul confine tra campo del potere e campo della libertà si trova la professione del giornalista, che deve esercitare sempre la funzione di “antipotere”, mettendo in discussione le verità prestabilite. Per questo in “Dirsi tutto” un capitolo è dedicato a chi inizia o già pratica la difficile arte giornalistica.

Come è possibile riconoscere le tattiche e i trucchi con cui ogni forma di potere, a cominciare da quello tecnologico, cerca di condizionarci?
Nel momento stesso in cui ci sforziamo di ridurre la realtà comunicativa a un insieme ben ordinato di considerazioni e regole, noi in realtà finiamo col tradirla. Questo perché la creatività dell’essere umano è in continua metamorfosi, e il solo prenderla in considerazione già la modifica, al di là delle migliori intenzioni.

Conoscere significa, in realtà, accettare le smentite, i corti circuiti, gli equivoci e le conseguenze non intenzionali delle nostre azioni e di quanto percepiamo. È necessario resistere alla tentazione del costruttivismo, l’ideologia consolatoria che promette di modificare la natura umana, attraverso una serie di costrizioni, programmazioni e regolamenti, rendendola diversa e migliore. La promessa ingannevole di un futuro perfetto che sarà abitato da una umanità nuova, sana, altruista e pacifica, viene rilanciata ogni volta: oggi più che mai, in un tempo in cui le libertà individuali, e quelle pubbliche, sono considerate accessorie e relative, ammissibili soltanto se convalidate da una autorità superiore. E intanto le si vorrebbe rivestire di nuove identità, costringerle a parlare una lingua emendata e corretta, dilatarle attraverso una moltiplicazione infinita dei diritti, manipolarle lungo tutto il percorso compreso tra la nascita e la morte.

La natura umana, nell’incalzante susseguirsi delle sue manifestazioni e scoperte, non può essere imprigionata in una gabbia di regole. Queste ultime ci forniscono soltanto gli strumenti di navigazione, in modo da permetterci un orientamento provvisorio; il resto va conquistato individualmente, sperimentando e rischiando di persona. Lo richiede il processo continuo, e non determinabile in anticipo, della creatività comunicativa.

Dario Fertilio (1949) vive a Milano. Giornalista e scrittore, con Vladimir Bukovskij ha lanciato il Memento Gulag, giornata della memoria per le vittime dei totalitarismi. Alterna articoli sulla stampa italiana e internazionale a narrativa, saggistica e teatro. Tra i suoi libri, i racconti de La morte rossa (Marsilio), i saggi Il virus totalitario (Rubbettino) e Dirsi tutto, l’arte della comunicazione totale (Lindau). Insegna Teorie e tecniche della comunicazione giornalistica alla Statale di Milano. Predilige i temi della ribellione al potere ingiusto e della libertà di comunicare.

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