Diritto privato comparato. Letture interdisciplinari, Nicola BruttiProf. Nicola Brutti, Lei è autore del libro Diritto privato comparato. Letture interdisciplinari edito da Giappichelli: qual è l’utilità della comparazione giuridica?
Il diritto costituisce un fenomeno in costante cambiamento, diversamente da quanto siamo abituati a pensare. Si evolve nel tempo e nello spazio con ritmi e modalità cangianti che molto spesso sfuggono ad uno stretto controllo umano. L’umanità, con varietà di formule, può al massimo cercare di produrre il diritto ed applicarlo; ma non sempre i risultati sono in linea con le attese. Operazione altrettanto fondamentale è ricavare il diritto da una pluralità di fonti di produzione, che potrebbero non essere univocamente riconoscibili.

Di fronte a fenomeni in cui la connotazione territoriale è andata perdendo un ruolo qualificante a favore dell’universalità, spicca l’insufficienza di approcci meramente domestici. Si pensi ai profondi cambiamenti, non solo economici, ma climatici, migratori-antropologici, neotecnologici i quali richiedono un contributo sovranazionale nel ricercare soluzioni giuridiche ad hoc e probabilmente sollecitano sensibilità plurali e nuove forme deliberative.

Questa porosità del fenomeno giuridico, sempre più evidente nell’epoca attuale, rilancia e rinnova il ruolo strategico della comparazione giuridica.
Un atteggiamento disinteressato alle soluzioni giuridiche adottate al di fuori dei propri confini politico-statuali appare, in epoca moderna, del tutto inadeguato. I sistemi giuridici stranieri rappresentano una miniera di idee e di esempi, perché offrono modi alternativi per capire ed affrontare problemi sociali comuni.

In tal senso, il diritto comparato, in una società sempre più globale e multiculturale, può costituire anche un “sapere-ponte“ tra le varie discipline giuridiche e i diversi metodi di studio.

Quale rilevanza identitaria e sistemica assume il linguaggio e quali sfide pone la traduzione giuridica?
Il discorso giuridico, potente strumento, oltre che di regolamentazione, di rappresentazione del mondo, è frutto di una sedimentazione storica millenaria e di saperi sofisticati. Il suo veicolo è un linguaggio speciale che si innesta sulle lingue naturali, generando combinazioni e varianti linguistiche. Ciò presuppone ed alimenta un forte legame non solo geopolitico ma anche operativo del diritto con comunità radicate in un determinato territorio, con certe tradizioni linguistico- culturali. Si pensi al prestigio del codice civile nei grandi stati nazionali continentali durante il “secolo lungo” ed alle fortune del common law nei dominii britannici. Ma tutto questo non è immutabile.

Entrare in contatto con esperienze giuridiche “altre” sembra, da alcuni anni, reso più agevole dall’avvento dell’inglese quale lingua veicolare e dalle potenzialità comunicative della rete Internet. Ciò ha impresso una forza propulsiva al dialogo sovranazionale diretto a ricercare “trapianti giuridici” o forme di armonizzazione ed uniformazione del diritto. Tradurre, o meglio rielaborare, testi giuridici in altre lingue richiede non solo competenze linguistiche, ma una comprensione profonda delle differenze culturali e delle conseguenti peculiarità dei linguaggi giuridici. Ciò richiede competenze sia tecnico-legali, sia umanistiche ed antropologiche: lo vediamo con la sfida dell’integrazione migratoria, con l’elaborazione di politiche comuni di diversi stati.

Uno degli esempi più significativi, pur con i relativi difetti, si trova nella crescente influenza esercitata, negli ultimi decenni, dal diritto e dalle istituzioni dell’Unione Europea sul diritto interno dei singoli stati membri. Qui l’uso istituzionale della lingua inglese è stato funzionale alla ricezione di modelli non necessariamente anglosassoni, dando vita ad un linguaggio giuridico in parte nuovo (Legrand).

Anche in ipotesi di abbandono dell’UE da parte del Regno Unito, sembra plausibile che questo inglese ibrido continuerà ad evolversi, rimanendo la koiné di quelle istituzioni, pur non annoverabili tra i sistemi di common law. Un solido progetto ordinamentale porta solitamente al formarsi di un proprio linguaggio giuridico, elemento non secondario nel deciderne le sorti.

Quale impatto hanno avuto sul diritto comparato il modello neoliberale e l’Economic Analysis of Law?
A partire dalla seconda metà del novecento e con la più recente globalizzazione neoliberale, si è avvertita una spinta omologante nel campo del diritto comparato. Si tratta di una progressiva convergenza della cultura giuridica in un unico schema di diritto, frutto della massiccia espansione del modello di Common law e dell’influenza di nuove istituzioni sovranazionali (soft law). Ciò è stato possibile anche grazie al successo di dottrine, quali l’Economic Analysis of Law (EAL) della scuola di Chicago, che configurano il diritto come mero strumento nelle mani della teoria economica.

La fede nella scelta razionale del privato in vista del massimo profitto ha finito per favorire un predominio della grande impresa capitalistico-finanziaria, anche rispetto agli ordinamenti statuali.

Le ricadute negative di un’applicazione acritica di quest’approccio sono evidenti: costi riversati su strati più deboli della popolazione o su risorse meno tutelate (ambiente), bias cognitivi, indebolimento degli stati nazionali e conflitti sociali.

Nella prospettiva di Law and Economics, da distinguere dall’EAL, si valorizza l’autonoma raison d’être del diritto, facendola emergere con un metodo attento alla realtà e ai suoi mutamenti (Calabresi). Ciò potrebbe far riscoprire la funzione della comparazione e la varietà e ricchezza delle diverse tradizioni giuridiche.

Suggestiva è ancora l’analisi di Calabresi e Melamed su Property rules, liability rules e inalienability. Essa indica fertili prospettive di indagine, quali una complessa interazione tra diversi principi ordinatori e un superamento di barriere disciplinari posticce.

Quel metodo può essere calato nella prospettiva civilistica che, specie con la rilettura costituzionale, sembra garantire una vasta gamma di soluzioni tra norma inderogabile, regola opzionale e rilevanza di interessi non patrimoniali.

In che modo è possibile ampliare i nessi interdisciplinari?
Ho parlato della necessità del diritto comparato di non divenire ancella di una visione rigidamente utilitaristica, e di liberarsi da complessi di inferiorità, o di superiorità, rispetto all’economia.
Se il diritto non coincide con la teoria economica prescelta, non necessariamente dovrà privilegiarsi quest’ultima, in quanto nessuno dei due ha il monopolio sulla corretta rappresentazione del mondo e dei suoi valori (Calabresi).
Ciò implica, a mio avviso, una necessità di diversificare le narrazioni, ampliando una presa empatica sulla realtà e dando voce alle critiche dei modelli dominanti.
Queste ricostruzioni alternative le troviamo anche nella finzione artistico-letteraria. Di qui l’attenzione per gli studi di Law and Humanities.

Ad esempio, il cinema, nel narrare casi e comportamenti, puó mostrare efficacemente, a volte più di un’indagine parlamentare, quali effetti possano produrre i modelli giuridico-economici citati nella vita quotidiana. Può funzionare come un potente strumento di risveglio e consapevolezza dei diritti fondamentali, quali la dignità della persona.
In diverse law schools, i legal movies (film a sfondo giuridico) sono utilizzati proficuamente a fini didattici. Nel mio libro se ne propone un ruolo guida nel dialogo economia-diritto. Ma vi è ancora molto da esplorare in merito alle potenzialità di questi nessi.

Il valore vincolante del precedente ha trovato ricezione nel nostro ordinamento?
L’attività giurisdizionale, con il suo assetto decentrato e la sua presa pragmatica sulla realtà, costituisce un fattore decisivo, rispetto alla funzione legislativa, nel captare ed adattare il diritto al veloce divenire delle esigenze sociali.

Secondo la comparazione giuridica tradizionale, la portata vincolante del precedente giurisprudenziale (stare decisis) contrassegna i sistemi di common law rispetto a quelli di civil law.
In realtà, questo caposaldo, così come quello del primato della fonte legislativa nel mondo di civil law, riveste un valore relativo.

Se osserviamo la parabola della funzione giurisdizionale nel nostro ordinamento, vediamo che le pronunce della Cassazione ormai acquisiscono un ruolo non soltanto persuasivo o nomofilattico.
Le più recenti riforme prescrivono l’adeguamento delle sezioni semplici della Cassazione al principio di diritto enunciato dalle sezioni unite (art. 374, comma 3, c.p.c.). Nelle loro motivazioni, le sentenze non possono più prescindere da orientamenti consolidati. Con l’art. 360-bis c.p.c., la conformità al precedente diviene persino un filtro processuale, incarnando quell’ideale deflattivo del contenzioso che è tra gli obiettivi prioritari del nostro tempo.

Tutto ciò attribuisce al precedente una valenza vincolante generale che va oltre la specifica lite, facendolo “brillare di luce propria” rispetto al momento legislativo. Seppur in modo del tutto peculiare, il principio stare decisis sembra essere parzialmente recepito nel nostro ordinamento.

Quali sono le attuali tendenze della disciplina comparatistica?
Un’ampia parte dell’elaborazione teorica si sofferma sulla tassonomia degli ordinamenti, basata sullo studio dei formanti del diritto (sistemologia). Notevoli spunti innovativi si hanno oggi nello studio dei sistemi misti o ibridi o in quelli non univocamente riconducibili alle grandi famiglie di civil law e common law.
Anche la traduzione collegata alle metamorfosi del linguaggio giuridico costituisce tema in ascesa.
Un ruolo centrale rivestono, poi, quelle teorie che tendono a misurare e mettere in competizione tra loro diversi sistemi giuridici e singoli istituti in base alle rispettive performances economiche.

L’onda del common law statunitense ed inglese con le sue varianti internazionali sembra, così, destinata a prevalere in molti settori (rapporti Doing Business). Il caso del precedente giurisprudenziale vincolante ne è un esempio significativo.
Naturalmente, tutto ció non deve far pensare a una passiva e generalizzata ricezione di modelli economicamente più efficienti, con la conseguente “fine della comparazione giuridica” (Siems).

Ma è interessante seguire come procede l’innesto di quei modelli rispetto a paradigmi socialmente radicati e spesso refrattari (path dependency).
Il mainstream economico internazionale non ha risparmiato critiche, a volte strumentali, ai modelli di civil law, soffermandosi su “statalismo”, protezionismo ed inefficienze. L’esigenza di riforme in senso liberista e l’abbattimento delle residue forme di welfare sono agitate ora come minaccia, ora come panacea di ogni male.

Ad ogni modo, mi sembra che anche l’attuale dinamismo negli equilibri economico-finanziari globali confermi una lungimiranza del pluralismo metodologico (proprio del Law and Economics) e di un approccio interdisciplinare alla comparazione giuridica.

Nicola Brutti è professore associato di Diritto privato comparato presso l’Università di Padova, abilitato al ruolo di professore ordinario (IUS/02). Tra i suoi recenti lavori: Law and Apologies. Profilo comparatistico delle scuse riparatorie, Giappichelli, 2017; Diritto privato comparato. Letture interdisciplinari, ivi, 2019. Inoltre, è membro di INLAR (International Network for Law and Apology Research) e del collegio dei docenti della Scuola di dottorato in “Diritto internazionale e diritto privato e del lavoro” (Università di Padova).