Diritto e razza. Gli italiani in Africa, Michele BonmassarAvv. Michele Bonmassar, Lei è autore del libro Diritto e razza. Gli italiani in Africa edito da Armando: quando e come si sviluppa in Italia il processo di costruzione della razza? 
Ho scritto questo libro, che deriva dalla mia tesi di laurea ed è pertanto abbastanza risalente nel tempo, con una forte partecipazione morale e emotiva. Mi sono sempre più convinto, negli anni, che l’impronta culturale lasciata dal Fascismo in Italia sia spesso sottovalutata o banalizzata, ricondotta erroneamente a specifiche aree politiche, ignorando che la tendenza alla discriminazione delle minoranze o dei “diversi” è trasversale e inconsciamente presente al di là di facili e definitori steccati politici. È la pulsione al luogo comune, al clichè, alla disumanizzazione del “nemico” del momento, per “razza”, appunto, per credo filosofico o religioso o politico, per provenienza geografica, per orientamento sessuale. Tutto accade quando la assunta differenza diventa di senso comune, ovvia ed evidente. Quando l’individuo scompare dietro la maschera di una categorizzazione.

Ma c’è di più. Quando ho cominciato a lavorare sul tema razziale nelle colonie, partendo dalla legislazione fascista, mi sono presto accorto che c’era un errore. Che quella chiave di lettura era insufficiente e illusoria. Era necessario uscire – anche in questo caso – dallo schema del luogo comune e andare più a fondo e più indietro nel tempo. La razza rappresenta una costruzione teorica, culturale e normativa ottocentesca a formazione progressiva e non è affatto tema che emerga improvvisamente in ragione dell’instaurarsi di un Regime. Regime che, al contrario, raccoglie pulsioni preesistenti e sviluppa un tema già ampiamente radicato nella mentalità collettiva, nelle ansie diffuse, nei luoghi comuni, appunto.

Il processo di costruzione della “razza” è in realtà molto articolato e composito e riguarda, per la verità, l’intera dimensione europea per poi trovare sostegno e riscontro al di fuori dell’Europa stessa (penso, per esempio, agli Stati Uniti d’America e al Giappone). Affrontando e approfondendo il tema credo ci si renda conto abbastanza facilmente del fatto che non si tratta tanto e solo di tragici abbagli legati a precisi momenti storici, bensì del degenerare di una abitudine. È cosa abbastanza abituale per l’umanità – tutta e in tutte le epoche – ragionare per categorie. È rassicurante e asseconda una necessità di natura psicologica e direi quasi atavica e ancestrale. In questo senso ogni epoca prevede le proprie categorie di ragionamento e il concetto di razza non sfugge affatto a questa radice e a questo richiamo. Se pensiamo, per esempio, alla società medievale, scopriamo che ogni persona è portatrice di uno statuto legato, di volta in volta, alla provenienza geografica, alla appartenenza religiosa (basti pensare allo “statuto” dell’ebreo e a tutte le peculiarità e limitazioni sociali, economiche e giuridiche che questo porta con sé per secoli), al genere sessuale, alla condizione familiare. L’idea di essere umano come soggetto unitario è estremamente recente e, purtroppo, assai fragile e sotto continua minaccia. Minaccia dettata dal fatto che si tratta di idea che presuppone una capacità di astrazione. È estremamente più intuitivo e immediato considerare le persone per come si palesano all’occhio o – si potrebbe pericolosamente dire, con l’espressione più letale per ogni progresso sociale e giuridico – al “buon senso”. È certamente di “buon senso” notare le differenze di pigmento tra le persone così come le differenze di genere sessuale ovvero quelle (peraltro quasi sempre solo apparenti e di superficie) legate ai culti religiosi. Insomma le differenze sono tanto illusorie quanto apparentemente evidenti e incontestabili e, in questo senso, rassicuranti come ogni stereotipo. Il concetto di razza, con il suo multiforme portato strumentale, non sfugge a questo meccanismo psicologico. Non a caso le prime teorizzazioni razziali prendono forma nella Francia di metà ottocento, nel cuore di un’Europa scossa e stravolta nelle sue fondamenta tradizionali dal lascito dell’Illuminismo, della Rivoluzione Francese e nel pieno dei Risorgimenti nazionali. È una Francia in decadenza, in conflitto in una Europa disorientata e impaurita. Contesto che, francamente, non può non richiamare taluni aspetti dell’Europa odierna e non a caso linguaggio, mentalità e torsioni politiche stanno riemergendo. C’è insomma, nel corso dell’ottocento, una percezione diffusa di decadenza e un disagio generale dovuto alla perdita di punti di riferimento. La teoria della razza si presta pertanto pienamente a soddisfare la necessità di ordine e di certezza in un contesto di angoscia diffusa. Quando si perdono certezze circa la propria identità si finisce per sentire l’esigenza di inventare l’”altro da sé”. Un altro da sé che se da un lato permette di definire sé stessi, dall’altro può essere individuato e additato come responsabile dei problemi e delle inquietudini che si vivono. In questo senso le pulsioni razziste, così come la tendenza al conflitto nazionalistico sono un portato della propria debolezza e del senso di impotenza di fronte alle complessità. Questa necessità di rassicurazione e categorizzazione cerca poi in quegli anni riscontri in grottesche forzature delle teorie di Darwin e, in generale, nella strumentalizzazione delle giovani e innovative idee positiviste. L’approccio tassonomico si presta in modo evidente all’operazione di categorizzazione degli esseri umani. Sotto quest’ultimo profilo, poi, l’Italia presenta delle peculiarità. Nei decenni che portano all’unificazione nazionale l’armamentario positivista risulta ideologicamente utile nell’ambito della battaglia laica contro il predominio oscurantista pontificio, offrendo contemporaneamente spunti di modernizzazione e collegamenti culturali solidi con il resto d’Europa. È fatto noto, tra gli altri, che occasione di applicazione di alcuni metodi di matrice positivistica è l’annessione del Mezzogiorno al Regno d’Italia. In quell’area parte della popolazione è oggetto di classificazioni “razziali” e di studi antropometrici.

Le successive vicende coloniali, appena all’indomani dell’Unità d’Italia e costantemente fino al termine della seconda guerra mondiale, fanno il resto.

In che modo l’esperienza coloniale italiana pone le basi per le successive politiche razziali?
Le esperienze coloniali rappresentano il vero e proprio campo di elaborazione e applicazione delle politiche razziali. Questo accade per tutte le potenze coloniali e dunque anche per noi. È in quest’ambito che emerge chiaramente la natura strumentale della categoria di “razza”. Utile per stabilire una politica di differenziazione e di dominio basata, appunto, su una apparente “evidenza”: la differenza somatica tra bianchi e neri da un lato, la diversità dei costumi tra italiani e africani dall’altra. Differenziazioni, appunto, di facilissima lettura e comprensione da parte delle opinioni pubbliche europee e date dunque per scontate. D’altronde le politiche razziali si fondano su un presupposto fondamentale: l’immaginario collettivo. Il campo di prova più evidente per l’esperienza italiana è rappresentato naturalmente dalla prima colonia: i territori sottratti all’Impero Etiope e denominati, nel 1890, “Eritrea”. Prende da subito forma, in colonia, la volontà politica di assecondare la percezione unanime di superiorità e di tenere il più possibile separate le popolazioni indigene dagli italiani e, più in generale, dai “bianchi”. Si tratta di politiche messe in atto sin da subito tramite l’istituzione di una magistratura coloniale e di codici appositi per i territori dell’Oltremare. Codici concepiti nel senso della costituzione di norme differenziate per indigeni e coloni. Differenziazione normativa che passa per la radicale negazione in colonia delle garanzie giuridiche, spesso all’avanguardia, vigenti in Italia. Ricorso alle pene corporali, reintroduzione della pena capitale, fattispecie di reato vaghe e arbitrio assoluto della magistratura nell’applicazione del diritto in ambito penale. Arbitrio rivendicato con orgoglio in nome di una “giustizia vera”, concreta e in aperto conflitto con quelle garanzie liberali lette come vuote, formalistiche, eccessivamente complesse. Inutile dire quanto questa pulsione sia tristemente diffusa e attuale nella sua portata aberrante e intrinsecamente violenta.

Nel campo del diritto civile si assiste invece al disincentivo o alla aperta repressione dei rapporti coniugali o more uxorio “misti” e alla discriminazione dei meticci.

Credo pertanto sia francamente improprio o inesatto ritenere che vi siano politiche razziali precedenti e successive. L’esperienza coloniale non pone le basi per successive politiche razziali perché queste sono parte essenziale del colonialismo stesso. Vengono messi in campo una politica di razza e un diritto di razza fin da subito e nel pieno del periodo liberale. Un periodo, questo, in cui si registrano enormi conquiste di civiltà giuridica e politica in Italia, ma che contemporaneamente vede, per le colonie, l’operare di un modello volutamente improntato alla stessa barbarie giuridica e sociale debellata in Patria. Sotto questo profilo è utile ricordare che le conquiste coloniali sono tutte – ad esclusione della sola Etiopia – di marca liberale e ampiamente precedenti rispetto al Regime Fascista. Se si dimentica questa fondamentale circostanza si corre il rischio di confinare l’analisi del fenomeno nello stretto ambito dell’etichetta e di non fare i conti con il radicamento profondo di pulsioni violente e discriminatorie che non emergono dal nulla quasi come conseguenze di una sorta di improvvisa follia. Non si tratta, insomma, di fenomeni accidentali, di incidenti della storia. Si tratta, al contrario, dell’emersione di un inconscio collettivo.

In conclusione direi che la differenziazione degli ordinamenti, la distinzione giuridica tra indigeni e coloni e la creazione di uno “statuto di razza” sono scelte che risalgono, per l’Italia, agli anni ’80 dell’ottocento e rappresentano non già la premessa di successive politiche razziali, bensì l’atto di nascita delle politiche razziali italiane. Politiche che proseguono e si sviluppano nel corso dei decenni sulla base del medesimo atavico senso comune.

Cosa significa per le colonie italiane l’avvento del fascismo?
Il Fascismo eredita dall’Italia liberale i possedimenti coloniali (Eritrea, Somalia, protettorato di Tientsin, Libia, Isole del Dodecaneso) e, a partire dagli anni ’30, investe in punto di propaganda su di un ulteriore impegno coloniale. Impegno che porta, come noto, alla ripresa del conflitto con l’Etiopia (ripresa, perché già l’Eritrea conquistata da De Pretis e Crispi è territorio sottratto all’Impero Etiope) e alla conquista della stessa. La narrazione nazionale più comune e diffusa, frutto della assai scarsa o -peggio – alterata e talvolta caricaturale conoscenza che gli italiani generalmente hanno della propria storia, tende ad attribuire al Fascismo larga parte delle conquiste coloniali. Circostanza, questa, assolutamente e clamorosamente falsa. Le stesse politiche razziali fasciste nelle colonie si pongono in chiave di riordino e riorganizzazione (sia pure in senso certamente più dichiaratamente violento) di costumi e normative improntati alla discriminazione e alla segregazione razziale nient’affatto introdotte dal Fascismo stesso, bensì preesistenti. Lo stesso immaginario razzista italiano (ed Europeo) è già ben presente e radicato nel senso comune nazionale.

Certamente l’avvento del Regime porta ad un rafforzamento dell’iniziativa bellica e, soprattutto, ad una maggiore continuità di azione in quel campo. In epoca liberale le vicende coloniali sono affrontate in modo più discontinuo e, per così dire, disorganico.

Tuttavia il Regime Fascista porta con sé, in quest’ambito, due fondamentali novità.

In prima battuta viene attribuito all’espansione coloniale un ruolo di assoluta centralità per quanto riguarda tanto la politica estera quanto la politica e la propaganda interna.

In secondo luogo – e questo è il punto forse ancora più significativo – l’importanza politica attribuita al colonialismo porta ad un progressivo venir meno della distanza – sino ad allora molto evidente – tra territori coloniali e Madrepatria. Le colonie, un tempo territori esterni alla Madrepatria e gestiti in regime di deroga radicale rispetto a questa, diventano espressione di una visione complessiva, coerente e organica, nel quadro del radicamento totalitario del Regime. Sotto questo profilo il tema della razza assume, nel corso degli anni ’30, una dimensione non più solo coloniale, bensì anche interna, rivestendo un ruolo centrale nelle politiche complessive del Regime. In questo senso la dimensione coloniale e quella Metropolitana progressivamente si pongono in una posizione di continuità e prossimità.

Il razzismo italiano di matrice fascista, lungi dall’essere frutto dell’alleanza con la Germania Nazionalsocialista (altro luogo comune che, nonostante ogni evidenza storica, continua a sopravvivere inspiegabilmente nell’immaginario collettivo nazionale) è il prodotto di un Fascismo – chiaramente totalitario – che fa del modello coloniale un punto centrale della propria visione del mondo.

Lo stesso Mussolini, nell’annunciare da Trieste l’introduzione delle leggi razziali del 1938, pone queste ultime in relazione alla conquista dell’Impero coloniale e – soprattutto – in continuità con quel processo. D’altro canto è sufficiente leggere le disposizioni del ’38 per rendersi agevolmente conto del fatto che si è trattato dell’importazione pressoché pedissequa delle normative coloniali nella Madrepatria, estendendone l’applicazione anche a danno degli Ebrei.

Come si definisce la legislazione fascista nelle colonie?
L’intervento legislativo fascista nelle colonie è di assoluto rilievo. Come detto, pur ereditando un sistema normativo già strutturalmente di impronta razzista e violenta, il Regime Fascista – soprattutto nel corso degli anni ’30- imprime una impronta marcatamente totalitaria alla politica interna e, in questo quadro, le colonie si pongono come volano e fulcro di una organica visione della società. La legislazione è, pertanto, perfettamente conseguente a questo assunto di fondo.

I codici per le colonie vengono destinati all’oblio. Scelta, questa, in linea con la volontà di far venir meno la distanza e la differenza tra colonia e Madrepatria.

Si procede alla riorganizzazione istituzionale dei territori coloniali: nasce l’Africa Orientale Italiana. Si adottano specifiche normative volte ad impedire radicalmente ogni contatto tra nativi e italiani. Nel nome del “prestigio di razza”, nel 1939 le relazioni more uxorio o di “indole coniugale” – già pesantemente disincentivate in periodo liberale- vengono categoricamente ricondotte all’ambito dell’illecito penale. Per la stessa ragione viene vietato anche solo il singolo rapporto sessuale tra nativi e coloni. Ancora, i meticci vengono definitivamente esclusi da ogni possibile integrazione nella società e ne viene definitivamente vietato il riconoscimento da parte del genitore “bianco”. Il culmine di questa chiara politica di radicalizzazione estrema è chiaramente rappresentato, come detto, dalla sostanziale importazione della legislazione razziale coloniale su suolo italiano e l’estensione di quelle forme di feroce discriminazione anche agli Ebrei. Legislazione, quella del 1938, che rappresenta appunto solo il culmine e, per così dire, la chiusura di un cerchio rispetto alle politiche razziali poste in essere sino ad allora. Politiche che si protraggono per decenni e non sono dettate da scelte improvvise; sono al contrario da considerarsi nel quadro di un percorso progressivo e in linea, purtroppo, con il quasi unanime sentimento dell’opinione pubblica.