Prof.ssa Chiara Maria Valsecchi, Lei ha curato con Francesco Piovan l’edizione del libro Diritto, Chiesa e cultura nell’opera di Francesco Zabarella 1360-1417, edito da FrancoAngeli, che riunisce i contributi di Alessandra Bassani, Concetta Bianca, Orazio Condorelli, Antonio Lovato, Giovanna Murano, Andrea Padovani, Clémence Revest, Matteo Venier, Fabrice Delivré e Thomas Woelki. Innanzitutto, chi era Francesco Zabarella?
Diritto, Chiesa e cultura nell'opera di Francesco Zabarella 1360-1417, Chiara Maria Valsecchi, Francesco PiovanDare una definizione sintetica di Francesco Zabarella è difficile, per l’ampiezza dei suoi interessi e incarichi. Possiamo dire comunque che era un giurista, un uomo di Chiesa e un colto intellettuale, vissuto tra la seconda metà del Trecento e i primi anni del Quattrocento, in un periodo molto delicato e complesso della storia italiana ed europea.

Francesco Zabarella nasce a Padova, in una grande e agiata famiglia, nel 1360. Come tutti i rampolli della buona società del tempo, viene fatto studiare in una scuola di grammatica, dove si impara a leggere e a scrivere, anche in latino, e si apprendono i rudimenti di aritmetica e geometria.

Le sue capacità intellettuali e la sua personalità si mettono subito in luce tanto che, ancora giovanissimo (è lui stesso a lasciarlo scritto in un testo autobiografico), sceglie poi di proseguire gli studi dedicandosi per almeno due anni ad approfondire scienze come logica, retorica e filosofia morale (materie queste, che non rientrano proprio nel consueto bagaglio dello studente di quell’epoca, ma che secondo Francesco gli sono state utilissime per il prosieguo della sua carriera), prima di accostarsi, intorno ai 17 anni, allo studio del diritto.

Nel frattempo si è anche avviato alla vita religiosa. A questo proposito conviene fare subito una precisazione: a quel che sappiamo, Zabarella, che pure sarà nominato vescovo e poi cardinale, non sarà però mai ordinato neppure sacerdote, fermandosi al primo degli ordini maggiori, il diaconato. La circostanza non deve sorprendere: in età medievale infatti moltissimi tra coloro che scelgono la vita religiosa si fermano, per così dire, sulla soglia, limitandosi a ricevere gli ordini minori. Ciò che invece vorrei sottolineare è che, nel caso di Francesco Zabarella, quella di diventare chierico sembra proprio sia stata una scelta libera e consapevole, fatta con convinzione: tutte le testimonianze dicono che egli è stato coerente e sereno nella condotta personale, rispettando sempre gli obblighi morali legati allo status di ecclesiastico, come ad esempio il celibato e, come vedremo, sempre pienamente impegnato negli incarichi ecclesiastici che gli sono affidati.

Nel 1378, diciottenne, Zabarella lascia Padova per Bologna. Nella più antica università italiana si laurea in diritto canonico pochi anni dopo, per poi trasferirsi a Firenze e completare lì la formazione, diventando dottore anche nel diritto civile. I migliori tra i giuristi infatti, in quell’epoca, portano a termine in parallelo lo studio di entrambi i diritti.

A Firenze, Francesco Zabarella inizia la sua carriera ecclesiastica, come canonico della cattedrale di Santa Maria del Fiore. Gode subito di tale stima, che gli altri membri del Capitolo lo vorrebbero come vescovo quando è solo venticinquenne e, anche se la proposta non è accolta dal papa, che lo nomina semplicemente vicario generale, il fatto dice molto dello spessore umano e culturale del giovane padovano.

Nel frattempo egli è divenuto anche professore universitario, cominciando a insegnare appunto a Firenze il diritto della Chiesa.

A partire dal 1391, prosegue il suo impegno, su entrambi i fronti, nella natia Padova, dove insegna per 20 anni diritto canonico all’università, ottenendo la cattedra più prestigiosa, quella ordinaria mattutina di decretales, e svolgendo anche molti incarichi importanti come giudice, consulente e ambasciatore, dapprima per il signore di Padova, Francesco Novello da Carrara, al quale è particolarmente legato, e poi per la Repubblica di Venezia, dopo la conquista della città del 1405.

A Padova, Francesco Zabarella diviene anche arciprete della Cattedrale, ricoprendo questo ruolo fino a quando, nel 1410, è nominato prima vescovo di Firenze e subito dopo cardinale, dedicando gli ultimi anni della sua vita ai delicatissimi compiti che la porpora cardinalizia gli assegna.

Muore infatti il 26 settembre 1417, nella città tedesca di Costanza, dove si sta per aprire finalmente un nuovo conclave, dopo il complicato e delicatissimo Concilio che ha risolto lo scisma e del quale il nostro Zabarella è stato tra gli artefici. Sembra che, appresa la notizia della sua scomparsa, Sigismondo del Lussemburgo, re dei Romani e imperatore eletto, abbia esclamato: «Oggi è morto il papa!». Se il destino non avesse deciso altrimenti, infatti, la scelta dei cardinali probabilmente sarebbe caduta proprio su di lui.

Quali vicende lo videro protagonista della sua età?
Come forse si è già intuito dai brevi cenni sulla sua vita, il momento storico nel quale Francesco Zabarella si trova a vivere è assai complesso e tormentato, innanzi tutto per la Chiesa, ma anche per l’Italia, divisa in molte piccole e grandi realtà politiche – in continua evoluzione e in eterno conflitto tra loro –, e per l’Europa intera.

La sua città natale, Padova, ad esempio, è spesso sconvolta da combattimenti e invasioni a causa delle feroci guerre che contrappongono i suoi dominatori, i Carraresi, alle potenze vicine.

È durante la lotta contro la Milano di Gian Galeazzo Visconti che Zabarella conosce Francesco Novello da Carrara. L’incontro avviene a Firenze, perché il signore di Padova – appena succeduto al padre che, sconfitto, ha dovuto abdicare – è a sua volta costretto all’esilio nel 1388 e si reca nella città toscana con la speranza di ottenere l’appoggio politico della Repubblica fiorentina per la riconquista del potere.

Riuscito a riprendere il controllo della città dopo un duro assedio nel 1390, Francesco Novello da Carrara chiama di nuovo a Padova il giovane professore, che evidentemente ha imparato a stimare, proprio perché spera – con ragione – che la sua presenza riporterà nella storica università patavina molti studenti, ansiosi di ascoltarne l’insegnamento e contribuirà al risveglio culturale ed economico della città.

Negli anni seguenti, Francesco Zabarella continua a godere della fiducia del signore di Padova, per conto del quale compie diverse delicate missioni diplomatiche: la sua preparazione giuridica e la sua abilità retorica sono conosciute, e lo rendono un interlocutore credibile, sia che si tratti di recarsi a Roma dal papa, sia che si debba arrivare fino a Parigi per cercare l’ausilio del re di Francia, nella nuova guerra che Francesco Novello da Carrara ha ingaggiato con la Repubblica di Venezia.

La dominazione carrarese tuttavia non è destinata a durare oltre un quindicennio: il da Carrara viene sconfitto dai Veneziani e l’autonomia di Padova, duramente provata da molte altre campagne militari, viene meno con l’atto di dedizione alla Serenissima, formalizzato con un complesso rituale, il 3 gennaio 1406. Quel giorno, in Piazza San Marco, di fronte a una grande folla di autorità e di popolo, tocca proprio a Zabarella di pronunciare il discorso con cui Padova entra a far parte del Dominio veneziano, cercando di ottenere dal nuovo dominatore clemenza e tutela.

Benché, come dicevo, fosse stato molto vicino ai Carraresi (Zabarella, ad esempio, partecipa anche ai riti funebri o alle nozze di membri della famiglia da Carrara e pronuncia in quelle occasioni alcune delle sue apprezzate orazioni), il suo rigore morale e la sua scienza fanno sì che anche le autorità veneziane, lungi dall’ostracizzarlo, si servano delle sue competenze per diversi incarichi e viaggi diplomatici.

Non c’è dubbio, tuttavia, che la questione principale che occupa Zabarella per tutta la sua vita attiva sia quella dello scisma: la vicenda è talmente complessa, ed ha risvolti politici, religiosi e ovviamente giuridici tanto intricati, che tutti i migliori tra i teologi e i giuristi sono chiamati ad occuparsene, oltre ovviamente agli ambasciatori, governanti e funzionari di tutta l’Europa.

Quale contributo diede Zabarella al superamento del Grande Scisma d’Occidente?
Il contributo di Zabarella per giungere, dopo un quarantennio di lotte, ad una soluzione condivisa del Grande Scisma è stato certamente decisivo.

In estrema sintesi, si può dire che si sia articolato sotto due differenti, anche se collegati, profili, quello cioè dottrinale, tecnico-giuridico e quello diplomatico e politico.

La frattura all’interno della gerarchia ecclesiastica si apre nell’estate del 1378, quando Zabarella ha appena iniziato i suoi studi universitari, e questo lo segna profondamente. Tra i suoi maestri, segue con particolare attenzione e vicinanza l’insegnamento di Giovanni da Legnano, docente bolognese che per primo ha preso apertamente una posizione netta, dichiarando legittima l’elezione di papa Urbano VI, avvenuta nel mese di aprile, e quindi immotivata e invalida la decisione dei cardinali che porta alla parallela elezione di Clemente VII.

A differenza del suo maestro, tuttavia, Zabarella, che è molto giovane e forse si sente ancora inesperto, mantiene per molto tempo una posizione di grandissima cautela e continua a studiare ed approfondire il problema per anni senza esprimersi pubblicamente, neppure quando Bonifacio IX, il successore di Urbano VI, lo convoca appositamente e forse gli promette qualche importante promozione nella sua carriera ecclesiastica in cambio del suo appoggio. Siamo nel dicembre del 1397, e molti dei suoi amici ed estimatori si aspettano che Francesco sia promosso all’episcopato o addirittura al cardinalato, ma questo non avviene e non avverrà ancora per oltre un decennio, forse proprio per il rigore con cui il nostro mantiene una posizione libera e non partigiana.

Solo nel 1402, Zabarella comincia a mettere per iscritto le sue valutazioni tecniche in un trattato giuridico sullo scisma, al quale continuerà a lavorare, con varie integrazioni e modifiche, fino alla fine.

La sua linea è audace e non da tutti condivisa, anche se accanto a lui vi sono molti altri illustri giuristi: egli è infatti convinto difensore dell’autorità suprema del papa, ma si rende anche conto che di fronte ad una situazione a dir poco estrema ed irrisolvibile come quella che si è venuta a creare, dopo anni ormai dalla spaccatura, l’unica via praticabile è che i cardinali, che pure sono divisi in distinte e contrapposte ‘osservanze’, si accordino tra loro per la celebrazione di un concilio ecumenico che abbia l’autorità di deporre entrambi i contendenti, se costoro non accettano spontaneamente di rinunciare al papato, e di eleggerne un altro. Egli è perciò tra i sostenitori di una iniziativa di tal segno presa da un gruppo di cardinali nel 1409, che si rivela tuttavia a dir poco nefasta: il Concilio svoltosi in quell’anno a Pisa, infatti, dichiara deposti i due papi in quel momento in carica, Benedetto XIII e Gregorio XII, eleggendo in loro vece, Alessandro V, che tuttavia solo poche nazioni europee riconoscono, con il risultato che, da due, i papi divengono tre!

Da quel momento, fattasi la situazione insostenibile, in molti si convincono ancor più che solo un altro concilio potrà trovare la soluzione, purché alla sua guida si ponga il re dei Romani e futuro imperatore, Sigismondo del Lussemburgo, che del resto non vuole e non può essere incoronato imperatore da un papa di dubbia legittimità.

Anche Zabarella si adopera attivamente in tal senso, pur difendendo sempre la validità del concilio di Pisa e quindi dell’elezione di Alessandro V e, morto quest’ultimo nel 1410, del suo successore, Giovanni XXIII, che passerà invece alla storia come un antipapa.

È proprio Giovanni XXIII a nominarlo vescovo di Firenze nell’estate del 1410. Quando si sta apprestando a prendere possesso della sua diocesi, nella primavera dell’anno seguente, giunge per Francesco Zabarella anche la porpora cardinalizia e, insieme ad essa, dopo non molto tempo, l’incarico di condurre, con il collega Antoine de Challant, la trattativa con Sigismondo per individuare luogo e tempo del nuovo Concilio.

Dopo lunghi negoziati, si giunge a un’intesa e, nel 1414, il nostro cardinale parte per la sede prescelta, la città di Costanza, dove trascorre gli ultimi anni della sua vita impegnato nell’organizzazione tecnica e politica del complicatissimo concilio.

Anche grazie a suoi ripetuti ed autorevoli interventi, la maggioranza dei cardinali qui riuniti riuscirà a trovare un accordo per strappare a tutti e tre i rivali una solenne rinuncia al soglio pontificio. Il ruolo di Zabarella è centrale soprattutto nel cercare di condurre a quella impegnativa pronuncia l’unico dei tre che a Costanza si è recato di persona e al quale comunque Francesco rimane vicino fino all’ultimo, cioè appunto Giovanni XXIII.

Dopo la fuga di costui, che porta il concilio a un passo dal fallimento nel marzo 1415, è ancora il nostro Zabarella a prendere in mano la situazione, insieme al grande teologo parigino Pierre d’Ailly. Accettando, unici tra tutti i cardinali, di partecipare alla sessione convocata da Sigismondo il 26 marzo anche senza il papa, e mantenendo in quella circostanza un’enorme e coraggiosa fermezza, i due salvano la validità del concilio stesso.

Ancora per giorni poi Zabarella continua instancabile a ragionare, mediare, discutere, anche a tu per tu con l’imperatore, che ne ascolta l’autorevole voce proprio perché ne riconosce sempre la lealtà e trasparenza.

Più di una volta, nei momenti di maggiore tensione, si assume l’ingrato compito di parlare a nome dell’intero collegio cardinalizio e di difendere a testa alta la condotta sua e degli altri di fronte a sospetti e accuse incrociate che ostacolano le decisioni comuni.

Tra gli ultimi atti di questa estenuante trattativa vi è, nel mese di aprile del 1415, la spedizione quale inviato dell’intero concilio, insieme a pochissimi altri, nel luogo in cui Giovanni XXIII si è rifugiato dopo la fuga, per convincerlo in tutti i modi a rientrare a Costanza, se non vuole essere sottoposto a processo come eretico.

Le irragionevoli pretese avanzate da Baldassarre Cossa, ormai privo di protettori politici, inviso a tutti e di fatto prigioniero delle guardie imperiali, rendono evidente anche agli occhi di Zabarella che il processo contro di lui è inevitabile: rientrato dalla missione, Francesco dichiara di fronte all’intero concilio che non intende accettare l’ennesima richiesta dell’ormai ex papa di assumere la sua difesa poiché questi non ha ascoltato i suoi ripetuti inviti a tener fede alla parola data.

La statura di Francesco Zabarella emerge pure in un frangente così grave: anche se ormai ha perduto ogni fiducia in lui, durante il processo contro Giovanni XXIII la sua testimonianza rimane sempre onesta ed equilibrata, senza seguire l’onda delle accuse, talora esagerate che portano, il 29 maggio, alla deposizione definitiva del papa ‘pisano’.

Nel luglio seguente, il signore di Rimini, Carlo Malatesta, giunto a Costanza con la procura di Gregorio XII, pronuncia l’atto di rinuncia anche da parte di quest’ultimo, e i cardinali a lui fedeli si riuniscono in un abbraccio con gli altri. Zabarella è tra i primi ad accoglierli nel Concilio. Per il terzo pretendente, Pedro de Luna (Benedetto XIII), rivelatosi non meno ostinato di Baldassarre Cossa, occorrono un ultimatum e molti mesi ancora di trattative diplomatiche prima di giungere anche alla sua deposizione, il 26 luglio 1417.

Solo a quel punto vi sono davvero le condizioni perché il Concilio, divenuto a tutti gli effetti ecumenico con l’ingresso degli spagnoli, si trasformi in un Conclave e scelga un nuovo, unico papa. L’elezione avverrà infatti finalmente l’11 novembre del 1417: l’eletto, il cardinale Oddone Colonna, invocando il santo del giorno, sceglierà il nome di Martino V.

Francesco Zabarella che, come accennavo all’inizio, avrebbe potuto essere al suo posto, è però spirato dopo una breve malattia, nel settembre precedente.

Quali interessi culturali coltivò Francesco Zabarella?
Tra gli interessi culturali coltivati per tutta la sua vita attiva da Zabarella possiamo affiancare allo studio e alla didattica giuridica, la passione per la lingua e la retorica latina e per la storia antica, nell’ambito del cosiddetto preumanesimo e umanesimo italiano, legato alla memoria – vivissima a Padova – del magistero petrarchesco.

Sotto il primo aspetto, non si può non citare, oltre alle sue opere tecniche, quali commentari alle leggi ecclesiastiche, usati per i suoi corsi universitari, una attenta riflessione sulle peculiarità della didattica, e di quella giuridica in particolare, che ha le sue regole e le sue esigenze e va per questo preparata e coltivata. A questi temi egli dedica un vero e proprio trattato, intitolato “Sul modo corretto di insegnare e apprendere” (de ordine docendi et discendi), che contiene anche molte considerazioni pratiche e consigli sull’insegnamento, ricco persino di osservazioni ironiche e attualissime sui pregi e difetti dei professori universitari.

Gli interessi letterari e filosofici sono invece coltivati da Zabarella nel continuo ed amichevole dialogo con alcuni tra i più dotti personaggi divenuti celebri nell’ambito della cultura umanistica. Tra loro spiccano soprattutto Pier Paolo Vergerio, che gli sarà devoto amico ed ammiratore per tutta la vita, nonché il notaio fiorentino Antonio di ser Chello, che resta suo corrispondente epistolare, e il Cancelliere di Firenze Coluccio Salutati.

In questo contesto nascono anche scritti che esulano dagli interessi professionali di Zabarella per sconfinare nell’erudizione e nel gusto per l’arte retorica, come un trattatello sulla metrica e la poesia, oppure le orazioni e le lettere di congratulazione per eventi festosi o di consolazione per i lutti, che Francesco scrive e pronuncia in moltissime occasioni.

Tra i temi che interessano sia Francesco sia i suoi amici umanisti ve n’è uno che certamente sollecita l’attitudine alla riflessione filosofica, ma che ha per tutti gli uomini di quel tempo – e non solo – una drammatica e stringente attualità: la peste e il suo impatto sulla società civile e sull’umanità tutta.

Nella drammatica estate del 1400, quando il morbo imperversa su Padova, portandosi via centinaia di persone, Francesco Zabarella compie una scelta di prudenza, in linea peraltro con le decisioni dell’Università, che ha sospeso le lezioni in via precauzionale, e si trasferisce in campagna con alcuni amici, tra cui il fido Vergerio.

Durante questo periodo di forzata inattività, e con molti lutti di cui è fresco il ricordo, Francesco scrive un lungo trattato nel quale risponde alla domanda se sia il caso di fuggire dalla pestilenza (An fugienda sit pestilentia), sostenendo le ragioni di chi lascia la città per la campagna senza sfidare la malattia, e poco dopo trasforma le lunghe conversazioni avute con gli amici sul senso della vita e della morte, del bene e del male, del dolore e della gioia in un altro trattato, Sulla felicità: per lui, cristiano di profonda fede, la sola vera felicità coincide con la conoscenza ed esperienza di Dio; anche la felicità terrena secondo lui non consiste, come molti credono, nel mero piacere, ma la si può trovare nella pace e serenità d’animo e di corpo.

Se con Salutati e Vergerio il legame è diretto e personale, la statura intellettuale e morale del nostro è riconosciuta, anche a distanza di anni, da altri illustri letterati della cerchia umanistica. Alla sua morte, toccherà a Poggio Bracciolini e ad altri due noti umanisti, Pietro Donato e Gasparino Barzizza, pronunciare solenni elogi funebri.

Chiara Valsecchi è ordinario di Storia del diritto medievale e moderno all’Università di Padova; nei suoi studi ha approfondito in particolare la storia della famiglia, del diritto canonico e della giustizia. Tra le sue pubblicazioni: In difesa della famiglia? Divorzisti e antidivorzisti in Italia tra Otto e Novecento (Milano, 2004); Padri presunti e padri invisibili. Filiazione e ricerca della paternità nel diritto italiano tra Otto e Novecento, in Ius/online 1/2015; «L’argomento più arduo ed importante della politica nazionale»: la questione romana nelle circolari ministeriali. Corollari e ricadute in Il diritto ecclesiastico, anno 129, fasc. 3-4, luglio-dicembre 2018, (2020), pp. 533-578.
Francesco Piovan svolge da vari decenni attività di ricerca nell’ambito della storia dell’Università e della storia della cultura veneta, in particolare per il periodo tra tardo Quattrocento e Cinquecento, presso il Centro per la storia dell’Università di Padova.

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