Prof. Marco Orsi, Lei è autore del libro Dire bravo non serve edito da Mondadori: cosa propone la scuola Senza Zaino?
Dire bravo non serve, Marco OrsiLa scuola Senza Zaino propone un ambiente improntato a tre valori, quello della responsabilità, della ospitalità e della comunità. Tuttavia possiamo trovare docenti e dirigenti di qualsiasi realtà e a qualsiasi latitudine concordi in proposito. Il punto di svolta è tradurli in pratica, il che vuol dire vederli all’opera in concreto se entro in classe. La responsabilità ha un significato molto ampio per noi. Ad esempio vuol dire che il bambino e il ragazzo debbono sentirsi artefici e proprietari del proprio cammino di crescita e di apprendimento. Ciò significa condividere con gli studenti obiettivi chiari, sistemi di valutazione formativa e inoltre consentire la scelta delle attività. Inoltre l’insegnante è impegnato a fare appello alla motivazione interiore piuttosto che a quella esterna basata sui voti, cioè sui premi e le punizioni, le gratificazioni e le riprovazioni. L’ospitalità, a sua volta, comporta realizzare un ambiente fisico accogliente. Le nostre aule, dall’infanzia alla primaria e alla secondaria, sono organizzate in aree di lavoro e non con i tradizionali banchi in fila davanti alla cattedra. Ciò favorisce varie modalità di lavoro. Inoltre sono dotate di una molteplicità strumenti di didattici che consentono di differenziare l’insegnamento e di rendere articolate e interessanti le attività. Ma ospitalità significa anche scuola inclusiva, vale a dire un ambiente dove le differenze individuali sono vissute come un’opportunità e non come ostacolo. Infine la comunità. Oggi abbiamo tanto bisogno di coniugare l’IO con il NOI, sentirci parte di un tutto, saper collaborare a diversi livelli, riconoscere che senza l’altro che ci sta accanto non possiamo vivere. In fondo l’apprendimento e la crescita non è pensabile al di fuori della relazione e la relazione ci apre ai grandi problemi dell’umanità: la pace e la non violenza, la questione dei flussi migratori, la povertà, le disuguaglianze, le emergenze climatiche, i valori della democrazia. Naturalmente questa apertura verso la comunità deve coinvolgere anche i docenti.

Il metodo da Lei ideato si ispira agli ideali di Maria Montessori?
Sì, effettivamente Maria Montessori mi ha fortemente ispirato. Ho approfondito il suo pensiero, ma ho anche visitato diverse scuole montessoriane e sono rimasto colpito dall’autonomia mostrata dai bambini. Si tratta di un’autonomia che si gioca in un ambiente di comunità, perché vi è rispetto per le cose e per gli altri. Si pensi solo al silenzio o comunque all’uso della voce con quei volumi bassi che dice del riguardo per il lavoro di ciascuno. E poi abbiamo la cura dell’ambiente fisico e una dotazione ricca di strumenti didattici. Maria Montessori proponeva materiali che possiamo definire tattili, vale a dire una molteplicità di oggetti di apprendimento capaci di far approfondire tutte le materie di studio: la matematica, la storia, la lingua, la geografia e così via, con l’idea che tutti i sensi dovevano essere impegnati. La grande sfida del Terzo Millennio risiede nella sintesi. Per questo cerchiamo di mettere insieme gli strumenti tattili con quelli digitali, impiegare tanto la mano quanto usare il tablet, curare la lingua scritta e parlata senza dimenticare la rappresentazione visuale e iconica fatta di grafici, mappe, smart art, ma anche di disegni, pittura e scultura. È per questo che nel movimento Senza Zaino parliamo di Approccio Globale al Curricolo come metodo di lavoro che integra diversi approcci e ha presente la crescita della persona costituita da intelligenze, stili, interessi, bisogni, mente e cuore, ragione e emozioni. Il libro Dire bravo non serve, che è rivolto a tutti genitori e insegnanti non solo alle nostre scuole, affronta proprio queste tematiche.

In che modo i genitori sono coinvolti nella gestione della vita scolastica dei loro figli?
Oggi i genitori sono sempre più sensibili alla qualità dell’offerta formativa. Abbiamo esperienze di famiglie che preferiscono fare qualche chilometro in più evitando la scuola vicina a casa, pur di entrare a far parte del nostro modello. Questo è per noi davvero incoraggiante. I genitori sono parte del nostro essere comunità e ci aiutano in mille modi: sistemando i locali, fabbricando gli strumenti didattici che ci servono per le attività, partecipando agli incontri dove gli alunni presentano le tematiche di interesse culturale, dando un supporto per realizzare mostre di prodotti scolastici che illustrano gli apprendimenti. Infine realizziamo banche del tempo dove le mamme e i papà si mettono a disposizione non solo per le iniziative di cui abbiamo detto, ma anche per entrare nel vivo della didattica come esperti del mondo reale. Così infermieri, custodi, medici, colf, elettricisti, idraulici, ricercatori, impiegati, commercianti possono entrare in classe e raccontarci la loro esperienza e far capire come le materie di studio sono importanti per il lavoro e per la vita. In questo ci danno un contributo per far capire come i saperi impartiti si leghino a compiti di realtà. Ciò ci aiuta ad uscire da una visione di perenne esercitazione e allenamento in cui a volte è confinata la scuola.

Qual è l’importanza della creatività del bambino nel processo educativo?
Sulla creatività spesso ci sono dei fraintendimenti. Inventare, trovare strade nuove, risolvere problemi in modi diversi, giocare, sognare e immaginare sono tutti obbiettivi formativi che ci poniamo. Ma la creatività di per sé non è presente tra i bambini. La scuola e la famiglia debbono costruire le condizioni per la creatività. A volte però incappiamo in una retorica che non mi convince: si dice ad esempio che i bambini sono naturalmente creativi o che vanno lasciati completamente liberi di giocare e agire. Ho notato nelle scuole dove ci sono queste idee confusione e caos, piuttosto che creatività. Nel libro Dire bravo non serve ricordo che la creatività vera nasce dall’esercizio costante, dall’impegno continuo, dall’allenamento impegnato. Picasso è diventato Picasso perché ha passato la sua infanzia e adolescenza non a creare, ma a esercitarsi nelle tecniche, così vale per un calciatore che inventa un gol straordinario, davvero creativo, perché dietro c’è stata preparazione. Ecco non dobbiamo perdere i valori della costanza e della tenacia, come quelli dello sforzo e della dedizione. Con una precisazione: che oggi i bambini e i ragazzi ci chiedono di capire il significato. Non vale più l’adagio “lavora duro che un giorno capirai a cosa serve”. Vale invece quello che dice: ”lavora duro che potrai anche qui, a scuola, capire e dimostrare la sua utilità”. Qui sta la prospettiva dei compiti autentici o di esperienze come quella del service learning.

Sono realmente utili i compiti a casa?
Mah, se teniamo conto della ricerca scientifica molte evidenze sembrerebbero confermare la loro inutilità. Tuttavia gli studi sull’educazione non sempre identificano precisamente l’oggetto. Che intendiamo per compiti a casa? Ripetizione di argomenti in modo da memorizzarli, esercitazioni scritte, compilazioni di schede, preparazione di nuovi argomenti, approfondimenti liberi? Per quanto riguarda il nostro movimento non siamo contrari in linea di principio al lavoro a casa. Quello che ci interessa sono i contenuti e l’organizzazione. Gli insegnanti debbono saper dare dei tempi sostenibili: dopo 4 – 5 ore di attività a scuola, che tipo di lavoro possiamo chiedere in relazione all’età? Poi i compiti dovrebbero essere diversificati guardando alla preparazione di ciascuno, infine le esercitazioni dovrebbero essere fatte anche in classe, mentre a casa ci si può preparare per le nuove lezioni. Quest’ultimo punto richiama il sistema della flipped classroom che è coerente con il valore della responsabilità: gli alunni sanno che un argomento verrà affrontato l’indomani e si documentano in modo da arrivare in classe avendo fatto una prima esplorazione per cui saranno meglio pronti per imparare. È un po’ quello che succede prima di andare al teatro o al cinema: normalmente si leggono recensioni, si ascoltano commenti, si visitano siti. Qualcuno addirittura legge libri, come molti ragazzi che hanno letto le avventure di Harry Potter prima di vedere i film della saga ideata dalla Rowling. Sono cose che i bambini e i ragazzi fanno al di là della scuola: prepararsi per un evento importante perché hanno visto o letto qualcosa prima. Mi domando perché non si debbano ricreare anche per l’apprendimento scolastico queste condizioni virtuose di vita reale dove magari prima si vede un video sul Risorgimento Italiano, sapendo che il giorno dopo l’argomento sarà trattato.

Quali sono a Suo avviso i mali della scuola italiana?
I mali della scuola sono un po’ quelli che riscontriamo nelle scuole ad ogni latitudine del pianeta. Ho avuto modo di girare il mondo e mi sono accorto che il modello delle file di banchi dietro la cattedra e delle campanelle che risponde ad una logica massiva e standard, è molto diffuso. Ho colto alcuni di questi aspetti persino nella scolasticamente avanzata Finlandia. Nella scuola italiana vedo semmai il pericolo di non favorire l’indipendenza e l’autonomia: siamo troppo protettivi e legati a canoni eccessivi di sicurezza, per cui tutto è un pericolo e i rischi sono dappertutto. Questo è un problema grosso perché l’apprendimento è novità e la novità è connessa al rischio, sia pur commisurato all’età. In Norvegia, per dirne una, ho visto in una scuola dell’infanzia i bambini di 4 – 5 anni che facevano roccia: sembrava di essere su un altro pianeta. Ricordo a tutti che una scuola fondata sulle competenze come vogliono giustamente le nostrane Indicazioni Nazionali per il Curricolo implica saper fare da soli, agire con indipendenza, assumersi responsabilità. Sono aspetti essenziali per la crescita. Un secondo elemento da segnalare è l’eccesso di impiego della spiegazione verbale. Infatti non si impara solo perché qualcuno ci spiega come fare, occorre anche far vedere, dimostrare. Nel libro Dire bravo non serve parlo di una didattica ostensiva che dovrebbe essere maggiormente praticata. Nelle materie scientifiche ad esempio le dimostrazioni sono fondamentali, si pensi agli esperimenti scientifici o alle ricerche sociali che impiegano le statistiche.  Ma anche le materie umanistiche hanno necessità di rientrare in una logica ostensiva: un insegnante deve far vedere come lui stesso compone una filastrocca o come farebbe una traduzione dal greco utilizzando una determinata procedura. Tuttavia a onor del vero dobbiamo anche dire, in generale, che nel nostro Paese abbiamo anche tante eccellenze che vanno conosciute e valorizzate. Ad esempio il nostro movimento è nato 15 anni fa, ma le istituzioni centrali e i media se ne accorgiamo solo ora. Ma allora – mi domando – quante sono le realtà innovative nel nostro Paese poco conosciute e/o scarsamente tenute in considerazione? E poi la narrazione che dice di dirigenti e insegnanti demotivati e stanchi mi pare un po’ logora e poco attuale. Personalmente riscontro tanto entusiasmo e tanta dedizione che ci permette di essere vivaci anche nel campo dell’istruzione.

Il Vostro movimento coinvolge già più di trecento scuole italiane: quali i Vostri obiettivi?
Ad oggi abbiamo 340 scuole (plessi) riunite in circa 200 istituti scolastici. Una realtà importante ancora poco compresa nella sua unicità, perché qui abbiamo una rete che segue un certo modello, che condivide pratiche e metodologie, con una visione che fa da guida. Non abbiamo come obiettivo prioritario estendere la nostra presenza perché già le richieste di ingresso sono tante. Abbiamo in programma a breve di ripetere un’indagine sui comportamenti e gli apprendimenti nelle nostre scuole come già facemmo 8 anni addietro con l’equipe dell’università di Firenze guidata dalla professoressa Menesini. Inoltre siamo nella fase del salto organizzativo che ci impegna, perché dobbiamo aumentare il numero e migliorare la qualità dei nostri formatori e delle nostre formatrici che preparano gli insegnanti e aiutano le scuole a realizzare il nostro modello, infine stiamo implementando un sistema di certificazione che stimoli l’autovalutazione collegandosi agli strumenti che già esistono quali il Rapporto di Autovalutazione o i Piani di Miglioramento. La certificazione implica anche la manutenzione: è nostra responsabilità sostenere le scuole nel conservarsi ad un livello alto nel tempo. Lo sforzo è molto grande e le risorse a disposizione limitate. Ma soprattutto il sistema scolastico nazionale non aiuta, in quanto sembra essere strutturato su una logica verticistica che magari non ostacola iniziative come la nostra, ma poi quando si deve crescere le cose si fanno più complicate e gli aiuti non vengono. Abbiamo avuto dei riconoscimenti dalla Regione Toscana, ma soprattutto sono le realtà locali a dare una mano: in prima fila ci sono i sindaci dei comuni, le associazioni no profit, le aziende e le fondazioni bancarie che dal basso offrono un contributo che ci fa fare passi in avanti. Anche di queste realtà racconto nel mio libro Dire bravo non serve. In ogni modo confidiamo nel nostro ottimismo, nella nostra voglia di fare e nel nostro impegno per superare anche queste difficoltà.