Prof.sse Paola Volpini, Eleonora Plebani ed Elena Valeri, Voi avete curato l’edizione del libro Diplomazie. Linguaggi, negoziati e ambasciatori fra XV e XVI secolo edito da FrancoAngeli: quando nasce la diplomazia moderna?
Diplomazie. Linguaggi, negoziati e ambasciatori fra XV e XVI secolo, Paola Volpini, Eleonora Plebani, Elena ValeriLa diplomazia moderna va definendosi durante il cosiddetto “lungo Quattrocento” che si estende, secondo una periodizzazione recentemente affermatasi, dalla metà del XIV secolo agli anni venti del XVI. È tuttavia impossibile identificare, a quell’altezza cronologica, caratteristiche comuni nelle modalità operative dell’agire diplomatico dei diversi soggetti politici. Il sistema di relazioni messo in atto dalle monarchie europee era dissimile da quello degli stati italiani che, a loro volta, esprimevano pratiche di negoziazione molto eterogenee.
Pochi sono quindi i tratti comuni individuabili nell’esercizio della diplomazia tardomedievale e il primo tra questi è l’assenza di rappresentanze stanziali. Le missioni erano determinate da esigenze d’occasione, talvolta richieste dall’autorità ospitante a scopo consultivo, di durata variabile ed eventualmente rinnovabili. Altrettanto prive di particolari specificità erano le istruzioni affidate agli ambasciatori, spesso mancanti di linee guida precise, talvolta generiche anche a proposito dei risultati attesi, quasi sempre con ampi margini di discrezionalità affidati alla sensibilità e alla prudenza dell’agente diplomatico.
Il personale addetto all’attività diplomatica – e anche questa è una caratteristica sufficientemente diffusa nel Quattrocento – non era costituito di professionisti, non possedeva una formazione specifica e il suo reclutamento non passava attraverso i normali canali elettivi che, almeno in alcuni reggimenti a carattere repubblicano come Firenze, costituivano la procedura obbligatoria di accesso alle cariche istituzionali. In Italia gli agenti diplomatici erano essenzialmente mercanti, letterati, cortigiani, più in generale esponenti delle élites di governo ed espressione delle fazioni al potere.

Nella prima metà del ‘400 in Italia ci troviamo dunque di fronte a una pluralità di centri di potere, con la compresenza di molti ordinamenti politici (stati sovrani, signorie, poteri feudali, città), che portò a una situazione di instabilità e di guerra fra stati vicini. Si creò una sorta di spazio politico autonomo nella penisola dove i piccoli stati, separati da distanze minime, agivano per controllarsi reciprocamente. La guerra e il conflitto costante che segnarono la prima metà del secolo XV usarono la diplomazia per aggregare forze, stringere alleanze e negoziare tregue e paci. La diplomazia moderna nelle sue origini quattrocentesche è pertanto strumento straordinario, improvvisato: nasce nel quadro dell’eccezionalità e serve per pervenire ad accordi necessari per la guerra.
Dopo la pace di Lodi del 1454 si aprì un periodo di pace e stabilità. Dalle missioni d’occasione o dettate da specifiche necessità si passò alla figura dell’ambasciatore che risiedeva per diversi anni in un altro stato, assicurava un contatto continuativo con il principe presso cui si era recato e riferiva al proprio vertice politico. Gli stati della penisola introdussero in questo modo la figura dell’ambasciatore residente presso un altro stato, la inquadrarono negli organismi di governo e consolidarono la pratica degli scambi diplomatici. Si tratta di un mutamento sostanziale della diplomazia. La possibilità di avere contatti permanenti fra i centri di potere mutò profondamente le caratteristiche dei rapporti fra stati. Principi, città e repubbliche cominciarono a dotarsi di figure che informavano stabilmente sulle azioni degli Stati vicini ed erano il tramite con cui far pervenire proposte e intavolare negoziati. Nel quadro di crescita degli stati signorili, inoltre, la diplomazia costituì uno strumento formidabile di legittimazione dinastica. In una fase di grande instabilità politica la possibilità di accreditare propri ambasciatori presso altri stati rappresentò un mezzo per manifestare pubblicamente la posizione acquisita.

La nascita dell’ambasciatore permanente portò con sé mutamenti della pratica politica. Gli scambi epistolari continui fra l’ambasciatore e il proprio vertice politico rappresentarono la base del nuovo sistema informativo-diplomatico. Nelle corti di origine si crearono in questo periodo archivi in cui conservare le corrispondenze: archivi vivi, da cui principi e oligarchie repubblicane attingevano continuamente informazioni e notizie di grande importanza per le trattative e i negoziati in corso. La possibilità di disporre di informazioni aggiornate sugli stati vicini crebbero enormemente e le cancellerie degli stati divennero la sede per elaborazioni politiche ben informate e molto raffinate.
È l’inizio della diplomazia moderna che nel corso del secolo XVI si estese rapidamente ai principali stati europei. Il volume attraverso i saggi di cui si compone (gli articoli di Lazzarini, Piffanelli, Plebani, Iannuzzi, Valeri, Rubello, Sabbatini e Volpini) ricostruisce processi e vicende concrete dalle molte sfaccettature a cavallo fra fine dell’età medievale e la prima età moderna.

Quali erano le caratteristiche della diplomazia fiorentina del XV secolo?
Nel XV secolo Firenze non aveva ancora strutturato un sistema di rappresentanza stabile, formalizzato in prassi codificate ed esercitato da professionisti. Non erano istituite ambascerie stanziali, gli agenti diplomatici erano esponenti del mondo mercantile e culturale, le missioni avevano breve durata e potevano al massimo essere prorogate se il governo fiorentino ne ravvisava la necessità. Le magistrature repubblicane, formalmente attive sino al 1532, erano monopolizzate dall’oligarchia dominante che aveva fatto capo agli Albizzi fino alla metà degli anni trenta del XV secolo e poi ai Medici nei restanti decenni.
Gli agenti diplomatici erano esponenti dell’oligarchia egemone e la loro scelta era sempre correlata con l’adesione alla fazione dominante; il personale diplomatico era nondimeno costituito di figure di alto livello, inserite pienamente nell’esercizio dell’attività politica dello stato fiorentino, culturalmente raffinati e sufficientemente abili da gestire situazioni delicate talvolta impreviste.
Dalla documentazione emerge però, soprattutto a partire dagli ultimi decenni del Quattrocento, la tendenza a rafforzare la continuità della rappresentanza diplomatica in particolare negli stati considerati strategici o di più difficile interazione quali, ad esempio, Milano e Roma. Il processo di lenta trasformazione della diplomazia fiorentina da missioni occasionali a legazioni stanziali si nota, dagli anni settanta del XV secolo, nella scelta di accreditare presso le stesse corti i medesimi oratori, al fine di creare un circuito di inviati in possesso di un elevato livello di conoscenza delle dinamiche politiche e relazionali delle sedi di destinazione e, al tempo stesso, di offrire agli interlocutori istituzionali forestieri ambasciatori competenti e familiarizzati con l’ambiente ospitante.

Nella Firenze di età laurenziana, però, la diplomazia fiorentina si esprimeva anche mediante un ulteriore canale rappresentato dal circuito segreto istituito dallo stesso Lorenzo de’ Medici. Sono molti gli esempi, soprattutto nei momenti politicamente più delicati o caratterizzati da emergenze belliche, che evidenziano le trattative condotte personalmente dal Magnifico senza alcun contatto con la diplomazia ufficiale, senza diffusione delle informazioni tra i vari inviati delle magistrature fiorentine e spesso anche all’insaputa dei collaboratori più stretti del reggimento mediceo.
Una diplomazia così dicotomicamente bipartita rendeva ancora più fluido l’intero sistema di rappresentanza fiorentino senza consentirne al contempo alcuna organica progettualità in termini di trasformazione in una prassi codificata e stabile. Nonostante quindi i tentativi di apportare mutamenti indirizzati verso una maggiore stabilità, la diplomazia fiorentina mantiene caratteri di discontinuità temporale per tutto il Quattrocento, come rimane del resto inalterata la condivisione della selezione del personale diplomatico tra le varie magistrature: i Signori, i Dieci di Balia, gli Otto di Pratica.
Sotto il profilo degli studi sulla diplomazia è necessario sottolineare tuttavia come la moltiplicazione delle figure coinvolte e degli organi di governo preposti all’organizzazione dell’attività diplomatica abbia contribuito ad una produzione documentaria ingente (istruzioni, registrazioni contabili delle retribuzioni degli ambasciatori, corrispondenza epistolare) la cui analisi è attualmente uno dei filoni di ricerca più fecondi della letteratura storica internazionale.

Come si caratterizzavano le lettere diplomatiche della prima età moderna?
Le lettere diplomatiche vivono fra l’ultima fase del medioevo e la prima età moderna una fase di grande mutamento. Inizialmente esse presentavano una ordinata struttura degli argomenti esposti, che era dovuta alla dipendenza della lettera dall’istruzione iniziale ricevuta dal diplomatico in partenza. Nell’istruzione gli obbiettivi della missione erano suddivisi per punti e di norma le lettere in seguito inviate ricalcavano tale struttura, favorendo un’organizzazione chiara dei temi esposti. Nel corso del Quattrocento tale modello subì delle modifiche legate alla comparsa di nuovi argomenti e nuovi temi anche non inerenti alla descrizione degli affari condotti e alla registrazione delle notizie da trasmettere a corte. Si tratta dei temi legati all’emotività dello scrivente che cominciava a registrare stati d’animo personali o presenti in figure a lui vicine. Con il passare del tempo inoltre le corrispondenze divennero più frequenti, e si arricchirono di notizie che proprio grazie all’istaurazione della diplomazia residente pervenivano in numero maggiore alle corti. La grande circolazione delle corrispondenze dei diplomatici, e di altre figure che nel corso dell’età moderna viaggiavano con sempre maggior frequenza, contribuì alla formazione di una rete informativa sempre più densa e ricca di notizie. Informazioni sulla situazione economica, sull’andamento della produzione agricola, sui movimenti di uomini e di armi, ma anche sugli equilibri politici, le dinamiche cortigiane e dedicate a tracciare il profilo personale di alcuni individui si concentravano a corte e da essa si diffondevano nelle strade della città rappresentando un tassello importante per lo sviluppo dei dibattiti politici in età moderna.

Qual è l’importanza di Pietro Martire di Anghiera nella storia della diplomazia moderna?
Pietro Martire di Anghiera è una figura emblematica di una fase storica, quella fra Quattro e Cinquecento, in cui la funzione del diplomatico non si era ancora professionalizzata, un processo articolato che, come è noto,  si svolse lungo tutto il Cinquecento. Fu uno dei tanti umanisti italiani che nel XVI secolo lasciarono la penisola alla volta delle corti dei nascenti Stati europei, in questo caso la monarchia spagnola dei Re Cattolici, e che furono utilizzati dai sovrani per missioni particolari, in virtù del loro alto profilo intellettuale, delle riconosciute capacità oratorie o delle ampie relazioni umane e politiche. Il fenomeno dei letterati impiegati come ambasciatori interessò in varia misura molti Stati italiani ed europei fra Quattro e Cinquecento, in cui la necessità di affermarsi da parte di alcune monarchie europee e i conflitti tra la Francia e la Spagna nei territori della penisola italiana determinarono un notevole incremento delle relazioni fra Stati per ragioni politiche, diplomatiche, economiche, culturali.
Nel caso particolare di Anghiera, protetto alla corte spagnola dalla regina Isabella di Castiglia, oltre a contribuire alla diffusione dell’umanesimo italiano in Spagna, egli divenne un tramite eccezionale, anche grazie alle sue opere, per la promozione del disegno politico e culturale dei Re Cattolici al di là dei confini della penisola iberica, soprattutto a Roma, una città di importanza strategica in cui la corte papale rappresentava un centro di legittimazione politica delle strategie dei sovrani spagnoli.

Come si articolò l’azione di Baldassarre Castiglione in Spagna durante le guerre d’Italia?
La missione di Castiglione come nunzio pontificio presso Carlo V si svolse tra il 1524 e il 1529, ovvero negli anni in cui si consumò una crisi gravissima nelle relazioni tra papa e imperatore. Scelto da Clemente VII per la sua riconosciuta fede imperiale, Castiglione fu inviato in Spagna per sostenere alla corte di Carlo V la politica di neutralità del pontefice tra la Francia e la Spagna che ancora si contendevano i destini della penisola italiana, garantendo il ruolo super partes del capo della cristianità. In realtà Castiglione si ritrovò, sin dall’inizio del suo incarico, a fronteggiare le reazioni prodotte presso la corte spagnola dalla sostanziale politica di riavvicinamento alla Francia portata avanti a Roma dal papa Medici e dal suo consigliere Gian Matteo Giberti. La missione di Castiglione fu dunque segnata da un progressivo ed effettivo “scollamento” fra le reali azioni di Clemente VII, che avrebbero portato il pontefice, nel maggio 1526, a concludere con Francesco I la lega antimperiale di Cognac, e i continui, quanto vani, tentativi del nunzio di mettere in guardia il papa e dissuaderlo dal perseguire l’alleanza con  la Francia.
Castiglione rimase inascoltato, ma i drammatici eventi che seguirono alla lega di Cognac gli avrebbero dato ragione: il sacco di Roma del 1527 segnò un drastico ridimensionamento del ruolo pontificio nella geopolitica italiana e il papa Clemente VII dovette retrocedere e stringere una pace con l’imperatore, suggellata a Bologna nel 1530 con la cerimonia dell’incoronazione imperiale.
Castiglione morì nel 1529 mentre si trovava ancora in Spagna, logorato dalle fatiche della sua ultima missione diplomatica, ma con la soddisfazione di vedere pubblicato il suo Libro del Cortegiano destinato a diventare una delle opere più lette e tradotte nell’Europa dell’età moderna.

Quale ruolo rivestivano gli incontri tra sovrani nei rapporti diplomatici tra gli Stati?
L’incontro fra sovrani per negoziare o trattare questioni di grande delicatezza era una pratica con origini antiche e che stava cadendo in disuso con l’inizio dell’età moderna. Tuttavia nel primo Cinquecento alcuni sovrani credettero nelle potenzialità di concordia derivate dall’idea dell’amicizia e dall’incontro diretto e personale e vollero recuperare tale pratica negoziale. Alcuni di essi, grazie alla formazione umanistica di cui erano impregnati, ritenevano che sulla base del sentimento di amicizia fra pari (cioè fra sovrani) e senza il filtro della mediazione diplomatica, la trattativa sarebbe stata più franca e in fin dei conti più semplice.
Tuttavia questi incontri mettevano a rischio la vita stessa dei sovrani: quando interveniva in occasioni pubbliche, il re sapeva di arrischiare sempre la propria vita. Inoltre potevano presentarsi altre considerazioni che sconsigliavano questa pratica: la più rilevante era legata alla posizione politica in cui il re si poneva poiché, attendendo personalmente ai negoziati, rischiava di ridurre gli spazi di trattativa. Quali margini effettivi di negoziazione avrebbe avuto un sovrano minore di fronte alle richieste presentate personalmente da un sovrano di prima grandezza? E quali le opportunità per temporeggiare e riflettere –fattori cruciali in ogni negoziato- in incontri di questo tipo? In questo senso cancellare le distanze rischiava di rendere troppo evidenti le debolezze delle parti. Nondimeno ancora nel secolo XVI l’antica tradizione degli incontri diretti fra sovrani fu praticata grazie alla speranza di pervenire più facilmente per questa via alla concordia fra le parti.
Attraverso l’analisi del caso concreto dell’incontro tra Francesco I di Valois, uno dei sovrani più assidui nel presenziare agli incontri fra pari, e papa Leone X Medici a Bologna nel 1515 nel volume sono messi in luce molti elementi dei colloqui diretti fra sovrani di interesse per l’analisi delle pratiche politico-diplomatiche nella prima età moderna.