Prof. Vincenzo Lavenia, Lei è autore del libro Dio in uniforme. Cappellani, catechesi cattolica e soldati in età moderna edito dal Mulino: quali mutamenti subiscono nel Cinquecento le nozioni di guerra giusta e guerra santa?
Dio in uniforme. Cappellani, catechesi cattolica e soldati in età moderna, Vincenzo LaveniaIl XVI secolo fu un’epoca di crisi nel rapporto tra i cristiani e la guerra. In alcuni suoi scritti, come Il lamento della pace, Erasmo biasimò le guerre tra i popoli europei ed attaccò Agostino, Bernardo di Chiaravalle e Tommaso d’Aquino e l’idea che esistessero guerre giuste e sante, legittimate nella tradizione teologica e nel diritto civile e canonico medievali. Machiavelli, nei Discorsi, scrisse che il cristianesimo infiacchiva i soldati sostituendo l’umiltà alla gloria come funzione civile della religione. Paolo Giovio esaltò la disciplina degli eserciti ottomani dicendo che l’islam spingeva a combattere con più furore. Il giurista protestante Alberico Gentili sostenne che i teologi non dovevano più occuparsi di guerra. Tutti coloro che aderirono alla Riforma contestarono al papato il ruolo di arbitro delle controversie internazionali. L’umanista Juan Ginés de Sepulveda, che si formò in Italia, reagì contro queste posizioni e nel 1535 pubblicò il dialogo dal titolo Democrates per difendere la concordia tra la fede cristiana e la professione delle armi. Ma come mostra la sua polemica successiva con Bartolomé de Las Casas, furono anche la conquista del Nuovo Mondo, le conversioni forzate di indios, islamici ed ebrei e i conflitti coloniali a mettere in crisi, in quell’arco di tempo, la dottrina cristiana della guerra. Mentre nel mondo iberico i teologi e i giuristi formulavano pareri per i Consigli reali ogni volta che si trattava di dichiarare o di giustificare una guerra, il mestiere delle armi e l’indisciplina dei soldati furono presi di mira da più fronti, spingendo i religiosi, cattolici e protestanti, a intraprendere un progetto di disciplina dei militari. Ciò comportò lo spostamento di attenzione dal diritto a intraprendere una guerra (ius ad bellum) al modo in cui si faceva la guerra sul campo (ius in bello), mentre la nozione di guerra santa serviva a giustificare la feroce lotta tra i cattolici e i non cattolici durante i conflitti di fede che insanguinarono l’Europa dal 1532 al 1648.

Quando e come si sviluppano le prime cappellanie stabili a fianco delle truppe?
Fino alla metà del XVI secolo la presenza regolare di cappellani negli eserciti fu un auspicio più che una realtà. Il clero teneva occasionalmente prediche all’inizio di una guerra e celebrava le vittorie alla presenza della nobiltà combattente. Nel Cinquecento le cose cambiarono: nei tercios della Monarchia spagnola fu introdotta la presenza stabile dei sacerdoti, che per lungo tempo tuttavia non ebbero un coordinamento. Nel mondo cattolico e in quello riformato fu la guerra-ribellione dei Paesi Bassi contro Filippo II il punto di svolta: il generale Alessandro Farnese, per le truppe spagnole, impose la gerarchizzazione del clero castrense mentre i gesuiti nel 1587 diedero vita alla prima missione stabile presso i soldati sotto la guida di un sacerdote di nome Thomas Sailly, che si occupò anche della cura dei feriti e di creare confraternite per i combattenti più devoti. Nel mondo riformato la presenza dei cappellani fu più discontinua, ma nel Seicento essa fu regolarizzata anche in Inghilterra (durante le guerre civili), in Svezia (sotto Gustavo Adolfo e durante la Guerra dei Trent’Anni) e più tardi in Prussia (soprattutto grazie alla corrente luterana detta ‘pietismo’).

Come si sviluppa la letteratura pedagogica bellica?
Lo sforzo per disciplinare il miles Christianus favorì lentamente la stesura di ordinanze; l’istituzione di caserme, scuole e tribunali militari; l’introduzione di arruolamenti regolari e soprattutto la nascita, nel Cinquecento, di una letteratura destinata ai cappellani e a chi abbracciava il mestiere delle armi: non solo i nobili, ma anche i capitani e i soldati che sapevano leggere o ascoltavano chi leggeva. A inventare questo genere di catechismi – decine di testi in volgare, spesso brevi, e in gran parte poco noti – furono i gesuiti, che sin dalla fondazione della Compagnia (1540) si impegnarono a fianco delle truppe di terra e a bordo delle navi, in Europa e lungo le rotte coloniali. La loro prassi si ispirò anche ai modelli neo-stoici che si diffusero nella trattatistica politica di fine Cinquecento. Il linguaggio dei catechismi semplificò la tradizione teologica e giuridica sulla guerra, fornì regole di comportamento e trasse alimento dalle pagine belliche dell’Antico Testamento. Inoltre la casistica dei peccati del mondo militare a cui dedicarono molte pagine contribuì a raffinare i criteri per condurre la guerra in modo cristiano e legittimo. Tuttavia il loro scopo era anzitutto quello di motivare i soldati e gli ufficiali a combattere per la causa religiosa, e dunque il loro effetto fu di aizzare il conflitto non solo con i musulmani, ma anche tra i cristiani, tanto più che i protestanti, che come i cattolici, scrissero propri catechismi per invitare i soldati a cancellare la ‘tirannide papista’ e la minaccia spagnola. L’industria della stampa permise la facile circolazione dei testi, spesso illustrati con povere immagini. Il soldato Christiano del gesuita mantovano Antonio Possevino fu il primo catechismo militare e apparve nel 1569 per essere distribuito ai cattolici che in Francia combattevano contro gli ugonotti e poi ai soldati mobilitati contro gli ottomani nella battaglia di Lepanto. Possevino polemizzò con Machiavelli e fornì un modello di soldato ideale che rifiutava le prostitute e le cattive letture, il vino e la bestemmia, il duello e lo stupro, il furto e il sacrilegio, l’ozio e l’indisciplina, facendo esercizi fisici, pregando e combattendo per la causa santa del cattolicesimo. Dopo il suo testo il fronte cattolico elaborò decine di libretti catechetici, in un primo tempo soprattutto in lingua spagnola, mentre per quel che riguarda il mondo protestante fu l’Inghilterra la culla dei manuali cristiani per il soldato, con pagine più semplici che riportavano interi passi della Bibbia.

Quale evoluzione subisce in età moderna il modello del «soldato cristiano»?
Lo scontro con gli imperi islamici, le aggressioni coloniali contro ‘pagani’ e da ‘idolatri’ e le lotte fratricide in Europa tennero viva la dottrina della guerra santa e disegnarono, al di là delle divisioni confessionali, un’ideologia intesa a mobilitare in una misura prima ignota. Così, mentre era in atto la ‘rivoluzione militare’, dire che si doveva combattere per la fede non significava solo giustificare la violenza, adattando l’ethos dei cavalieri crociati ai moderni conflitti in cui le armi da fuoco, le fortificazioni, gli assedi e la fanteria giocarono un ruolo inedito. Significava anche proporre/imporre una disciplina esteriore e interiore per mettere a frutto la brutalità militare ma anche per moderare l’inclinazione verso i peccati e gli abusi sui civili. Si trattava cioè di delineare un’icona di soldato zelante che riscattasse il cristianesimo dall’accusa di non saper fornire a chi esercitava il mestiere delle armi un habitus capace di coniugare religione e virtù mondana della gloria. Tale icona (è bene rimarcarlo) fu lontana da una realtà in cui il mercenario o l’arruolato obbligato a prendere le armi continuarono a militare negli eserciti; una realtà in cui la violenza continuò a non distinguere tra la gente comune e soldati (soprattutto durante la Guerra dei Trent’anni e fuori dall’Europa). Combattenti e ufficiali rimasero indisciplinati, brutali e poco ferventi, sebbene da parte cattolica e riformata si indicassero come esempi da seguire i guerrieri del Vecchio Testamento (Giosuè, David, Sansone, i Maccabei) e numerosi santi, cavalieri, sovrani, navigatori e condottieri. Tuttavia, nonostante il fallimento immediato, l’assunto della mia ricerca è che lo sforzo per disciplinare il miles Christianus innescò lentamente una trasformazione.

In che modo la pace di Vestfalia segna un discrimine nell’organizzazione degli eserciti e nella cura castrense?
La violenza della Guerra dei Trent’Anni fu tale che dopo quella data la stagione delle guerre di religione in Europa può dirsi tramontata, mentre il diritto delle genti cominciava a regolare le relazioni internazionali tra stati cristiani di confessione diversa. La professionalizzazione degli eserciti, l’introduzione delle uniformi e dell’addestramento formalizzato, l’istituzione di caserme e accademie comportarono mutazioni profonde che sono alla base della stessa trasformazione dello stato moderno. In questo quadro il clero perse in parte la sua autonomia, fu inquadrato e gerarchizzato e le cappellanie di ciascun esercito nazionale agirono a fianco dei comandi militari per l’istruzione dei soldati. Nel mondo cattolico le cappellanie nazionali si modellarono come una sorta di grande diocesi e i singoli cappellani divennero come dei parroci di ciascun contingente, non senza conflitti con la struttura ordinaria della Chiesa romana. I dubbi circa l’amministrazione dei sacramenti furono affrontati e risolti dalla casistica e dalle Congregazioni della Curia pontificia. Inoltre le ordinanze militari varate dal potere secolare dettarono precise istruzioni per disciplinare gli eserciti, rendendo più marginale il servizio dei pastori e dei sacerdoti, che gestivano pure gli ospedali da campo.

Quale evoluzione subiscono nel Settecento l’etica militare e la pratica bellica?
Tramontata l’egemonia spagnola, quando le guerre di religione in Europa divennero un ricordo, il militare si ingentilì e la secolarizzazione si diffuse negli eserciti. Il linguaggio della guerra santa scomparve dai catechismi cattolici e protestanti che anzi citarono spesso il diritto delle genti per mettere in guardia i soldati dal praticare violenza contro le popolazioni civili e gli avversari sconfitti: in un’Europa non più ‘barbara’ i nemici non dovevano più essere annientati. Tuttavia, man mano che l’Illuminismo radicale si diffuse e la massoneria sedusse i soldati e gli ufficiali, il clero cattolico e i pastori protestanti mostrarono una crescente inquietudine circa l’educazione cristiana dei soldati; inquietudine che si riflette nelle pagine dei catechismi e dei sermoni di fine Settecento, specie in Francia e nel Regno Unito. Chi praticava il mestiere delle armi, ora più istruito, sembrava allontanarsi dalla pratica religiosa e non di rado manifestava opinioni e comportamenti non conformi alla dottrina. Il progetto di coniugare disciplina e zelo religioso sembrava fallire. Con lo scoppio della Rivoluzione francese, poi, il linguaggio della guerra santa fu riadattato per combattere l’ateismo, la presunta sovversione giacobina e i nemici del trono, dell’altare e della proprietà. Ciò è evidente nelle pagine del clero combattente spagnolo, che organizzò la guerriglia anti-francese, ma anche negli scritti destinati ai soldati britannici e tedeschi.

Quando e come il patriottismo in guerra si sostituisce alle motivazioni religiose?
Si tratta di un percorso lungo, che comincia nel Seicento, specie in Francia e in Inghilterra. La svolta comunque è segnata dalla Rivoluzione francese, quando i giacobini fecero tesoro del modello offerto dai catechismi religiosi stilando alcuni manuali per mobilitare in massa i soldats citoyens. La militanza per la Repubblica insomma sostituì quella per la fede. Inoltre le invasioni degli eserciti francesi nell’Europa continentale produssero una reazione nazionale che si nutrì ovunque di miti patriottici. Dopo la parentesi napoleonica, nel XIX secolo gli Stati nazionali diffidarono spesso dei cappellani, e il solo paese in cui il clero cattolico esercitò pienamente la sua funzione tra i soldati fu il Belgio. Altrove l’educazione del soldato si basò su un patriottismo a-confessionale, mentre i religiosi cattolici e protestanti cercavano comunque di inventarsi associazioni, confraternite e circoli ricreativi per conquistare alla fede i soldati e gli ufficiali. Con la Grande Guerra il nazionalismo si fuse con il linguaggio religioso, tanto più che la leva di massa spinse i comandi militari a servirsi dei religiosi di ogni confessione, inquadrati in cappellanie, per mobilitare ed esortare i soldati al sacrificio in nome della Patria nel corso di una lunga ed estenuante carneficina. Lo dimostra la sterminata letteratura prodotta in quegli anni. In conclusione, nel libro ho cercato di tracciare la storia del lessico del soldato cristiano per mettere in rilievo le modificazioni che ha subito un certo modello di ordine, sacrificio e violenza dal tardo medioevo fino al Novecento. Molte cose sono cambiate dai tempi del ‘soldato cristiano’ e della sacralizzazione dei conflitti. Ma i confini tra la disciplina e l’eccesso di zelo, il contenimento della ferocia e la tentazione di alimentarla attraverso la religione sono sempre stati e restano pure oggi sottili.