Diligenza e voluttà. Ludovica Ripa di Meana interroga Gianfranco ContiniIn Diligenza e voluttà, edito da Garzanti, Ludovica Ripa di Meana interroga Gianfranco Contini; un’intervista che è anche l’autobiografia del grande filologo domese. Il titolo nasce da una frase di Contini, che rifugge la noia sul lavoro e sogna la voluttà di poter lavorare sempre lontano da essa. Contini riconosce «di essere uno scrittore, sia pure specializzato in critica, ma non necessariamente.» Critica che nasce in lui naturalmente, «da una auscultazione molto attenta della superficie del testo», e che rappresenta l’intera sua opera: «la definizione migliore del mio atteggiamento si può concentrare nella parola tedesca Fleiss, diligenza: questa è stata la mia opera, di diligenza».

Nel libro vengono raccolte pennellate di ricordi che abbracciano anche l’infanzia dello studioso spiegando così molte cose, come quella grafia, apparentemente (per chi l’ha praticata) così sgraziata e scomposta per un letterato: Contini imparò a leggere e a scrivere da solo, all’età di tre anni: «mi segnai le lettere, chiesi che cosa valevano, cercai di riunirle. […] La mia prima scrittura era una scrittura capitale, una scrittura a stampatello, e difatti la calligrafia inglese che usava allora mi fu del tutto estranea. Io ebbi sempre voti orridi in calligrafia, perché la mia calligrafia era un’altra: la mia calligrafia era stampata.»

Ecco tratteggiato l’amore sconfinato per lo studio: «tutto il mio tempo in sostanza è dedicato allo studio… diciamo: a quell’avventura in cui faccio consistere lo studio. […] L’avventura è per me, non so, leggere in cinque o sei lingue diverse».

E riflessioni preziose: il buon lettore «è chi è disponibile a lasciarsi invadere dall’animo altrui, attraverso la lettura. Soprattutto se la disponibilità si estenda al di fuori di sigle di preferenza. […] il buon lettore deve poter giocare su molte tastiere. È nettamente poligamo […] di una poligamia che implichi anche diversità tra le amate, diversità notevoli. […] Quelli che dicono: facciamo una lista dei cento, cinquanta… dieci libri da portare nell’isola deserta, fanno delle scelte estremamente complesse, variegate, di valore discontinuo.» Amore per i libri che nel filologo trascende in una «mania di dulìa».

La scienza filologica di Contini non dimentica l’antica passione per la matematica e le scienze esatte: «la matematica è una scienza formalizzatrice e nella mia ecdotica sono stato, naturalmente, un formalizzatore: quindi c’è uno stesso atteggiamento».

Contini, ad esempio, ha applicato il termine «diffrazione» alla filologia: «è una metafora che mi è tornata comoda, mi piaceva molto questo termine ottico». In cosa consiste la diffrazione? «Che un testo attestato da più manoscritti, nello stesso luogo presenta variazioni assai singolari, non dà la stessa lezione, anche se si tratta di manoscritti eventualmente apparentati. La risposta semplice è che lì c’era una parola difficile, più difficile, difficilior, che è stata sostituta: si tratta di ricostruirla. Io ho svolto questa tesi abbastanza ampiamente, però non l’ho inventata io (la parola «diffrazione», sì, ma la tesi no), perché è stato un grande filologo svizzero che ha insegnato a Berlino: Adolf Tobler […] che ha scoperto questo fenomeno, a proposito del Saint Alexis, del Sant’Alessio francese. E i miei esercizi si sono svolti appunto sul Sant’Alessio francese, che è un testo antico, un testo del secolo undecimo.»

Non mancano poi aneddoti, come quello sull’origine della passione per la filologia romanza, nata leggendo i «versi della Chanson de Roland, versi in cui compariva il nome di Rolando, «Rolantz», con la zeta alla fine. Questo mi intrigava: aveva un aspetto medioevale… e volli saperne qualche cosa, volli attraversare questo mistero. Più tardi, poi, mi accorsi che questa zeta era stata messa da critici normalizzatori, e che in realtà andava bene prima senza. […] direi che da questa zeta è dipesa un poco la mia inclinazione verso i secoli alti. Ma, curiosamente, ho preso le lingue a me vicine, l’italiano e il francese. Ho cominciato soprattutto dal francese e più tardi, naturalmente, è venuto l’italiano, e sono diventato fondamentalmente un italianista; però direi che ho cominciato dal francese. Spesso ho rimpianto di non aver potuto studiare il Medioevo (l’epoca romantica per definizione) delle lingue germaniche, delle lingue slave, delle lingue celtiche. Mi son fatto un’infarinatura… ma una vita contiene poche di queste cose: devono essere studiate con una certa completezza. Però delle curiosità, così, me le sono tolte, delle curiosità da dilettante, rimpiangendo sempre di non potere essere stato un bravo scandinavista, un bravo anglosassonista, un bravo protoslavista, e così di seguito.»

Contini ha però ben chiara la differenza tra «cultura» e «erudizione»: «la cultura è una virtù mondana: quella di chi si sa orientare in tutti i principali campi dell’esperienza mentale. Erudizione è un accumulo sistematico di nozioni specialistiche atto a promuovere, virtualmente o, come nei casi citati, attualmente, la produzione di novità conoscitive. Naturalmente – la metafora esiste da sempre – esiste un’erudizione indigesta, sterile, produttrice magari ma di cose inutili.»

Un testo che non manca di offrire spunti eruditi, ad esempio sul perché di Dante non esista nulla di manoscritto: «qualche cosa era rimasto nel Quattrocento, perché Leonardo Bruni ci parla di sue lettere e ce ne descrive perfino la calligrafia. Poi una serie di incendi deve aver distrutto questi documenti. Ma la ragione vera è la povertà di Dante, la vita di miseria, di stenti, l’esilio turbatissimo. E anche la prima generazione dei manoscritti della Commedia è andata distrutta, perché, probabilmente, si trattava non di manoscritti illustri ma di manoscritti poveri, di manoscritti su carta, e particolarmente caduchi. Insomma, Petrarca ha avuto una vita facile e abbiamo di lui, per fortuna, una quantità di autografi. Dante, poche generazioni prima, ha avuto una vita miserrima, infelicissima.»

E infine, una riflessione, amara quanto lucida e attuale, sull’Europa, che ancora insegue il sogno di un’unione: «la storia dei paesi federali, Svizzera, Stati Uniti, è segnata da grandi guerre. Basterà l’ultimo conflitto, con la sua immanità, a sostituirle?»

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