Digito dunque siamo. Piccolo manuale filosofico per difendersi dalle illusioni digitali, Stefano ScrimaDott. Stefano Scrima, Lei è autore del libro Digito dunque siamo. Piccolo manuale filosofico per difendersi dalle illusioni digitali pubblicato da Castelvecchi: in che modo la realtà digitale è diventata parte importante delle nostre vite?
I due mondi – se così vogliamo chiamarli –, quello reale e quello digitale, si sono ormai sovrapposti e questo per due motivi principali, uno tecnologico e uno comportamentale. Il primo ha a che fare con l’invenzione dello smartphone, dispositivo-universo che per le sue dimensioni e la sua comodità possiamo portarci sempre appresso. È letteralmente attaccato al nostro corpo, nella tasca dei pantaloni, come fosse un nostro prolungamento fisico. Da quando lo smartphone è entrato nelle nostre vite anche la gestualità quotidiana è cambiata – molti, senza di esso, si sentirebbero perduti (non solo per l’impossibilità di comunicare digitalmente, più che altro per una questione di abitudine). L’altro motivo riguarda invece il vero e proprio utilizzo dello smartphone e di ogni altro dispositivo digitale che (come ogni attività reiterata) sta gradualmente cambiando i nostri comportamenti. L’accelerazione del digitale, a tutti i livelli – pensiamo alla comunicazione con i social network, al sapere con i motori di ricerca e agli oggetti con i negozi online – ha un effetto profondamente reale sulle nostre vite, riprogrammate in base a questi nuovi ritmi e possibilità.

Nel libro, Lei afferma che «il digitale ci sta lentamente e gradualmente “disumanizzando”»: quali cambiamenti ha apportato il digitale alle nostre vite?
Se partiamo dal presupposto che l’umanità è la qualità essenziale dell’essere umano, ciò che lo rende tale, ovvero la capacità di comprendere l’altro, provare empatia e creare gruppo, mi sembra evidente che il digitale – mi riferisco in particolare ai social network –, promettendo maggior empatia e partecipazione grazie all’iperconnessione, non fa altro che illuderci. È proprio il contrario: più crediamo di essere empatici e partecipi più ci “disumanizziamo”. Perché non solo le relazioni digitali sono più semplici, ma ci spingono anche a credere che basti questa semplicità per mantenerle vive. Mentre l’esperienza ci dice altro: le relazioni sono difficili, necessitano di impegno costante, attenzione, tempo – tutto ciò che sui social diamo per scontato. Non è l’empatia a farci digitare attraverso like, commenti e condivisioni, ma il narcisismo, il bisogno di mostrare pubblicamente quanto possiamo essere empatici (senza esserlo).

Quali nuovi modelli di socialità digitale si sono imposti?
Superficiali. E non ci sarebbe nulla di male se non venissero assurti a modelli di riferimento assoluto, ossia per la vita. Questo è il rischio soprattutto per le nuove generazioni, i cosiddetti nativi digitali, che non hanno un metro di riferimento predigitale. È assolutamente necessario mostrare fin da subito ai ragazzi quali sono le dinamiche di socialità surrogata, e le loro conseguenze deleterie per l’equilibrio emotivo, a cui vanno incontro quando sono online, soprattutto se non hanno ancora conosciuto e interiorizzato le reali responsabilità che implicano le relazioni offline.

La tecnologia ci ha trasformati in uomini-massa digitali: con quali conseguenze?
Credere che sia tutto normale, che il mondo non potrebbe andare in nessun’altra direzione, e che sia giusto accettare quello che di fatto ci viene imposto dall’alto, direttamente dalle megacorporation digitali e dal mercato e indirettamente dalla società che emargina chi non si adegua. Essere uomini-massa digitali significa questo, è aderire al pensiero comune, unico, adeguandosi a esso, senza mai porsi domande. L’altra conseguenza (permessa da questo conformismo) è l’infelicità o peggio ancora la felicità illusoria promessa dalla tecnologia digitale. Valori come tempo, relazioni, pensiero, conoscenza, consapevolezza vengono scalzati da immediatezza, apparenza, consumo. Prendiamo ancora a esempio i social network, il cui utilizzo ci espone enormemente al circolo vizioso del desiderio ipertrofico: lo stesso meccanismo del like risponde a questo bisogno che è sì naturale, ma anabolizzato dal digitale. Viviamo dunque un’accelerazione del desiderio che pretende il suo appagamento immediato, generando disturbi più o meno gravi del comportamento, e infine, frustrazione, tristezza, inadeguatezza, infelicità. Perché l’unico modo di mantenere in vita l’incantesimo della felicità effimera è volerne sempre di più (sempre più like, apprezzamenti, riconoscimenti, commenti, condivisioni) imprigionandoci in una condizione di vera e propria dipendenza psicofisica.

Quali elementi caratterizzano la comunicazione in rete?
La comunicazione in rete è naturalmente subordinata alle regole implicite di funzionamento delle piattaforme con cui abbiamo a che fare. Prendiamo i social network, attraverso cui molte persone si informano. Chi comunica sui social sa benissimo quali sono le strategie per attirare l’attenzione (esistono corsi su corsi), e questo perché l’utente è bombardato da informazioni a flusso continuo. Una di queste strategie, probabilmente la più usata, è il clickbaiting (che si può tradurre con acchiappaclick), ovvero il titolo sensazionalistico, anche se di sensazionale nel contenuto della notizia che segue al titolo spesso c’è ben poco. Il vero problema di questa pratica, di per sé scorretta, è che chi la usa sa bene che l’utente, proprio perché iperstimolato dalle informazioni e soprattutto incalzato dalla regola rapidità-performance/premio su cui è basato il meccanismo dei social, non aprirà nemmeno il contenuto (e figuriamoci se andrà a verificarne le fonti), limitandosi a reagire impulsivamente con emoji, commenti e condivisioni a tutto spiano. Mi pare evidente come questo stile comunicativo spalanchi le porte a bufale e isterie di massa, elementi caratteristici del web.

Sempre nel libro, Lei sostiene che «la rete, a dispetto dell’incredibile ricchezza di conoscenza che custodisce, è il regno dell’ignoranza»: cosa significa?
Siamo di fronte a un paradosso. La rete, nata come strumento di emancipazione del cittadino che attraverso di essa avrebbe finalmente potuto avere accesso libero a tutto il sapere, lo ha invece condotto all’ignoranza. Ma non ci è stato detto (o meglio, non l’abbiamo capito) a cosa sarebbe servito tutto questo sapere: a essere liberi. Ecco come, grazie ai motori di ricerca, il sapere diventa per noi informazione usa e getta proprio perché sempre a disposizione, in ogni luogo e in ogni momento. Risultato: siamo rimasti ignoranti, anzi lo siamo ancora di più perché sappiamo che abbiamo la conoscenza a portata di smartphone e non serve più sapere nulla a memoria. Come se quel sapere (che non abbiamo) non influisse profondamente sulla costruzione del nostro essere e non fosse lo strumento principale con cui emanciparci dall’ignoranza, che è la vera schiavitù.

«Il web è il luogo ideale per la proliferazione delle bufale»: come possiamo difenderci dalle cosiddette fake news?
È molto facile fomentare l’emotività veicolando messaggi che non hanno reale riscontro nei fatti, come capita con le fake news. È pericoloso non riflettere sui rischi dell’emotività senza freni a cui ci induce il ritmo del digitale, poiché può facilmente produrre pregiudizi, paure, rancore, odio, che riversiamo inevitabilmente sugli altri nella nostra quotidianità. Per non farci “menar per il naso” come una bufala occorre essere consapevoli dello stile comunicativo veicolato e incoraggiato dal web, più attento al risultato (acchiappare click) che al contenuto (realtà dei fatti). Il consiglio, quindi, non può che essere quello di non dar credito a nulla di ciò che leggiamo in rete senza prima non aver attentamente verificato le fonti comparandole con quelle che sappiamo essere attendibili. Certo, rimane il problema di capire quali fonti sono attendibili e quali no, ma questo non può mai essere un alibi per farci fregare.

Cosa ci spinge a farci un selfie e condividerlo sui social network?
La paura di sparire. Se non sei sui social network – e ciò significa partecipare attivamente al suo gioco performance/premio – non esisti, o perlomeno qualcosa viene a mancare, la “dignità” stessa dell’esistenza. Illusione che più che l’esistenza riguarda la sua percezione: se non postiamo i selfie delle nostre vacanze siamo sicuri che i nostri amici crederanno che ci siamo stati veramente? E in ogni caso una vacanza senza like che vacanza è? È un po’ il senso che ho voluto dare al titolo del libro: Digito dunque siamo. L’essere umano ha ovviamente sempre avuto bisogno dello sguardo altrui, del suo riconoscimento, nel bene e nel male, per sentirsi esistere, ma oggi questo sguardo (metamorfosatosi in like) è ancora più essenziale per la costruzione della sua stessa identità. Tuttavia, questa iperconnessione è solo un’illusione, un gioco che nell’immediato serve solo a gratificare il proprio ego, ma che dietro di sé lascia una solitudine immensa.

NON PERDERTI LE NOVITÀ!
Iscriviti alla newsletter
Iscriviti
Niente spam, promesso! Potrai comunque cancellarti in qualsiasi momento.
close-link