Professor Scarcelli, Lei ha curato insieme al professor Renato Stella l’edizione del libro Digital literacy e giovani. Strumenti per comprendere, misurare, intervenire pubblicato da FrancoAngeli: cos’è la digital literacy?
Digital literacy e giovani. Strumenti per comprendere, misurare, intervenire, Cosimo Marco Scarcelli, Renato StellaNella sua accezione contemporanea, il concetto di digital literacy, è stato introdotto nel 1997, ma il termine negli anni Novanta veniva già usato per identificare l’abilità di leggere e comprendere gli ipertesti. Con Digital literacy intendiamo la conoscenza, l’attitudine e l’abilità degli individui nell’utilizzare in modo appropriato i tools e le attrezzature digitali per identificare, avere accesso, gestire integrare, valutare, analizzare e sintetizzare le risorse digitali, costruire nuova conoscenza, creare espressioni mediali e comunicare con altri soggetti all’interno di specifiche situazioni di vita al fine di permettere azioni sociali costruttive; e riflettere su questi processi.

Oggi quando parliamo di media literacy e digital literacy, l’approccio più utilizzato e quello skill-based e nel corso del tempo si sono succeduti vari modelli che hanno provato ad inquadrare la digital literacy, skills e competenze. Modelli che nel nostro libro abbiamo provato a sistematizzare seguendo i lavori di studiose e studiosi che nel tempo si sono occupati di questi temi. In generale possiamo notare che nei modelli considerati c’è un focus non bilanciato rispetto a certe skills e competenze che ne tiene maggiormente in considerazioni alcune a discapito di altre. In generale si può affermare che spesso i modelli di digital literacy si riferiscono a attributi individuali senza prendere troppo in considerazione il contesto sociale.

Come si potrà osservare leggendo il libro la digital literacy rappresenta ancora un concetto estremamente complesso che è faticoso da inquadrare in modo univoco. Questo anche a causa dei mutamenti sociali e tecnologici che rapidamente si susseguono nel panorama contemporaneo e che, aprendo di volta in volta nuove possibilità, creano la necessità di competenze rinnovate che stiano al passo con i cambiamenti in atto.

I modelli che abbiamo esposto raccolgono di volta in volta alcune caratteristiche di un ambiente cangiante e che si interseca in modo prepotente con la vita quotidiana. Non possono essere quindi considerati totalmente esaustivi, ma fungono da faro guida nella definizione delle competenze che sono oggi necessarie per poter utilizzare le risorse che i media digitali mettono a disposizione per promuovere una presenza attiva degli utenti all’interno di quella che è definita la società dell’informazione.

Cosa significa apprendere nell’era della connettività?
Per rispondere a questa domanda ci viene sicuramente in aiuto il capitolo scritto dalla prof.ssa Greco che ci spiega come la mediazione comunicativa è una condizione stabile della vita umana. Nel capitolo dedicato a questo tema Giovannella Greco si concentra sulla connettività introdotta dalle tecnologie digitali e di Rete per analizzare come sta cambiando l’ambiente culturale, l’esperienza delle persone, le modalità e i contenuti di ciò che gli individui apprendono.
Nel suo contributo la studiosa dà una descrizione di ciò che significa vivere connessi focalizzando l’attenzione sull’esperienza a sul modo in cui essa cambia all’interno di un nuovo ambiente che viene generato dalla connettività. Tutto ciò si collega in modo sorprendente alla crisi del fare educativo intaccando l’identità culturale e didattica della scuola, ma, al contempo, diventando un’occasione d’innovazione prima inimmaginabile.

Apprendere nell’era della connettività diviene quindi qualcosa che è strettamente legato alla libertà, alla capacità di riflettere e di scegliere, alla possibilità di sbagliare e di apprendere dagli errori. Talvolta l’iper-semplificazione potrebbe portare a pensare addirittura che le tecnologie ci liberino dalla scelta. Invece, ed è quello che anche la prof.ssa Greco sottolinea, l’azione educativa si collega in modo deciso alla scelta. In tale direzione le tecnologie digitali possono divenire opportunità che non bisogna perdere e che possono promuovere l’acquisizione di capacità come l’autonomia, il senso critico, la responsabilità, la partecipazione, la creatività, ecc.

Come si sono sviluppate le politiche per la Media Literacy nell’Unione Europea e nel nostro Paese?
Come ricorda il prof. Piermarco Aroldi, autore del capitolo che all’interno del libro si concentra su questo tema, le politiche nazionali e internazionali hanno un ruolo fondamentale per ci che concerne lo sviluppo e il futuro della media Literacy. Vi sono una serie di issue principali che sono entrate ormai a fare parte dell’agenda politica europea e di quella italiana. Cosa che ha coinvolto la ricerca scientifica, l’accademia, l’associazionismo e i gruppi che si concentrano in modo specifico sull’attivismo media-educativo.

Ciononostante, come approfondisce Piermarco Aroldi, dopo il 2010 ci è stata un’importante battuta di arresto rispetto alle politiche relative alla Media Literacy che ha ridefinito il framework di riferimento in cui la media Literacy è diventata parte della Digital Literacy. Tutto ciò sotto il cappello di una visione che, concentrata su tecnocrazia e visioni economiche, ha spesso tralasciato lo sviluppo culturale, creativo e critico. Il riferimento italiano e cioè il Piano Nazionale Scuola Digitale sembra replicare questa visione riduttiva, però, dall’altra parte, conserva un approccio più ricco di ambizioni. Ora tutto dipende dalle vicissitudini politiche del nostro Paese e dalle capacità della politica italiana di valorizzare le risorse in campo e le esperienze maturate in questi anni.
In altri termini quello che c’è in gioco è la declinazione della cittadinanza digitale che potrà essere, come sottolinea Aroldi, un insieme di competenze individuali o una più ampia capacità di vivere insieme nella società dell’informazione e della conoscenza.

Quale ruolo per i genitori nell’ambito delle emergent literacies
Grazie ai dispositivi touchscreen come tablet e smartphone l’età del primo accesso a internet si è notevolmente abbassata. Come ricordano Mascheroni e Vittadini all’interno del volume, l’interazione con i nuovi mezzi di comunicazione è divenuta più intuitiva e anche i bambini più piccoli (quelli che non sono ancora in grado di camminare o parlare, per intenderci) possono sviluppare competenze di base che gli possono servire per fruire autonomamente dei contenuti digitali.
Il fatto che anche bambini tra 0 e 8 anni abbiano iniziato accedere ai media digitali, ha spinto il mondo della ricerca ad indagare quali effetti sulla salute vi siano, in che modo i bambini sviluppano abilità utili ad usare questi dispositivi e quali siano le attività di mediazione svolte dai genitori per accompagnare i propri figli nell’uso dei dispositivi touchscreen.

Ciò che la prof.ssa Mascheroni e la prof.ssa Vittadini fanno emergere nel loro lavoro è un quadro in cui le opportunità offerte dai touchscreen ai più piccoli sono strettamente connesse agli stili di mediazione genitoriali. Questi variano lungo una scala sollecitudine-severità e si legano agli orientamenti valoriali e ai background socio-culturale dei genitori. Si delineano, in tal modo, due estremi (empowerment e controllo) che descrivono la variabilità delle forme di mediazione che Mascheroni e Vittadini hanno mappato con precisione. Il ruolo dei genitori, quindi diventa fondamentale, così come lo è supportare mamme e papà in questo percorso di formazione continua.

Ci sono due filoni di ricerca importanti che vanno a completare il quadro relativo al rapporto tra genitori, bambini (tra 0 e 8 anni) e schermi digitali. Da una parte troviamo l’analisi dei bisogni informativi dei genitori e delle risorse a cui questi possono accedere al fine di divenire “buoni genitori” digitali. Dall’altra, invece, vi è lo studio dello sviluppo di nuovi strumenti attraverso i quali i bambini possono entrare in relazione con la rete: oggetti connessi che fanno parte dell’Internet of toys. Parliamo, in altri termini, di giochi che offrono opportunità, ma che portano a galla anche problemi connessi alla literacy, alla privacy e alla datification dell’infanzia.

Qual è lo stato della privacy literacy fra i giovani?
Le nuove piattaforme digitali hanno riconfigurato le modalità più tradizionali di comunicazione umana, ma hanno anche trasformato le pratiche di auto-narrazione ridefinendo la relazione tra la dimensione pubblica e quella privata. Vi sono stati, di conseguenze, significativi cambiamenti (a livello individuale e collettivo) che hanno rimodellato le relazioni sociali, politiche ed economiche e hanno modificato le pratiche di condivisione e connessione con gli altri. Tali mutamenti che hanno coinvolto un contesto comunicativo oggi molto diverso rispetto al passato non sempre trovano nei giovani e nei meno giovani la consapevolezza di un cambiamento così importante. Come ribadiscono Drusian e Farinosi all’interno del loro lavoro, ci sono alcune dinamiche sociali che si sono imposte con l’avvento dei social media che hanno portato a pubblici invisibili, a contesti collassati e ad una compenetrazione tra pubblico e privato. Questo si aggiunge ad alcune proprietà tipiche dei contenuti digitali quali la persistenza, la replicabilità, la ricercabilità e la scalabilità.

Siamo in presenza di uno scenario nuovo in cui vi sono nuove regole rispetto al passato. Dinamiche che talvolta sembrano contraddirsi sino a creare paradossi come quelli della privacy secondo cui gli utenti online si dichiarerebbero preoccupati per l’invasione della propria sfera privata, ma, dall’altra parte, rivelerebbero comunque su internet molti contenuti di carattere personale e momenti di intimità. Drusian e Farinosi, all’interno del libro, spiegano ambivalenze come questa attraverso l’ipotesi di una mancanza di alfabetizzazione alla privacy e cioè di una carenza di competenze e conoscenze legate alla gestione di dati e contenuti personali online.

Come mostrano le ricerche che stanno alla base di questo capitolo, i giovani mostrano, da una parte una forte esigenza di proteggere la propria privacy, dall’altra però esistono una serie di meccanismi di esibizione ed esposizione del sé che hanno come obbiettivo finale quello di aumentare il livello di confidenza nelle relazioni. Diventa quindi importantissimo oggi promuovere delle azioni, politiche e iniziative che aumentino il livello di privacy literacy. Questa si connette alla conoscenza delle pratiche che aziende, organizzazioni e istituzioni adottano negli spazi digitali; alla consapevolezza rispetto agli aspetti tecnici e legislativi utili per la protezione dei propri dati; alla definizione di strategie utili per regolare la propria privacy.

In che modo è possibile potenziare la digital literacy?
Per potenziare la digital literacy bisognerebbe iniziare a guardare alle pratiche mediali da un punto di vista differente in grado di rispettare le necessità dei più giovani e facendo convergere libertà e protezione. Siccome per i giovani l’utilizzo dei media è strettamente connesso a motivazioni sociali, identitarie e emotive. Nelle attività mediaeducative la creazione e l’utilizzo dei media dovrebbe diventare motivo di confronto e di ridefinizione del dato per scontato. Insegnanti e media educator dovrebbero accompagnare i giovani lungo questo cammino senza rigidità normativa e supportando ragazze e ragazzi nella valutazione e nella riflessione riguardanti le loro decisioni stimolando così creatività e riflessività.

Per come la vedo io, la media Education dovrebbe essere dinamica, dialogica, capace di abbandonare il rigido guscio tecnologico per rimpossessarsi dei fattori sociali. Dovrebbe essere in grado di attraversare le esperienze dei più giovani e di modellarsi attorno alle loro necessità. Una Media Education di questo tipo può tradursi in scoperta e problematizzazione del dato per scontato, in una discussione critica delle pratiche quotidiane e in un potenziamento delle capacità partecipative e inclusive dei media attraverso la partecipazione diretta delle ragazze e dei ragazzi.