“‘Dicatio ad patriam’. La collocazione in pubblico di beni privati nella riflessione dei giuristi romani” di Marco Falcon

Dott. Marco Falcon, Lei è autore del libro ‘Dicatio ad patriam’. La collocazione in pubblico di beni privati nella riflessione dei giuristi romani edito da Jovene: cosa si indica con l’espressione dicatio ad patriam e quali ne sono le fonti?
‘Dicatio ad patriam’. La collocazione in pubblico di beni privati nella riflessione dei giuristi romani, Marco FalconCon l’espressione dicatio ad patriam si indica un insieme di regole, tendenzialmente afferente alle realtà municipali, volto a disciplinare il regime giuridico di certi beni – nella normalità dei casi statue ornamentali e onorifiche – collocati in un luogo pubblico da soggetti privati. Nel contesto municipale, infatti, molteplici erano le manifestazioni di evergetismo, ossia quelle azioni con le quali i privati cittadini beneficiavano la propria città tramite l’abbellimento dei luoghi pubblici, come nel caso dell’apposizione di statue, oppure attraverso l’organizzazione di giochi o, ancora, con la realizzazione di altre, diverse opere.

Bisogna però ricordare che la dicitura dicatio ad patriam, in quanto tale, non è romana, ma ‘romanistica’, giacché sono gli studiosi moderni e contemporanei, e non i giuristi romani, ad averla coniata. Anzi, in questo caso specifico si tratta addirittura di una terminologia di origine giurisprudenziale, che si ritrova per la prima volta, a quanto consta, in una sentenza della Corte di cassazione del 1920, nella quale fu introdotta da parte dell’Avvocatura di Stato nella persona di Luigi Biamonti, esperto di questioni inerenti ai beni culturali. Solo nel 1933 il nome dicatio ad patriam fa il suo ingresso nelle trattazioni specialistiche di diritto romano.

Per la verità, tuttavia, nei testi romani, e precisamente nel frammento del giurista Marcello di cui al passo del Digesto giustinianeo D. 34.2.6.2, si ritrova una nomenclatura simile, quella di ‘legatum ad patriam’, per un caso relativo a un lascito mortis causa. Inoltre, Plinio il Vecchio, nella Naturalis historia, cita anche una vicenda in cui vi era stata ‘dicatio’ (non definita, però, ad patriam) relativamente a una biblioteca, oltre che fattispecie riguardanti statue.

Al di là delle fonti dell’espressione, comunque, abbiamo i brani in cui è stabilita la disciplina di quella che poi è stata denominata dicatio ad patriam. Questa è contenuta, nel suo nòcciolo, in quattro fondamentali luoghi del Digesto, e cioè D. 41.1.41, D. 42.5.29, D. 43.24.11.1 e D. 44.1.23, ascrivibili a Ulpiano, Paolo e Labeone, ma recanti anche le opinioni di molti altri giuristi, in particolare di Trebazio Testa, Pegaso, Fufidio e Cassio Longino.

Quali problematiche solleva questo tema?
Sono numerose le questioni che si pongono nello studio dei passi di cui abbiamo detto: in essi, infatti, sia sotto il profilo testuale, sia sotto quello della concreta portata normativa, si annidano numerosi problemi, che hanno dato luogo a una pluralità di interpretazioni dottrinali, spesso discordanti.

Un primo aspetto riguarda il fatto che le nostre testimonianze – e in particolare D. 41.1.41 e D. 44.1.23 – danno rilievo alla mens di colui che pone la statua: in presenza di una particolare intenzione, infatti, i giuristi romani riconoscevano, in favore dei cittadini e a scapito del positor, una forma di tutela della collocazione in pubblico delle statue. Secondo i brani citati, infatti, il positor sarebbe rimasto titolare della statua collocata in pubblico, poiché a lui sarebbe riconosciuta l’azione tipica del proprietario, la rei vindicatio. Questa però, proprio in virtù della specifica volontà di vincolare il bene al beneficio della collettività, verrebbe bloccata attraverso un’eccezione concessa dal pretore, che avrebbe quindi impedito il vittorioso esperimento della rivendica. Inoltre, il magistrato avrebbe concesso un rimedio attivo ai cittadini, ove la statua fosse stata rimossa dal luogo di collocazione.

Molto si è dibattuto su quale si dovesse ritenere, in concreto, l’intenzione del privato nel porre la statua: secondo alcuni studiosi, almeno in certi casi il positor menzionato nei nostri testi avrebbe avuto l’intenzione di trasferire il manufatto alla collettività pubblica, senza trattenerne la proprietà. Di qui, è necessario domandarsi quale fosse l’atteggiamento della civitas nei confronti della collocazione, e ancora chiedersi come mai, ammessa l’intenzione di trasferire la proprietà della statua, le fonti ci dicano invece compattamente che il rimedio riservato al proprietario rimane in capo al positor: ciò significa, infatti, che nessun trasferimento si è concretamente perfezionato.

Quanto, dunque, all’atteggiamento della civitas nella quale il manufatto viene collocato, è stato necessario, in primis, verificare se il locus a ciò deputato dovesse essere previamente concesso: l’attribuzione di un permesso, di un titolo, al positor ci fa comprendere che la collocazione non sarebbe avvenuta all’insaputa o nell’indifferenza delle autorità cittadine, ma che viceversa esse avrebbero dovuto esprimere un proprio placet, verosimilmente concentrato sul valore ornamentale del bene. A questo proposito ci illumina il giurista Paolo, secondo il quale, come leggiamo in D. 43.9.2, ‘concedi solet, ut imagines et statuae, quae ornamenta rei publicae sunt futurae, in publicum ponantur’.

Tale concessione, come risulta anche dalle testimonianze epigrafiche, era sempre rilasciata, nel caso specifico delle statue, a titolo gratuito. Ciò – si può ritenere con ragionevole sicurezza – principalmente in virtù dell’abbellimento che esse recavano alla civitas, nonché del fatto che i luoghi deputati a questo tipo di utilizzo, come il foro cittadino, erano res in usu publico, e per questa loro caratterizzazione non potevano essere concessi a titolo oneroso. L’atto che permetteva la collocazione, però, non era certamente un atto di formalizzazione di un trasferimento di proprietà: di questo, difatti, non vi è alcuna traccia.

Veniamo dunque al secondo aspetto problematico, relativo alla situazione del positor. Anche gli studiosi che partono dall’idea che la mens del positor fosse volta al trasferimento della statua alla compagine cittadina riconoscono che le prerogative del proprietario restano riservate a colui che ha collocato il bene proprio, e che dunque il trasferimento non può essere avvenuto. Molti, di fronte a questo problema, hanno individuato la spiegazione in una presunta mancanza della capacità di possedere delle collettività cittadine.

Questo tema richiede un breve chiarimento. In Roma, diversamente che negli ordinamenti attuali, le ‘persone giuridiche’ come oggi le consideriamo non avevano ricevuto, in generale, un riconoscimento. Non si distingueva, cioè, tra le ‘persone giuridiche’ e le ‘persone naturali’ che la componevano, perché le prime non rappresentavano né uno schermo rispetto alle seconde, né, in linea generale, un centro di imputazione di situazioni autonome rispetto a quelle proprie dei singoli soggetti che ne facevano parte.

Posta questa premessa, l’idea che è stata espressa dalla dottrina è la seguente. Malgrado la volontà del positor di trasferire la statua, questa rimaneva nella sua proprietà perché l’ente pubblico – che ‘ente’, appunto, non era – non avrebbe potuto riceverla, possederla e mantenerne il possesso.

Nel libro si argomenta contro questa impostazione, perché i giuristi romani, i quali seguivano un approccio pragmatico e non certo rigidamente ancorato ai propri precedenti, avevano in realtà iniziato a riconoscere – in un primo momento proprio alle compagini pubbliche – alcune prerogative assimilabili a quelle dei privati, anche grazie a degli stratagemmi, come la possibilità per i municipia (cioè le entità che ci interessano maggiormente) di possedere tramite un soggetto terzo, fosse questi un libero o uno schiavo.

È allora necessario, constatate tutte queste difficoltà nel comprendere come mai la titolarità non passasse alla civitas, individuare una differente spiegazione delle nostre testimonianze: la proposta formulata è che, in realtà, questo problema sia mal posto, perché la mens del positor non sarebbe stata mai – mai ovviamente nei frammenti di cui disponiamo – volta a trasferire il dominium alla civitas, ma solamente a vincolare un bene all’uso pubblico, all’ornamento della città, pur mantenendone la titolarità.

In questo contesto, la mens del positor doveva essere dunque rivolta a ornare il municipium, oppure a far sì che comunque la statua rimanesse perpetuamente collocata in pubblico: questa intenzione giustifica un vincolo immediato, non assistito da un particolare consolidamento nel tempo della fruizione pubblica in una situazione proprietaria.

È questa, del resto, l’unica opzione interpretativa – perfettamente compatibile con le fonti – che riesce a coniugare l’effettiva volontà del soggetto che compie la dicatio con la perdurante disponibilità in suo capo dell’azione tipica del proprietario di un bene. Non a caso, in D. 43.24.11.1, ci viene detto che la statua è quasi publicata, nel senso che essa è in una situazione di bene ‘quasi’ pubblico, poiché rimane asservita all’uso della collettività come i beni pubblici, e tuttavia resta di proprietà privata, quantunque i diritti del titolare risultino gravemente menomati in favore della fruizione dei cittadini.

Quale rapporto intercorre, sotto il profilo materiale e giuridico, tra la statua e il locus positionis?
Anche questo è un problema che è sembrato opportuno indagare a partire dal tema della conservazione della proprietà della statua in capo al positor, e costituisce una questione che la dottrina ha affacciato in modo estremamente timido, senza mai dar conto compiutamente dei presupposti su cui essa si fonda.

Secondo le regole esistenti in diritto romano – non diversamente, del resto, da quelle vigenti oggi – ‘unendo’, ossia fissando, un bene mobile, come una statua, a un bene immobile, come può essere un edificio o semplicemente un fondo, il primo entra a far parte del secondo, cioè vi accede – il meccanismo giuridico si chiama, in effetti, accessione –, in modo tale che la proprietà si consolida in capo al titolare del principale, che in questo caso è sempre il proprietario del bene immobile. Questo è un meccanismo oggettivo, che trascende la presenza di una specifica mens in capo al soggetto che unisce.

Siccome la statua viene collocata in pubblico, è del tutto lecito (e, anzi, necessario) domandarsi come essa venisse assicurata al suolo – anche per preservarla dai furti – e se ciò avesse delle conseguenze giuridiche: dunque, è necessario specificare – dal punto di vista materiale e giuridico appunto – in cosa consista la positio.

Sotto il profilo materiale, possiamo rilevare che le statue venivano assicurate, con varie tecniche essenzialmente riferibili alla colatura del bronzo, solamente alle proprie basi – fornite certamente, almeno in linea di principio, dallo stesso titolare della statua –, blocchi di notevole peso che le fissavano così nel locus positionis (anche se ciò, probabilmente, non era sufficiente a prevenire le sottrazioni perpetrate separando la statua dalla base).

Se è così sotto il profilo materiale, è evidente che l’autonomia dell’insieme statua-base, globalmente proprietà esclusiva del positor, supera qualsiasi problema relativamente alla possibilità che la proprietà sia trasferita alla collettività non in forza della mens avuta dal titolare della statua al momento della collocazione, bensì in virtù dell’unione della statua stessa al locus positionis, perché tale unione difetta del tutto.

Quali posizioni sono state espresse al riguardo dai giuristi, dai tempi medievali agli studiosi dei nostri giorni?
Le posizioni espresse sulla dicatio ad patriam sono state estremamente varie nel tempo, anche e soprattutto a seconda delle soluzioni date ai problemi cui finora abbiamo accennato.

Il percorso è stato abbastanza complesso, ma ci sono certamente delle linee di tendenza che passano essenzialmente per le epoche e, più tardi, per la nazionalità degli autori.

In un primo momento, infatti, la discussione si è incentrata sulla comprensione testuale dei brani. Nella Magna Glossa – opera di raccolta portata a termine nel XIII sec. dal grande Accursio, il quale in essa raccolse il lavoro dei glossatori a lui precedenti, aggiungendovi il proprio personale apporto –, si tende a ricondurre la titolarità delle statuae in publico positae alla civitas (e dunque a considerare le statue pubbliche) in base a una lettura, oggi del tutto abbandonata, di un passaggio di D. 41.1.41, il principale dei nostri testi. In esso, infatti, si afferma che le statue collocate in pubblico civium non esse, ciò che, secondo l’opinione riportata nella Glossa (seguita da Gotofredo, importante giurista vissuto a cavallo tra il XVI e il XVII sec.), indica che nessun singolo privato ne è proprietario, e dunque che esse sono pubbliche.

La prima vera trattazione organica del nostro tema è opera di un autore sostanzialmente contemporaneo di Gotofredo, il giurista vicentino Giulio Capra, autore di un trattato imperniato sul libro 41 del Digesto – dove è appunto custodito il brano poco fa richiamato –, nel quale il genitivo civium viene letto quale riferimento alla collettività dei cittadini globalmente intesa, e cioè nel modo oggi corrente (per cui le statue non appartengono alla collettività). In più, con una proposta che, se pure non è condivisibile, è comunque assai brillante, Capra ipotizza che le statue siano in bonis civium, ossia che i cittadini ne abbiano una disponibilità che non è riconosciuta dal diritto civile romano, ma è comunque tutelata dal pretore: ipotesi, questa, ripresa circa tre secoli dopo da Flaminio Mancaleoni.

Facendo un balzo temporale in avanti, nel tratto finale dell’Ottocento e in quello iniziale del secolo successivo vediamo la dottrina tedesca – si possono ricordare Alfred Pernice e Friedrich Ebrard – impegnata nello studio dei nostri frammenti, secondo due principali linee di analisi: una volta ad approfondire il tema, sopra accennato, della capacità degli enti e in particolare di quelli pubblici; l’altra volta a chiarire il tenore testuale dei passi, anche ipotizzandone l’alterazione da parte dei compilatori che, incaricati da Giustiniano, adulterarono l’originale tenore dei testi dei giuristi (in gergo tecnico ‘interpolandoli’) per farne un insieme coerente.

È poi con la dottrina di lingua italiana e tedesca del Novecento che ci si avvia a una lettura ‘sistematica’ delle nostre fonti, anche in ragione del fatto (per l’Italia, ma con riflesso pure sull’approccio degli studiosi di area germanica) che la giurisprudenza italiana ha preso ad applicare la dicatio ad patriam a casi attuali, traendone un istituto unitario.

Così, si inizia a esaminare i quattro noti frammenti nell’ambito del diritto dei beni d’arte, e comunque in modo organico, leggendoli – anche con alcune sicure esagerazioni, come nel caso di Stephan Brassloff, che si è spinto sino a proporre delle integrazioni reciproche tra i varî passi – gli uni alla luce degli altri, tentando di comprenderne il significato complessivo e di distinguerne i punti di contrasto: opera, questa, svolta sicuramente, tra gli altri, dagli studi di Rudolf Düll e di Francesco Musumeci.

Tra la fine del secolo scorso e il momento attuale, questa tendenza – portata avanti, nel contesto spagnolo, da Rosalía Rodríguez López –, si è saldata con la presa d’atto che la dicatio ad patriam è ormai stabilmente assurta, almeno in Italia, a istituto di larga applicazione giurisprudenziale, e che è pertanto necessario confrontarsi anche con questa realtà. Così, tra gli altri, Giambattista Impallomeni ha valorizzato proprio le fonti romane che abbiamo visto per evidenziare come il diritto romano sia, per quel che attiene alla dicatio ad patriam, ancora vigente, rinvenendo peraltro un caso relativamente recente di dicatio nella collocazione, avvenuta nel 1837 a opera di Giorgio e Giordano Emo Capodilista, di un cavallo ligneo nel Palazzo della Ragione di Padova, che fa ancora oggi mostra di sé con un’iscrizione che richiama la destinazione impressa al bene, rivolto a beneficiare direttamente i cittadini padovani. Ancor più recentemente, Salvatore Randazzo e Laura Solidoro hanno preso in considerazione i nostri stessi testi, con uno sguardo attento – e a tratti critico – rispetto al modo in cui, oggi, viene considerata la dicatio nelle sentenze delle Corti italiane, ritenuto spesso difforme dal regime romano, cui pure l’applicazione attuale si richiama – ormai il più delle volte inconsapevolmente – in assenza di qualunque riferimento legislativo alla dicatio ad patriam.

Come si è evoluta la giurisprudenza italiana in merito dall’Ottocento in poi?
Questo è un aspetto veramente affascinante, anche per il giurista dedito al diritto positivo. Va premesso che, nella prima metà dell’Ottocento, uno sparuto gruppo di studiosi del diritto civile – tra i quali si possono ricordare Emanuele Gianturco e Giorgio Giorgi – richiamava la dottrina dei legati ad patriam per disciplinare certi diritti di uso pubblico originati dall’atto del privato che metteva un proprio bene a disposizione di una collettività.

Che si abbia contezza, la prima sentenza a recepire queste riflessioni in maniera esplicita, valorizzando apertamente l’apporto del diritto romano, è una pronuncia della Corte d’appello di Genova, che il 10 luglio 1865 decise una controversia molto curiosa. Questa, in specie, riguardava la collocazione in pubblico della Madonna degli Orefici, capolavoro dello sventurato pittore Pellegro Piola, ucciso proprio il giorno prima dell’esposizione in pubblico dell’opera, avvenuta nel 1640. Nella controversia era in discussione la possibilità che il dipinto venisse ricompreso nella vendita in blocco dei beni della corporazione degli orefici – la quale aveva commissionato il quadro e l’aveva posto nella pubblica via –, disciolta nel 1841 dalle regie patenti di Carlo Alberto di Savoia-Carignano. In quella vicenda – sulla quale sarà pubblicato a breve un mio ulteriore studio – venne riconosciuta, proprio sulla base delle fonti romane viste prima, la perpetua destinazione al pubblico della tavola, ancorché essa fosse di proprietà privata, e più di tutto venne sancita la sua inamovibilità.

Possiamo poi individuare altri due cruciali arresti: quello della Corte di cassazione del 1920, nel quale vediamo comparire per la prima volta, in relazione alla regolamentazione romana il cui uso andava intanto consolidandosi, la dicitura ‘dicatio ad patriam’, e un altro del 1933, il cui commento da parte di Francesco de Martino e di Edoardo Carrelli segna il definitivo ingresso dell’espressione anche negli studi romanistici.

Venendo alla giurisprudenza di oggi, se, in una qualsiasi banca dati, si esegue una ricerca con la stringa ‘dicatio ad patriam’, si troveranno decine di sentenze: si pensi che la più recente visibile al momento tramite un diffuso strumento di consultazione è di questo agosto, ma i risultati ammontano a svariate centinaia. Si può anche notare, sempre attraverso questa base empirica, che il riconoscimento della dicatio ad patriam è in netta crescita: nel medesimo archivio, dal 2005 al 2012 in relazione a essa compaiono tra le 12 e le 19 pronunce all’anno, mentre dal 2013 al 2020 la media è nettamente sopra le trenta.

In questo notevole scenario, la giurisprudenza oscilla per la verità tra un filone più attento alla volontà di colui che sottopone il proprio bene all’uso pubblico – e dunque più coerente con il tenore delle fonti romane, volte alla continua valorizzazione della mens del positor – a orientamenti maggiormente ‘oggettivisti’, che annacquano l’importanza dell’intenzione di colui che colloca il bene, e che sono sicuramente meno aderenti a quanto i giureconsulti ci hanno tramandato.

Quali spunti offrono i testi relativi alle statuae in publico positae?
Lo spunto che si può trarre dai testi romani, oggi, si collega proprio a questo fenomeno di recupero giurisprudenziale. Certamente i nostri frammenti sono tutti incentrati sulle statuae in publico positae, e tuttavia i principî che essi esprimono possono essere applicati a ogni tipo di bene, purché collocato in pubblico da un privato con una corrispondente mens. Questo è stato riconosciuto da tempo, a livello dottrinale, da Impallomeni – il quale anzi non escludeva che vi potessero essere casi differenti dalle statue anche presso i Romani, che certamente, come detto poc’anzi, riconoscevano per esempio anche il caso delle biblioteche, pur non analizzato in un’ottica giuridica nei brani a noi pervenuti –, e del resto la giurisprudenza fa oggi un uso del tutto libero della dicatio, applicandola a una vasta serie di oggetti, e persino a beni immobili.

Seppure non tutte le sentenze tengano in pari considerazione quegli elementi che, per i prudentes, erano i fondamenti costitutivi del vincolo – soprattutto, come detto, per quanto concerne la mens del positor –, risulta chiaro come la riflessione dei giuristi romani abbia forgiato un insieme di regole oggi fondamentale, e oltretutto di applicazione crescente proprio negli ultimi anni.

Uno spunto con uno sguardo più ampio, allora, può essere colto in merito all’importanza rivestita dallo studio del diritto romano per il giurista contemporaneo, che non si riduce certo a una funzione oggi definita, con dubbio intento, ‘culturale’. Esso, viceversa, ha evidenti risvolti sul piano proprio delle discipline giuridiche, ossia quello pratico, ove si abbia la volontà e la pazienza di studiarlo a fondo, riconoscendo, nel vasto patrimonio tramandato, le riflessioni idonee a contribuire alla soluzione di quei problemi concreti che non sono oggi diversi – nella loro struttura fondamentale – da quelli che si prospettavano agli antichi.

Marco Falcon è assegnista di ricerca presso l’Università di Padova. Autore di varie pubblicazioni attinenti all’ordinamento romano, ha dedicato particolare attenzione al diritto di età arcaica e alla disciplina dei beni in età classica.

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