Diana. Vita e destino Vittorio SabadinDottor Sabadin, Lei è autore del libro Diana. Vita e destino edito da Utet: come si spiega il clamore mondiale suscitato dalla morte di Diana?
Ci fu un fortissimo processo di identificazione con Diana e anche di senso di colpa nei suoi confronti. Moltissime ragazze non avevano finito le scuole come lei, tendevano a ingrassare come lei, soffrivano di bulimia o anoressia, avevano sposato l’uomo sbagliato, erano state tradite e cercavano di liberarsi da un ambiente autoritario che le soffocava. Diana aveva parlato liberamente di tutto questo, avviando questo processo di identificazione. E poi ci fu come la sensazione di non avere fatto abbastanza per lei, di non averla lasciata in pace: non possiamo dimenticare il titolo che fece il giornale l’Unità: “Perdonaci principessa”. Le persone che accusavano giornalisti e fotografi di averla uccisa erano le stesse che andavano all’edicola a comprare i giornali con le sue foto insieme con l’ultimo amante.

A vent’anni dalla tragica morte della Principessa nel tunnel dell’Alma a Parigi, cosa manca ancora da accertare?
Nulla. Tre inchieste, due britanniche e una francese, hanno ricostruito nei dettagli gli avvenimenti di quella notte. Non ci fu alcun complotto. L’incidente avvenne per le gravissime carenze dell’apparato di sicurezza degli Al-Fayed, che permisero a Diana e Dodi di salire su un’auto insicura che aveva avuto un grave incidente e non stava in strada, guidata da un addetto alla sicurezza che non era un autista e aveva bevuto dieci Pernod al bar del Ritz perché era fuori servizio, e che guidava a 130 km orari in uno dei tunnel più pericolosi di Parigi. Quella velocità non era necessaria e creava un pericolo maggiore di quello dal quale si fuggiva: qualche fotografo che inseguiva l’auto e che aveva già fotografato la coppia per tutto il giorno.

“Principessa del popolo”, moglie tradita, icona umanitaria: cos’era davvero Diana?
Tutte e tre le cose. E’ riuscita molto bene ad amministrare la sua immagine popolare anche con la complicità di giornalisti e fotografi, con i quali aveva un ottimo rapporto di reciproca utilità. Si è sentita tradita da Carlo che non ha mai rinunciato a telefonare e a scrivere a Camilla, ma la loro relazione è ripresa solo dopo la nascita di Harry, quando il matrimonio era ormai naufragato. L’aspetto umanitario di Diana è infine la sua caratteristica migliore: aveva davvero una capacità taumaturgica nell’assistere le persone in difficoltà. Fu la prima a toccare i malati di Aids, quando si pensava che il contagio si potesse trasmettere solo stando loro vicino.

L’immaginario popolare ha fatto di Diana un simbolo, quasi un’icona pop, in una sorta di processo di santificazione laica: Diana aveva un lato oscuro?
Dobbiamo pensare a lei come a una ragazza di 19 anni che non ha finito le scuole superiori, non ha mai letto un libro, non ha mai fatto un lavoro vero, non ha mai avuto una storia d’amore e sposa il principe di Galles dopo averlo incontrato in tutto 13 volte e credendo di vivere una favola. Non è stata in grado di affrontare la realtà e ha reagito nel modo peggiore, accusando gli altri di manchevolezze che erano essenzialmente sue. Anche i traumi subiti nell’infanzia, come la fuga da casa della madre quando lei aveva 6 anni hanno contribuito alle sue insicurezze. Era anche manipolatrice e vendicativa, aveva certamente un lato oscuro.

Cosa l’ha colpita di più in questo viaggio nella vita di Diana Spencer?
La differenza tra quello che tutti pensiamo sia accaduto tra lei e Carlo e la realtà dei fatti. Delle difficoltà incontrate da Diana con il marito e con la famiglia reale noi avevamo solo la sua versione, come lei l’aveva raccontata in tv e sui libri che aveva direttamente ispirato. La Royal Family non smentiv maai, né interveniva per rettificare ricostruzioni inesatte. Diana ne ha largamente approfittato, raccontando molte bugie, manipolando la verità e me ttendo sotto una cattiva luce Carlo, Camilla, la regina Elisabetta e suo marito Filippo. Le cose però sono andate diversamente.

Cosa ne sarebbe stato oggi di Diana se non fosse morta in quella tragica notte del 31 agosto 1997?
La memoria di tutti i personaggi famosi che muoiono giovani, pensiamo a James Dean, Marilyn Monroe, Jim Morrison, resta inalterata negli anni, il tempo non la scalfisce: non invecchiano e non commettono più errori. Lo stesso è accaduto a Diana. Se non fosse scomparsa a 36 anni nel tragico incidente di Parigi, probabilmente non ne avremmo lo stesso ricordo che ne abbiamo oggi. Se avesse sposato Dodi Al-Fayed la sua popolarità sarebbe crollata da un giorno all’altro, come avvenne per Jaqueline Kennedy quando sposò l’armatore greco Aristotile Onassis, un uomo molto ricco ma dal passato burrascoso e oscuro. Se poi si fosse convertita all’Islam, come pensava già di fare durante la sua relazione con il chirurgo pachistano Hasnat Khan, anche le persone che più l’amavano non avrebbero approvato la sua scelta, né si sarebbero più identificate con lei. Diana si era abituata a una vita lussuosa, piena di servitori, palazzi, autisti, gioielli e vestiti, e cercava una relazione con un uomo facoltoso. Oggi forse vivrebbe in America dopo avere sposato un miliardario o un giocatore di baseball, e non interesserebbe più a nessuno.