“Dialoghi” di Platone

Dialoghi, PlatoneDialoghi
di Platone
versione di Francesco Acri
ET Classici
Einaudi editore

«Platone pubblicò forse venticinque dialoghi filosofici (l’autenticità di alcuni è controversa) e l’Apologia di Socrate (non un dialogo, ma la riproduzione della difesa di Socrate al proprio processo), scritti lungo un periodo di cinquant’anni: ci sono pervenuti tutti. Vi sono anche tredici lettere (le Epistole), la cui autenticità è molto discussa. Platone stesso pensava che la parola parlata fosse superiore a quella scritta (Fedro e cfr. la settima epistola) e Aristotele fa riferimento a dottrine non riscontrate nei dialoghi: è perciò possibile che soltanto le lezioni di Platone avessero fornito l’autentica esposizione delle sue opinioni. Non si conosce l’ordine cronologico esatto dei dialoghi, ma la testimonianza dello stile e la valutazione della dottrina consentono un’approssimativa divisione in tre periodi.

Il primo periodo comprende l’Apologia di Socrate, il Carmide, il Critone, l’Eutifrone, l’Ippia Minore, lo Ione, il Lachete e forse il Liside (che può essere più tardo). In questi Socrate è il personaggio principale, che prende in considerazione e distrugge le opinioni dei suoi interlocutori. Il secondo periodo comprende il Protagora, il Gorgia, il Menone, il Menesseno, l’Eutidemo, il Fedone, il Fedro, il Cratilo, il Parmenide, la Repubblica, il Simposio e il Teeteto. In questi Socrate è ancora la figura principale e propone ora dottrine precise, che possono essere considerate proprie di Platone, o almeno come interpretazione e sviluppo di Platone del pensiero di Socrate. Il terzo gruppo, opera degli ultimi anni di Platone, comprende il Crizia, il Filebo, il Politico, il Sofista e il Timeo; le Leggi, l’ultima e più lunga opera di Platone, fu pubblicata dopo la sua morte, probabilmente senza che fosse riveduta.

Dei dialoghi, il Carmide, il Lachete e il Liside si occupano della natura, rispettivamente, della temperanza, del coraggio e dell’amicizia. Nell’Ippia Minore una discussione con il sofista eleatico di quel nome dimostra con argomentazioni sofistiche come colui che faccia peccato intenzionalmente sia meno biasimevole di colui che lo commette senza intenzione. Lo Ione è la geniale derisione di un rapsodo che è mostrato come ignaro della sua arte. L’Eutidemo è una divertente satira sui Sofisti. Nel Menesseno, che alcuni hanno esitato ad attribuire a Platone, Socrate pronunzia un’orazione funebre (secondo lo stile dell’orazione funebre di Pericle nel libro II della Storia di Tucidide) che sostiene sia stata composta dall’etera Aspasia, e che è evidentemente satirica. Nel Parmenide il giovane Socrate incontra i più anziani filosofi eleatici Parmenide e Zenone, difende piuttosto ingenuamente la teoria delle idee e subisce qualche critica efficace; è un dialogo difficile. Il Crizia è un dialogo incompiuto, una continuazione del Timeo. Contiene la leggenda della vittoria degli Ateniesi sulla popolazione dell’isola scomparsa di Atlantide. Il Filebo è una discussione sui pregi rispettivi del piacere e della saggezza come elementi di una buona vita. Nel Politico («uomo di stato») è indagata la natura dell’ideale platonico del re o dello statista. In assenza del capo ideale la migliore linea pratica per i cittadini consiste nell’ideare con cura le leggi e nel renderle inviolabili.

Gran parte del fascino dei dialoghi platonici sta nell’impostazione drammatica, nella descrizione delle scene in cui si svolgono, nei caratteri interessanti e divertenti che rappresentano e nell’ironia piacevole di Socrate.

È difficile capire, nei primi dialoghi, fino a qual punto Platone stia riproducendo i punti di vista di Socrate e in che misura li abbia superati, ma nei dialoghi più tardi è logico pensare che Platone stia proponendo le proprie dottrine. Il suo interesse primario è per l’educazione morale. Platone ritiene che da un lato sia possibile essere un uomo buono senza conoscere esattamente che cosa significhi essere un uomo buono o che cosa sia la bontà. Ciò significa avere una retta opinione (orthé dòxa), cosi come un uomo potrebbe pensare correttamente che una strada porta a Larissa (l’esempio di Platone nel Menone) senza averla percorsa e aver raggiunto Larissa di persona. D’altro lato, però, l’avere soltanto una retta opinione significa trovarsi in una condizione precaria: incontrare una nuova idea sulla bontà potrebbe generare confusione in una persona, così da non farle apprezzare il suo giusto valore. V’è bisogno di vera conoscenza, che è diversa dalla retta opinione, perché con essa si è in grado di fornire definizioni o spiegazioni di ciò che si conosce.

I primi dialoghi presentano Socrate che cerca definizioni di particolari virtù: del coraggio nel Lachete, della temperanza nel Carmide, della pietà nell’Eutifrone, o della virtù in generale nel Menone, ma senza raggiungere conclusioni concrete. La virtù è materia di conoscenza. Socrate e Platone furono ambedue attratti dall’idea che la conoscenza della virtù è di genere simile alla conoscenza del modo di esercitare un mestiere, come rattoppare scarpe. Ne conseguiva per Socrate e Platone (sebbene non per molti altri) che il peccato è risultato dell’ignoranza; se la gente conoscesse veramente il bene sarebbe costretta a farlo. In ogni modo la conoscenza di che cosa sia il bene renderebbe capace la gente sia di essere buona essa stessa, sia di condurre gli altri alla conoscenza del bene. Un uomo in possesso di tale conoscenza potrebbe costituire il capo ideale. Soltanto l’indagine filosofica, cioè la pratica della dialettica, può portare alla vera conoscenza e deve essere preceduta dallo studio della matematica e del pensiero astratto in generale, compresa la logica, come pure la scienza di governo. Solo pochi uomini scelti possono essere in grado di raggiungere tale genere di vera conoscenza; gli altri debbono accontentarsi di avere rette opinioni.»

tratto da Dizionario delle letterature classiche, diretto da Margaret C. Howatson, edizione italiana a cura di Maurizio Bettini, traduzione di Lucia Beltrami, Einaudi editore

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