“Dialoghi con Leucò” di Cesare Pavese

Dialoghi con Leucò, Cesare PaveseQual è il nostro destino? Chi siamo, e che cosa diventiamo? Perché ci anima l’idea dell’immortalità, e qual è il nostro rapporto con il divino? Perché, noi mortali, cerchiamo di diventare immortali, con le nostre imprese; mentre, allo stesso tempo, coloro ai quali ubbidiamo – gli dèi – ricercano il sollazzo mortale e terreno?

Dialoghi con Leucò è un’opera strana, complessa: un’opera che esce dagli schemi, e che suggerisce idee nuove, ma allo stesso tempo antiche. Pavese vuole indagare le origini del genere umano – ciò che ci muove, ciò che ci perseguita. Quale miglior modo per farlo, che non attraverso i miti greci: quelle storie antiche che sembrano aver segnato e descritto per sempre i nostri destini?

I miti greci sono tanti, e sono complessi. Pavese dimostra di conoscerli benissimo, di aver studiato sapientemente ogni singolo dettaglio, così nel profondo da riuscire a rendere quell’intricato mondo il più realistico possibile. Ed è proprio questa la magia di Dialoghi con Leucò: quei miti, così distanti da noi, persi tra le costellazioni del cielo, vengono tirati giù e appoggiati a terra, tra noi – resi reali –, con un sublime colpo di penna.

I ventisette dialoghi che seguiranno ci parlano del genere umano, e del suo rapporto con il divino. La ricerca dell’uomo, schiavo delle necessità quotidiane della vita terrena, è tutta tesa verso l’immortalità. Con le antiche storie greche, l’autore indaga questa trama, da più punti di vista: l’ambizione della gioventù, la saggezza dell’anzianità, la magia, il destino, la terra, la famiglia, l’amore. I singoli dialoghi fanno parte di un dialogo più grande, che tutti li accomuna e li ingloba, e che continua ad evolvere insieme all’avanzare delle storie in esso contenute.

Scritto in seguito agli avvenimenti della seconda guerra mondiale, Dialoghi con Leucò sembra l’eco di un destino di vita dannato e al contempo immortale. Si dice che Pavese avesse trovato, in maniera geniale, il modo di commentare la tragedia di quegli anni allontanandosi, paradossalmente, da quella realtà. Alienandosi, isolandosi. Trovando riparo altrove. Quelle conversazioni, così sottili, così intense e profonde, cariche di tragedia, ci sussurrano un’idea, una condizione di vita. La mancanza assoluta di azione non è casuale: è proprio dopo gli avvenimenti (talvolta anche prima di essi, quando c’è il presentimento di un’imminente catastrofe), che si può riflettere a mente lucida, considerare tutti gli aspetti di un tema, estraendone infinite verità: tutte importanti, tutte rivelatrici della nostra natura intrinseca. Le terre e i campi dei quali Pavese sempre scrisse, e che egli amava, diventano qui la metafora di una più ampia descrizione: quella dell’animo umano, quella della volontà divina, inserite in un paesaggio che risalta questa interazione eterna: quella tra il cielo e la terra.

La nube
‘La nube’ apre quest’opera come un avvertimento: quello della tragica sorte dell’uomo, mortale, di fronte alla legge divina. Come se su questa spietata verità – la precarietà dell’esistenza umana – si fondasse non solo l’opera di Pavese, ma anche l’intera nostra vita. L’autore condensa i violenti avvenimenti della storia di Issione, re dei Lapiti della Tessaglia, omicida tra i mortali (avendo ucciso il suocero) e adultero tra gli immortali (avendo desiderato la dea Era, moglie di Zeus, durante la sua permanenza nell’Olimpo), in una conversazione premonitrice del destino del personaggio stesso. La scena lo oppone a Nefele, una nuvola – o nube – creata da Zeus affinché, assumendo le sembianze di Era, inganni e adeschi il desiderio di Issione. In seguito all’unione tra quest’ultimo e Nefele, nascerà un centauro, e “per la sua audacia” il re verrà confinato nel Tartaro e condannato ad un’eterna tortura: attaccato ad una ruota che girerà per sempre.

“C’è una legge, Issione, cui bisogna ubbidire.”

Con queste parole si apre il primo dialogo dell’opera. È Nefele, la nube, a proferirle, durante un’intima conversazione tra lei ed Issione, il quale sembra in procinto di scalare il monte divino. Nefele teme ciò che verrà, e avverte il suo compagno. “C’è una legge”, dice, quella degli immortali, che può portare a conseguenze ben più gravi della morte. Il dialogo sembra tracciare la storia del mondo, distinguendo tra quello antico, in cui “non c’era padrone” e l’uomo regnava incontrastato, e quello attuale, in cui è “mutato il destino”. Issione appartiene al primo mondo, e non ha paura; per lui non esiste evento più grave della morte. Ma Nefele lo avverte, cerca di metterlo in guardia contro la follia dei “nuovi padroni”, gli immortali, i quali serbano progetti ben peggiori della morte contro chi li disturba, o, peggio, li provoca. È dunque già avvenuto un passaggio essenziale in questo primo momento; un passaggio che precede la nostra lettura, e di conseguenza la nostra conoscenza. L’ordine delle cose, quando l’opera comincia, è già cambiato. L’uomo è già in pericolo: il destino di Issione – così come quello di tutti noi – è già segnato.

La chimera
È con lo stesso concetto che si apre anche il secondo dialogo, attraverso il quale Pavese intende dar seguito al discorso sul desino dell’uomo direttamente dall’interno di una famiglia della mitologia greca: quella di Sìsifo, fondatore dell’odierna Corinto, cui seguirono Glauco e Bellerofonte, uccisore della Chimera. È proprio il nome di questo mostro ad intitolare il dialogo, come ad indicare che ogni impresa eroica mortale lascia un segno indelebile.

I protagonisti sono Ippòloco, figlio di Bellerofonte, e Sarpedonte, suo nipote. Quest’ultimo riporta allo zio le condizioni e le narrazioni di Bellerofonte, ormai vecchio e solo, vagabondante per le campagne. Sono così presenti i tre stadi della famiglia: anzianità, adultità, gioventù. La vera minaccia non incombe tanto su Bellerofonte, eroe consumato dalle proprie imprese (“Tuo padre sconta la Chimera.”) e abbandonato dagli dèi per aver cercato di raggiungerli, quanto piuttosto sul giovane Sarpedonte, le cui conquiste e il cui viaggio di vita devono ancora cominciare. Egli sembra rendersi conto dell’incombenza di un destino feroce, dal quale i suoi antenati non hanno potuto sottrarsi, nonostante le loro imprese. Ascolta con grande attenzione le storie premonitrici del nonno, a differenza di Ippòloco, che sembra non curarsi troppo di ciò che è stato e ormai non è più.

Il giovane e il vecchio sono dunque uniti da un unico destino: da un sangue che ribolle, un’ambizione che scalcia, una paura che spinge ad agire. “Se vuoi vivere, smetti di vivere…”, consiglia il nonno al ragazzo. Ippòloco rappresenta il nuovo ordine delle cose, un’ulteriore passaggio verso un mondo più sereno, in cui la crudeltà degli dèi rappresenta ormai soltanto il passato. Ma i segni sono indelebili. Le rocce piangono, i venti sussurrano, il destino chiama: e Sarpedonte lo sa.

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I ciechi
Parlando di destino, tuttavia, risulta difficile trovare una storia più significativa di quella di Edipo. Ne ‘I ciechi’, il futuro sviluppo della storia ci viene già annunciato dal titolo, e confermato dall’ultimo verso:

“Prego gli dèi che non mi accada.”

Il giovane Edipo, re di Tebe, crede negli dèi, nella loro volontà, e prega che questi lo preservino dalla cecità invecchiando. Dialoga con il vecchio profeta Tiresia, il quale è già cieco da tempo e gli dice che:

“Le cose del mondo sono roccia, Edipo.”

Tiresia, vissuto in Tebe attraverso sette generazioni, tramutato in donna dalla dea Era per ben sette anni, conosce i segreti del mondo. Egli sa che la volontà degli dèi è un capriccio – verbale – in confronto alla dura natura delle cose, quelle che semplicemente accadono, quelle che arrivano da un mondo antico in cui gli dèi, giovani come Edipo, ancora non esistevano. Il destino, in questo caso, è una profezia. Una profezia muta ma ineluttabile, alla quale non si può sfuggire. Il dialogo tra i due è significativo, poiché è proprio attraverso Tiresia che Edipo scoprirà di averla esaudita quella profezia. Egli saprà che il suo destino è duro (“è roccia”) come le cose del mondo: al di là della volontà divina.

Le cavalle
Ma le cose sono – ed erano – anche bestia. I centauri, schiavi della passione ma elevati dal grande intelletto, erano tutto, ci ricorda Chirone:

La montagna il cavallo la pianta la nube il torrente – tutto eravamo sotto il sole. Chi poteva morire a quel tempo? Che cos’era bestiale se la bestia era in noi come il dio?

Eppure gli dèi puniscono la selvaggia espressione passionale: gli dèi puniscono la bestia, perché:

Ogni volta che il caos trabocca alla luce, alla loro luce devon trafiggere e distruggere e rifare. Per questo Corònide è morta.

Così inizia anche il destino di Asclepio (noto medico dalla grande generosità): con un’uccisione, con la violenza. Ma il dialogo tra Ermete e Chirone in ‘Le cavalle’ ci ricorda che sarà proprio quest’ultimo, il centauro, a prendersi cura del bambino; ad istruirlo, renderlo erudito, eroe tra i mortali per le capacità di guarire quegli stessi. Chirone, saggio ed esperto, può già affermare con grande determinazione quale sarà il futuro del bambino: non solo medico di grandi capacità (come il suo magnanimo maestro), ma anche uomo (figlio di Apollo) schiavo dei crudeli peccati carnali del mondo.

Il fiore
Poi arriva la primavera. E Iacinto è morto. Ne parlano Eros, il dio dell’amore e del desiderio, e Tànatos, personificazione della morte, dopo aver assistito alla tragedia “dolce-atroce”, come la definisce Pavese nella breve introduzione al dialogo. Con la morte del giovane ragazzo, sembrano invertirsi i ruoli della natura: un fiore nasce dal sangue; la morte (Tànatos) è più sensibile e meno crudele della passione (Eros); un dio (Apollo) inavvertitamente uccide colui che ama e dal quale non riesce a separarsi. Tutto è ribaltato, tutto è caos. Ma come dice Tànatos: “quando un dio avvicina un mortale, segue sempre una cosa crudele.”

Iacinto, principe di Sparta, è ucciso accidentalmente da Apollo, dio desideroso e innamorato di questo ragazzo, sceso in terra per passare del tempo con lui, mentre si allenano al lancio del disco per le Olimpiadi alle quali il giovane avrebbe preso parte. Il fiore rappresenta dunque la distruzione caotica: il violento volere degli dèi, che a nulla rinunciano, che a nessun mortale risparmiano la vita. Il loro volere è legge. Il loro capriccio è morte, e la morte è un fiore. Si nasce per morire e si muore per nascere:

Si comincia e si muore nel sangue.

La bestia
Il discorso di Endimione in ‘La bestia’ sembra quello di chi sogna. Lo straniero cui si rivolge si rivela essere un dio, che proprio alla fine gli fa sapere che la vedrà: la sua amata, la luna. Artemide, o Selene, la personifica, e dopo essersi innamorata del giovane, egli è condannato ad un sonno eterno, ad una ricerca disperata che continua, notte dopo notte, sotto la dolce luce del chiaror di luna. L’oggetto del suo desiderio, ciò che lo eleva al di sopra del comune mortale è in realtà una bestia, selvaggia, come una bacca nella radura; come un fiore. È proprio qui il paradosso: “Un fiore che è come una belva?”. “Sì”, è la risposta che Endimione cerca. Sì: l’attrazione immortale è spietata come una belva – poiché condanna al sonno eterno –, ma appare dolce e bella come un fiore agli occhi di chi vive nella selva.

Schiuma d’onda
Sempre la natura, con i suoi elementi, ci conduce al tema dell’identità. Tra le onde del mare che si infrangono contro le rocce nei pressi di Cipro, il destino dell’uomo risulta difficile da accettare. Saffo, poetessa suicida, sfugge l’inquietudine per diventare inquietudine: trasformandosi in ‘Schiuma d’onda’. La stessa schiuma d’onda nella quale si gettò – per salvarsi, non per sfuggire alla vita – la sua interlocutrice Britomarti, ninfa dei monti. La stessa schiuma d’onda dalla quale nacque Afrodite, dea bellissima dinanzi alla quale “tutte fuggiamo”.

Si può accettare che una forza ti rapisca e tu diventi desiderio, desiderio tremante che si dibatte intorno a un corpo, di compagno o compagna, come la schiuma tra gli scogli? E questo corpo ti respinge e t’infrange, e tu ricadi, e vorresti abbracciare lo scoglio, accettarlo. Altre volte sei scoglio tu stessa, e la schiuma – il tumulto – si dibatte ai tuoi piedi. Nessuno ha mai pace. Si può accettare tutto questo?

Dalle profonde e tormentate riflessioni di Saffo – o di Pavese – emerge il dubbio esistenziale, la domanda non risposta dentro ognuno di noi. Questo dialogo la evidenzia forse più di tutti gli altri, immergendo il quesito eterno nell’immensità del mare: e portando così il lettore stesso a perdersi, di fronte ad un tale scenario. Ma la questione si fa ancora più articolata, poiché sono due donne a parlare; una di loro ci fa notare la sua paura più grande: “che un uomo ci possegga, ci fermi”. È proprio la poetessa, simbolo del lesbismo, a desiderare di liberarsi, di sfuggire ad ogni forma di controllo. Alla ricerca di un’identità, in fuga da sé stessa e dal mondo, finisce per tramutarsi nella metafora stessa dei suoi pensieri e delle sue inquietudini: un’onda che si infrange di continuo. E Britomarti, che cerca di placarne l’angoscia, ci insegna forse che cos’è la vita:

Oh Saffo, non è questo il sorridere. Sorridere è vivere come un’onda o una foglia, accettando la sorte. È morire a una forma e rinascere a un’altra. È accettare, accettare, se stesse e il destino.

La madre
Il tema della donna viene ripreso e arricchito nel dialogo successivo. In esso, Ermete sostiene che le donne non siano niente senza gli uomini. “Ma allora perché ci hanno ucciso?”, chiede Meleagro, giovane cacciatore incenerito dalla madre per aver ucciso suo zio (il quale reclamava parte della pelle del cinghiale che Meleagro aveva conquistato), e il dio messaggero risponde: “Chiedi perché vi han fatto, Meleagro” – concludendo così il dialogo.

Altea trasse dalle ceneri suo figlio, e nelle ceneri lo rigettò. Lei, donna, madre, che vide il giovane crescere e diventare uomo, ebbe sempre in mano il destino del valoroso cacciatore. È dunque la donna, in questo episodio, a decidere il destino dell’uomo. E mentre Meleagro si interroga sulle passioni ormai lontane (egli è ora ombra, è nullità, da morto), sul destino più ampio di altri uomini, che incontrarono dèi e per essi perirono durante le loro avventure, Ermete gli fa notare come il destino degli uomini si assomigli brutalmente, nonostante la divergenza nelle condizioni di vita, e nelle esperienze affrontate:

  • Qualche altro ha avuto il mio destino, Ermete?
  • Tutti, Meleagro, tutti. Tutti attende una morte, per la passione di qualcuno.

Nella carne e nel sangue di ognuno rugge la madre.

Chi sia questa madre, Pavese non lo rivela – ma possiamo assumere che essa simboleggi la vita, o la sorte, il destino dell’uomo; possiamo immaginarla come la dea, la passione che grida dentro di noi, e che guida ogni nostro sentimento, ogni nostra scelta. Forse furono le grida di questa stessa madre a causare la guerra dalla quale Pavese volle isolarsi durante la stesura dei Dialoghi con Leucò.

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I due
Anche l’ossessione per la morte è destino. Il destino di Achille. Ne ‘I due’, è proprio lui a sottolineare come la vita dell’uomo – vile o meno – sia in mano agli dèi. “Le navi non ardono ancora”, dice con sicurezza, mentre il fedele compagno Patroclo abbraccia l’entusiasmo della battaglia dell’indomani, e continua a bere. Ma Achille percepisce la volontà divina, e si interroga sulla propria mortalità. È la vigilia della morte di Patroclo, ed è Achille a voler ricordare la fanciullezza condivisa, le avventure e i giochi spericolati, quando la morte ancora non esisteva. Ma la morte è ora ben presente, Patroclo e Achille sono uomini, guerrieri veri, e il Pelide – insieme allo scrittore – ha paura di andarsene senza conoscere, senza ricordare:

E non hai ricordi, Patroclo? Non dici mai: “Quest’ho fatto. Quest’ho veduto” chiedendoti che cos’hai fatto veramente, che cos’è stata la tua vita, cos’è che hai lasciato di te sulla terra e nel mare? A che serve passare dei giorni se non si ricordano?

La strada
“Ogni cosa che faccio è destino”, dice Edipo ad un mendicante. Perseguitato dal proprio destino, egli lamenta di non aver potuto vivere liberamente, come gli altri uomini.

Vorrei essere l’uomo più sozzo e più vile purché quello che ho fatto l’avessi voluto. Non subìto così. Non compiuto volendo far altro.

Edipo è ormai cieco, e le sue parole sono un grido contro la vita alla quale gli dèi l’hanno costretto. Il mendicante lo rassicura: “hai veduto il mondo”, gli dice, “hai goduto delle cose”, non come uomo qualunque, ma come re, saggio e potente. Ma l’idea di non essere stato libero nelle proprie scelte perseguita l’ex re di Tebe. La strada, dove ora egli si muove, diviene così un simbolo di libertà dopo la tragedia – dopo la guerra, forse. Una strada, dove tutto è più spento, ma anche più sereno. Una strada dove sono i ciechi ad incontrarsi, e nel farlo si scambiano le verità profonde dell’esistenza:

Ma certo la libera strada ha qualcosa di umano, di unicamente umano. Nella sua solitudine tortuosa è come l’immagine di quel dolore che ci scava. Un dolore che è come un sollievo, come una pioggia dopo l’afa – silenzioso e tranquillo, pare che sgorghi dalle cose, dal fondo del cuore. Questa stanchezza e questa pace, dopo i clamori del destino, son forse l’unica cosa che è nostra davvero.

La rupe
Il destino è per Pavese anche un calcolo preciso, un’equazione matematica al cui risultato non si può sfuggire. Ce lo dice mettendo a confronto Eracle e Prometeo, proprio nel momento in cui quest’ultimo viene salvato dall’eroe. La rupe è quella di Prometeo, dio che rubò il fuoco degli dèi per donarlo ai mortali e venne incatenato e condannato ad un’eterna tortura; ma è anche la rupe di Eracle (“Il sangue che tu hai sparso e spargerai, ti spingerà sul monte Oeta a morir la tua morte.”), e quella di tutti noi. Prometeo, che conosce il mondo antico dei mostri e dei titani, quando gli dèi non erano ancora organizzati in cima all’Olimpo, quando regnava il caos, sa bene come funzionano le cose. Sa che per ogni azione c’è una reazione uguale e contraria. Rivela ad Ercole che il centauro ucciso da lui la mattina stessa – il saggio e benevolo Chirone – era il sacrificio necessario affinché egli venisse liberato. Ogni spargimento di sangue, ci illustra Pavese, ha conseguenze crudeli e imprescindibili – ma anche giuste. Tutto è conseguenza di tutto, e niente e nessuno può sfuggire allo schema dell’esistenza:

Ciascuno lavora per gli altri, sotto la legge del destino.

Neanche gli dèi – considerati immortali – possono sfuggire. Essi spariranno quando “i mortali non ne avranno più paura”. E allora, chiede Ercole, che cosa sarà del mondo a quel punto? L’ordine antico, i mostri che ora sono sassi e rocce, non potrà tornare, poiché è stato e non più sarà. Proprio i mortali, forse – come nel mondo reale di Pavese – saranno i nuovi veri mostri da temere: ed è a causa loro che si finirà sulla rupe.

L’inconsolabile
Per Orfeo – a differenza di Edipo – il destino “non tradisce”. Che cosa significa, gli chiede Bacca, una delle donne della Tracia che lo desiderarono ardentemente:

Vuol dire che è dentro di te, cosa tua; più profondo del sangue, di là da ogni ebbrezza. Nessun dio può toccarlo.

Sembra questo il tipo di destino che Pavese sente dentro, espresso nella sua forma più profonda e netta proprio in questo dialogo. Al centro dell’opera. In mezzo ad infinite conversazioni sul destino e sulle sue manifestazioni. Cesare e Orfeo, entrambi alti esponenti dell’arte, conoscono qualcosa – hanno veduto qualcosa – che gli altri umani ignorano.

Orfeo discese nell’Ade cantando, per farsi strada e chiedere che sua moglie Euridice, ormai morta, fosse riportata in vita. Gli venne offerto di riportarla alla luce del sole, purché, durante il viaggio di risalita, egli non si voltasse mai. Verso la fine si voltò, e la moglie svanì. Nel dialogo cerca di far comprendere a Bacca che non fu il destino ad ingannarlo: che egli volle voltarsi per capriccio, dopo aver compreso che ciò che è morto è già altra cosa. Sua moglie non sarebbe stata la stessa, la loro vita insieme sarebbe stata un’illusione. L’amore che aveva provato per lei era ormai come una vecchia stagione, dopo che il buio degli inferi l’aveva aperto a nuove visioni e consapevolezze. “Io cercavo, piangendo, non più lei ma me stesso”, spiega alla sua interlocutrice. “Non si cerca che questo”, è la sentenza finale della sua coscienza. Chissà che l’autore del dialogo non avesse affrontato un simile viaggio, nella propria anima, forse nel proprio pensiero, e che non fosse giunto, come l’eroe del racconto, ad un’esperienza superiore, a un vero dialogo interiore con il proprio destino.

Vero è, che anche la morte li accomuna. Una fine violenta, che strappa via tutta l’arte della quale in vita furono capaci. Pavese si sarebbe tolto la vita, dopo aver visto quelle ombre dell’Ade; e con le ultime parole de ‘L’inconsolabile’, ci rivela che il tanto amato e abile uomo, dedito ormai a se stesso, sarà sbranato da quelle donne che lo desiderano, ma alle quali egli non cede… Un po’ per esperienza, un po’ per orgoglio, forse, o per amore – proprio come il suo autore…

L’uomo-lupo
Licaonte, signore dell’Arcadia, venne trasformato in lupo da Zeus, a causa della sua empietà. Il destino, in questo caso, che già si rivelava dalle profondità dell’anima riflettendosi nel comportamento, viene fatto manifestare in tutta la sua espressione per volontà divina. Quella alla quale non ci si può sottrarre.

Due cacciatori parlano, dopo aver ucciso per sbaglio l’uomo-lupo, essendosi accorti di chi questi fosse. Si potrebbe dire che uno dei due cacciatori rappresenti il lupo (la bestia), nell’inumanità dei propri discorsi; mentre l’altro incorpora tutta la sensibilità e la profondità di pensiero propria dell’uomo. Il loro dialogo ci fa intuire quanto ferino sia anche il comportamento divino: proprio quello che giudica, e che decide di tramutare l’uomo in bestia. La crudeltà dell’atto che imprigiona non è meno animalesca del suo risultato. Ma talvolta anche l’animale ragiona ed intuisce, sente. Licaonte sentì: “morendo e vedendoci, capì di esser uomo. Ce lo disse con gli occhi.”

È l’uomo-lupo che vive dentro di noi a renderci talvolta spietati, talvolta generosi. Nella trappola esistenziale che racchiude i momenti della nostra vita, è importante, ci dice Pavese, riconoscere la bestia nell’uomo e l’uomo nella bestia. Il secondo cacciatore riconosce la sacralità del momento, nel voler concedere giusta sepoltura al lupo che prima fu uomo:

C’è una pace di là dalla morte. Una sorte comune. Importa ai vivi, importa al lupo che è in tutti noi. Ci è toccato di ucciderlo. Seguiamo almeno l’usanza, e lasciamo l’ingiuria agli dèi. Torneremo alle case con le mani pulite.

L’ospite
Eracle compare ancora una volta. Dialoga con Litierse, signore della Frigia, che lo ha sfidato ad arare il campo. Egli è esperto, e sfida gli stranieri di passaggio per poi ucciderli una volta che hanno perso, così da nutrire la terra del loro sangue. Eracle lo sa, ed è pronto a rimettere a posto i conti sconfiggendo Litierse, per porre fine al massacro e ai versamenti di sangue una volta per tutte.

I campi e la terra – la natura di campagna e collina – furono temi sempre presenti in Pavese, e ritornano con grande vigore anche in questo dialogo. La terra è qui una madre assettata di sacrifici umani. È quasi un dio al contrario. “I nostri dèi”, dice Eracle, “se ne stanno appartati”, e non hanno “bisogno di sangue”. Per una volta gli dèi immortali dell’Olimpo ci appaiono come la cultura più civile, ed Eracle l’esponente – il messaggero – di tale civiltà, rispetto alle crude usanze di chi lavora la terra. Il messaggio che l’autore vuole qui offrirci è dunque forse quello di non rimanere troppo confinati nel proprio credo e nella propria ostinazione: onde evitare non solo di mancare di rispetto allo straniero (all’ospite), ma anche e soprattutto a noi stessi.

I fuochi
Continua, con questo dialogo, il discorso sulla terra e la natura, e il legame che l’uomo ha con essa. Due pastori – un padre e un figlio – si accingono ad accendere un falò: bruceranno un capretto per propiziarsi gli dèi, unendo il loro sforzo a quello di tanti altri che tutto intorno (siamo nella Beozia) stanno accendendo falò. Questo rito, il cui scopo è far piovere e così nutrire la terra (come nel dialogo precedente), risulta difficile da accettare al ragazzo, il quale mette in discussione il comportamento degli dèi. Il padre lo educa sulla durezza della vita e sul loro grado di libertà, spiegandogli che “gli dèi sono i padroni” ed esigono intrattenimento nell’ozio della loro disoccupazione. Egli dimostra anche quanto siano necessari i riti dei fuochi, viste le terribili siccità del passato, citando il mito di Atamante, un tempo signore di quelle terre.

Il ragazzo è tuttavia perplesso e dubbioso. Mentre il padre produce risposte certe e racconta storie crudeli alle quali il loro destino è inevitabilmente legato, il figlio continua a rimbalzargli addosso domande, come chi non si capacita delle verità che gli vengono riferite. Egli rappresenta forse la voce della giustizia: il grido di pietà nei confronti di un padrone, di un destino spietato. Rifugge, nella propria mente, non solo il terrore che l’atteggiamento delle divinità immortali incute, ma anche e soprattutto la scarsa capacità di comprensione dei suoi simili, i mortali, la cui ottusità di comportamento e cattiveria indignano:

Io non voglio, capisci, non voglio. Fanno bene i padroni a mangiarci il midollo, se siamo stati così ingiusti tra noialtri. Fanno bene gli dèi a guardarci patire. Siamo tutti cattivi.

Chissà che per Pavese questo non fosse un grido contro il genere umano, che pure nella sofferenza della propria schiavitù riesce a compiere atti ripugnanti contro i propri simili, contro la natura che lo circonda, nel nome di qualcosa di più alto e immortale.

L’isola
L’isola è un luogo terreno lontano da tutto, e per questo quasi immortale. A renderlo davvero immortale è la presenza di Calipso, dea e ninfa, che tenne prigioniero d’amore Odisseo, per sette lunghi anni.

Pavese mette a confronto queste due straordinarie figure, evidenziandone la stanchezza e lo stato di smarrimento interiore. Calipso sottolinea l’importanza della pausa eterna: “Immortale è chi accetta l’istante. Chi non conosce più un domani.” Essa cerca di convincere Odisseo del fatto che entrambi hanno vissuto e sperimentato molto, e che insieme potranno godere del silenzio e della pausa eterna. Odisseo la ascolta con curiosità, ma è mosso nell’animo dal desiderio del cuore: quello di riabbracciare la propria moglie, di rivedere la propria terra, di tornare a casa.

L’isola rappresenta quel luogo tra sogno e realtà, un limbo dentro al quale a volte finiamo, forse senza volerlo. Calipso l’ha desiderato, ritirandosi dagli altri dèi; Odisseo l’ha subìto, cadendone vittima inaspettatamente. È un luogo di pausa, sia per i sensi che per il pensiero, che privato della propria missione può ponderare in maniera profonda e più ampia sul significato della vita. È anche un luogo di perdizione, di ozio e di confusione. È facile perdersi, quando si attende troppo a lungo, schiavi di una fatica e di un desiderio che da dentro ci consumano, lentamente. Se si attende troppo, si rischia di non ritrovare quella determinazione che avevamo dentro: si rischia di non raggiungere mai la nostra destinazione, compiere il destino della nostra vita.

Il lago
Come ad Odisseo viene fatta assaporare l’immortalità, così ad Ippolito viene concesso di respirare il divino vivere: “il vivo crepuscolo di un mattino perenne”. Gli dice Diana – o Artemide –, dea della caccia, che lo resuscitò dopo la morte per mano di Afrodite, e lo collocò sui monti Albani, nel Lazio, dandogli nome Virbio:

Noi non viviamo di passato o d’avvenire. Ogni giorno è per noi come il primo. Quel che a te pare un gran silenzio è il nostro cielo.

I ricordi a nulla varranno allora, per Ippolito, in questa nuova vita, dove tutto sembra silenzioso e morto, ma al contempo vivo e pieno di “una luce radiosa come venisse dall’interno”. Il lago – quello di Albano – è di nuovo un luogo terrestre che sfiora la dimensione del sogno, e della morte.

Ippolito, una volta cacciatore e per questo devoto a Diana, riassapora i desideri della propria gioventù, inserito in una nuova dimensione, un luogo che non conosceva. Si muove “fra i tronchi e le cose come fossi una nuvola”, come “un’ombra tra le ombre degli alberi”. Questo significa resuscitare. Questo significa vivere, di nuovo, dopo aver visto il regno dei morti. Come Orfeo, egli ha perso la capacità di provare quell’ingenuo entusiasmo che è insito in tutte le cose che vivono. Virbio-Ippolito vuole ritrovarlo quell’entusiasmo, e per farlo chiede a Diana di avere al proprio fianco “un sangue caldo e fraterno”. Colui che ha assaporato la morte ora chiede la vita, non la felicità.

Le streghe
Questo dialogo vede la maga e dea Circe raccontare alla divinità del mare Leucotea (Leucò) gli avvenimenti della visita di Odisseo presso la sua isola. L’eroe greco aveva visto i propri compagni tramutati in maiali da Circe, ma egli, avvisato da Ermete sull’incantesimo della maga, riuscì a resisterle e, salvati i compagni, passò un anno insieme a lei – prima di ripartire per tornare dall’amata Penelope.

Le streghe, come ce le presenta Pavese, ridicolizzano l’uomo mortale durante il loro dialogo. Anche un uomo coraggioso e intelligente come Odisseo, ci spiegano, è incapace di sorridere al destino; incapace di comprendere gli dèi e le bestie (il cui comportamento si somiglia). Il destino non ancora compiuto ma già conosciuto (come nel caso di Odisseo, che lo apprende da Circe) diverte il dio, concedendogli un passatempo interessante, e al contempo tormenta l’uomo.

Sembra quasi che l’autore voglia farci notare come noi mortali, immersi nel profondo della vita, arriviamo a toccare consapevolezze che gli dèi, muovendosi soltanto in superficie, non possono comprendere. Di contro, a noi manca quella leggerezza – quella capacità di sorridere – in faccia ai fenomeni della vita: il destino, la morte.

Il toro
Un altro grande eroe greco, Teseo, insegue – o forse evade – il proprio destino. Di ritorno dall’isola di Creta, dove uccise il minotauro, dialoga con Lelego sulle rischiose avventure passate lontano da casa, e sulla familiarità del luogo che si trovano ora dinanzi, avvistato dal mare:

Quel colle è la patria, signore.

Così comincia il dialogo. La serenità del ritorno a casa, la speranza. Eppure è proprio sul ciglio della patria che si scatena la tragedia: Teseo lascerà la bandiera nera – simbolo di lutto – sulla propria imbarcazione, e il padre, vedendo questo, si getterà in mare, abbandonando il proprio regno e la propria vita.

Viene da chiedersi come mai Teseo non issò bandiera bianca. Secondo Pavese egli “finse” di dimenticarsene. Certo è che in questo dialogo l’eroe greco sembra assatanato di gloria, di sangue, di potere. “Quel che si uccide si diventa, Lelego”, continua a ripetere, illustrando il destino di chi diviene dio dopo aver ucciso un dio. A volte, si è disposti a tutto, pur di assecondare il proprio istinto. Il toro, quando vede rosso, non si ferma. Finché non ha ottenuto il sangue che cerca.

La famiglia
È questo il dialogo che ci sussurra dolcemente come sia tutto collegato, all’interno della mitologia greca – ma forse anche nella vita. Teseo ricompare proprio all’inizio, citato come rapitore di Elena, i cui fratelli Castore e Polideute hanno inseguito, e ora ne parlano. Ma lasciano agli Atridi la vicenda. La guerra di Troia è dunque vicina, non molto lontana dal loro dialogo tranquillo. In effetti, tutta la vicenda è un preludio all’orrore che seguirà, al destino di questa famiglia, che in sé conserva la violenza e il sangue, il desiderio e la prigionia.

I rapporti tormentati e violenti tra le donne e gli uomini di questa stirpe, le uccisioni reciproche tra fratelli e figli e genitori fanno sembrare tutti colpevoli tranne una: la bellissima Elena. Eppure Castore non ne è convinto. Polideute la ricorda come una ragazzina che giocava, ma il fratello vede in lei una natura tormentata e pericolosa, la stessa che la rese attraente a coloro che la rapirono o la ebbero per moglie: Teseo, Menelao, Paride. Qualcosa si cela dentro al destino della bella Elena, ed è attraverso di lei che vediamo la ripercussioni di un destino familiare, imbastardito da caratteristiche maledette, che generazione dopo generazione si tramandano senza fine.

Il destino della specie umana, in fondo, è come quello di una grande famiglia.

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Dialoghi con Leucò
  • Pavese, Cesare (Autore)

Gli argonauti
Un vecchio Giasone, re degli Argonauti, riflette sul passato – lo teme quasi. Manda la giovane donna Mélita a spiare dalla finestra le navi che salpano: “Sono vecchio. Vedrei troppe cose se guardassi giù”, le dice. Ricorda Teseo, ricorda Eracle, e le donne che questi eroi conquistarono e dalle quali furono lesi, e la fine alla quale furono destinati. Loro come gli altri argonauti. Tutti sconfitti, sottomessi infine ad una “maga”. Nonostante le imprese di gioventù. Iasone è vecchio, e ricorda la sua di maga: Medea, che uccise i propri figli. A giudicare dalle sue parole, sembra che sia proprio la debolezza, la fragilità – forse la magia – a dominare l’uomo più vigoroso, l’eroe che aspirava al divino, condannandolo ad una fine vulnerabile:

C’è una verginità delle cose, Mélita, che fa paura più del rischio.

La vigna
Per svegliarti più forte, devi cedere al sonno.

È forse tutto racchiuso in questo verso, il senso del dialogo tra Leucotea, ninfa e divinità del mare che abbiamo già incontrato, e Ariadne, compagna del labirinto di Teseo, il quale la abbandonò sull’isola di Nasso. Leucotea dapprima spinge la ragazza al pianto, allo struggimento interiore, poiché “finché il cuore non ti scoppierà”, le dice, “non potrai dire di conoscere il dolore”. Ma il vero scopo della ninfa è quello di annunciatrice: le rivela infatti che un nuovo destino la attende: il giovane dio Dioniso la sta venendo a prendere. Ariadne è confusa, e forse teme ciò che verrà. Ma le parole di Leucotea la illuminano, forse la rassicurano, le danno forza.

È il dialogo della rinascita, e del destino nuovo. Ariadne, come altri prima di lei, si sta elevando al divino, dopo aver compiuto imprese fantastiche tra i mortali. È con la sua disperazione, senza rendersene conto, che ha cominciato l’ascesa: un’ascesa verso il cielo stellato, del quale farà parte per l’eternità che verrà.

Gli uomini
Questo dialogo sembra al contempo un inizio e una fine. Un prologo ed un epilogo. Parlano Cratos, impersonificazione del potere, e Bia, sua sorella, impersonificazione della forza. Parlano del padre, Zeus, che è andato a camminare tra gli uomini: lui, legge divina, che ha conquistato tutto e tutti. Cratos si chiede come mai, dopo averlo servito e averlo aiutato a sconfiggere i Titani – che rappresentano l’antico mondo –, ora lo debbano osservare aggirarsi tra i mortali, come uno di loro – presagio di un mondo nuovo.

Nostra madre lo disse: “Verrà come la bufera, e le stagioni cambieranno”.

Cratos non riesce a concepire come sia possibile che il re degli dèi “si compiaccia di vigne e città”, e mette la sorella in guardia contro “l’astuzia miserabile e sfrontata” degli uomini, esseri insulsi e destinati a morire, che con il loro ingegno invocano gli immortali, li attirano a loro stessi e riescono addirittura ad averne dei figli.

Prima l’uomo la belva e anche il sasso era dio. Tutto accadeva senza nome e senza legge.

Attraverso le parole di Bia, Pavese ci ricorda che la legge divina, la legge della vita, la regola razionale, arrivò dopo. Prima era il caos a regnare: la natura, la terra. E ricorda anche al fratello che fu proprio tra gli uomini che egli tanto disprezza che il loro padre – il figlio di Crono – crebbe e divenne signore. E allora perché ritornare uomo, dopo essere stato signore immortale? È tutto nello stupore, nel piacere dell’intrattenimento, nella scoperta, ci suggerisce la saggia Bia:

Se tu ne avessi conosciuti, capiresti. Sono poveri vermi ma tutto fra loro è imprevisto e scoperta. Si conosce la bestia, si conosce l’iddio, ma nessuno, nemmeno noialtri, sappiamo il fondo di quei cuori. C’è persino, tra loro, chi osa mettersi contro il destino. Soltanto vivendo con loro e per loro si gusta il sapore del mondo.

È semplicemente sublime il commento dell’autore, e la sua riflessione, sulla razza umana. Con queste parole ci comunica come l’intricato, spesso dannato, sistema mortale di noi esseri imperfetti sia vastamente più interessante, fonte di meraviglia, della perfetta immortalità alla quale costantemente ci rivolgiamo.

Il mistero
Continua ad essere ribadita l’idea secondo cui i mortali danno un senso alla vita degli immortali. “Hanno un modo di nominare sé stessi e le cose e noialtri che arricchisce la vita”, dice Dioniso a Demetra, dea della natura. “Sanno darci dei nomi che ci rivelano a noi stessi”, risponde lei.

La conversazione che segue sembra futuristica. Demetra – Deò – suggerisce che gli dèi debbano aiutare gli umani, i quali sono condannati ad una vita molto infelice. Dionisio, dal canto suo, non è d’accordo: essi nascono e muoiono nel sangue, com’è giusto che sia. La dea gli fa notare come la loro vita andrebbe arricchita con il dono dell’immortalità: che gli umani conquisteranno anche senza l’aiuto degli dèi, e questo condannerà il divino a tornare “quello che fummo: aria, acqua, e terra”, perdendo ogni controllo sulle cose del mondo. E allora le due divinità si convincono a raccontare agli uomini la storia della rinascita dopo la morte, al fine di placare la loro sete di sangue. Dioniso però vede oltre, e sa già ciò che accadrà. Sembra vero, se ci pensiamo: qualcuno, tanto tempo fa, ci sussurrò nell’orecchio questo mistero, quello della vita dopo la morte, ed è da allora che continuiamo freneticamente nelle nostre pazze avventure quotidiane, in cerca della sublime elevazione ad un’essenza che mai esisterà.

Il diluvio
Ci avviciniamo alla fine dell’opera, e con essa arriva la fine del genere umano.

Anche il diluvio greco fu il castigo di un genere umano che aveva perso il rispetto per gli dèi.

È con questa frase che Pavese introduce ‘Il diluvio’. A confrontarsi sono un satiro, divinità minore dei boschi e delle montagne, e un’amadriade, ninfa degli alberi. Parlano mentre i fiumi si riempiono e il diluvio comincia a sradicare piante e coprire montagne, inondando lentamente il mondo intero. Parlano degli uomini, che vivono di destino e speranza, e mai riescono ad osservare la morte in faccia, senza il bisogno di parlare, fare, distrarsi. Loro, le divinità, conoscono tutto, ma non conoscono la morte: unico privilegio dei labili mortali. Dopo l’inondazione, ci dice l’autore, tutto tornerà roccia e ramo, e forse il nuovo mondo “avrà qualcosa di divino nei suoi più labili mortali”; al di là della crudeltà divina, e oltre la sciocchezza umana.

Ma morire è proprio questo – non più sapere che sei morta. Ed è questo il diluvio: morire in tanti che non resti più nessuno a saperlo.

Le muse
Con questo penultimo dialogo, Pavese sembra uscire dallo schema finora impostato. Sembra che sia egli stesso Esiodo, e che il dialogo di questi con Mnemòsine, titano e dea delle origini, amata da Zeus, sia il dialogo dell’autore con la divinità suprema.

Si esprime qui tutta la filosofia dell’opera. È il concetto dell’immortalità a prevalere. La vita immortale della dea viene illustrata come un continuo di attimi poetici, perfetti, dei quali i mortali sono capaci soltanto sporadicamente. Esiodo allora, cercando di comprendere, di avvicinarsi al divino, si lamenta della quotidiana fatica, che annienta e logora più della morte, più del disastro. L’immortale Mnemòsine gli fa capire che il divino si nasconde in tutti i gesti umani, in tutte le piccole azioni del quotidiano, e predilige il poeta greco per riuscire ad avvicinarsi a questi concetti:

Tu mi piaci più di loro. Tu sai che le cose immortali le avete a due passi.

Esiodo può tuttavia porre rimedio agli orrori, alle cattiverie dell’umano vivere. A colui che, riuscendo a dialogare con il divino, si è oramai elevato al di sopra dei suoi simili, la dea propone una soluzione:

Prova a dire ai mortali queste cose che sai.

Gli dèi
L’opera si conclude con un dialogo intitolato ‘Gli dèi’. Di nuovo, Pavese esce dagli schemi preimpostati. Non sappiamo chi siano gli interlocutori, ma da ciò che dicono possiamo intendere che si tratti di umani, forse pastori, forse contadini. In cima ad un monte, parlano del mondo che li ha preceduti, degli esseri umani dai quali discendono e rispetto ai quali ammettono di conoscere ben poco – in quanto ad esperienze, o dialoghi, con il divino. Sembra vogliano ricordarci che il mondo attuale (o almeno quello di Pavese del tempo) ha perso contatto con la natura – e quindi con gli dèi. Un concetto eterno, un concetto sempre più vero, che forse emergeva in tutta la sua brutalità proprio negli anni in cui Pavese scriveva.

Chi siamo e a che cosa crediamo viene fuori davanti al disagio, nell’ora arrischiata.

Pensieri conclusivi
È proprio dall’ora arrischiata che nacque questa incredibile, eterna opera. Opera che, ironicamente, divenne il talismano della morte di Pavese. Egli la scelse come tale, lasciando il suo ultimo messaggio, prima di andarsene, sulle prime pagine di una copia del libro – nella camera d’albergo dove si tolse la vita.

Con i suoi dialoghi, l’autore ci consegnò tutto ciò che sapeva: le sue visioni, le sue considerazioni, le sue intuizioni, sulla vita della nostra specie su questa terra. Lo fece avvalendosi dello strumento che padroneggiava meglio di ogni altra cosa: la letteratura. Da questo punto di vista, possiamo dire che i Dialoghi siano il più alto sforzo di Pavese nel comprendere in maniera profonda chi siamo, perché facciamo ciò che facciamo, e dove siamo diretti. Domande antiche, domande presenti, domande future: alle quali nessuno può rispondere; tranne, forse, l’inuitizione di un grande artista.

Nella prefazione, egli scrisse:

Abbiamo orrore di tutto ciò che è incomposto, eteroclito, accidentale e cerchiamo – anche materialmente – di limitarci, di darci una cornice, d’insistere su una conclusa presenza. Siamo convinti che una grande rivelazione può uscire soltanto dalla testarda insistenza su una stessa difficoltà. Non abbiamo nulla in comune coi viaggiatori, gli sperimentatori, gli avventurieri. Sappiamo che il più sicuro – e più rapido – modo di stupirci è di fissare imperterriti sempre lo stesso oggetto.

Una grande rivelazione è proprio ciò che Cesare Pavese ci ha lasciato con questa sua opera. La “testarda insistenza” è quella del mito e della tradizione classica, ma nel “fissare” quello “stesso oggetto” egli è uscito da tutte le cornici – materiali e non – per rivedere il nostro mondo, il nostro pensiero e la nostra storia con occhi diversi: quelli dell’avventuriero che, attraverso la propria esperienza e visione, può illuminare la coscienza di tutti.

Edoardo Cippitelli

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