“Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” di Raymond Carver

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, Raymond Carver, riassunto, trama“Sentivo il cuore che mi batteva. Sentivo il battito del cuore di ognuno. Sentivo il rumore umano che producevamo tutti, lí seduti, senza muoverci, nemmeno quando la stanza diventò tutta buia.”

Quando Raymond Carver pubblicò Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, era il 20 aprile del 1981. Aveva quarantatré anni, un passato economicamente difficoltoso alle spalle e una brutta storia con l’alcol. Ma i racconti contenuti nella raccolta furono accolti con grande entusiasmo, soprattutto al New York Times, che ne parlò in termini di minimalismo essenziale. A Carver, però, questa definizione non piacque: dei racconti che aveva consegnato all’editor, secondo lui era rimasto poco; Gordon Lish ne aveva estirpato il cuore, selezionando ed estirpando, riducendo le storie a mero scheletro.

Parlare di questa raccolta di racconti senza parlare del lavoro dell’editor che ne ha curato la pubblicazione è infatti riduttivo, ed è possibile accorgersene paragonando la loro lettura con quella delle versioni originali contenute in Principianti, pubblicate da Einaudi dopo la morte dell’autore. Nonostante questo, però, le sensazioni che scaturiscono dalla lettura dei racconti racchiusi in Di cosa parliamo quando parliamo d’amore sono uniche e distinguibili, e rimane un eccellente esempio di come un racconto possa colpire e contenere intensità quanto una narrazione lunga, imprimendosi nella memoria, forse, per la sua brevità e immediatezza, ancora più a fondo.

Che si definiscano quindi un concerto, la penna di Carver e la mano di Lish. Insieme, con estremo realismo e una lingua pulita, hanno dato vita a diciassette racconti incisivi, che non raccontano fatti eclatanti, punti di svolta sorprendenti, ma finestre sulle vite di esseri umani che conducono la propria vita come hanno sempre fatto. E in loro – nei protagonisti spezzati carveriani, nei loro gesti anonimi, nei loro capricci, nelle loro discussioni lasciate a metà, nelle loro indecisioni e nel bicchiere bevuto prima di andare a dormire – non possiamo esserci che noi.

Trama

Un uomo ha disposto i mobili di casa in giardino; la camera da letto ha persino i comodini e in cucina ci sono il tavolo e l’argenteria. Passa una coppia, pensando sia una svendita, e si mette a contrattare. Lontano da lì, due amici prendono la macchina per andare a divertirsi; incontrano due ragazze, ma la situazione gli sfugge di mano. Intanto una donna non riesce a dormire; si sveglia, vede che il vicino di casa è fuori, in giardino, e va a parlare con lui. Un pasticcere non vede ritirare l’ordine di una torta, e quindi si arrabbia; ma il bambino a cui è diretta è in ospedale, e lui non lo sa. E il gin che si rovescia sul tavolo, in mezzo a coppie anziane e tanto stanche? E il cadavere che galleggia nell’acqua durante una gita di pesca? E il fotografo senza mani che vuole vendere le sue foto?

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore ci insegna che l’amore è ovunque, che l’uomo non si può pensare fuori dalle sue trame. L’amore è nei gesti e nelle parole che consideriamo un’abitudine, esiste ancor prima di accorgerci di star compiendo qualcosa a suo nome. L’amore non ha bisogno di fiori, di cioccolatini, di cuori che esplodono di gioia; l’amore è nelle relazioni che intessiamo ogni giorno con gli altri, nelle prigioni che ci costruiamo attorno per tirare avanti, nelle decisioni che prendiamo apparentemente senza motivo. L’amore, ci dice Carver, è il motore di tutto. E non importa se non capiamo qualcosa, non importa se non riusciamo a trovare una spiegazione; non importa se non succede qualcosa di eclatante. La vita, nel suo fluire, quasi raramente lo è. E allora eccola, la scintilla dei racconti, l’essenza da cui è impossibile sfuggire: la nostra vita non è fatta di esclamazioni, di punti esclamativi, ma di virgole e di spazi, spesso silenziosi, talvolta noiosi, ma sempre, incredibilmente e visceralmente, umani. E se poi rimane un dubbio, Carver ci dice che è normale: chi ha capito la vita, in fondo, non ha incontrato l’amore.

Giulia Cappelli

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