“Destra/Sinistra. Storia di una dicotomia” di Marcel Gauchet, a cura di Marco Tarchi

Prof. Marco Tarchi, Lei ha curato la traduzione del libro Destra/Sinistra. Storia di una dicotomia di Marcel Gauchet, pubblicato da Diana Edizioni: di quale importanza è il testo dello studioso francese per l’analisi filosofica e politologica delle categorie della Destra e della Sinistra?
Destra/Sinistra. Storia di una dicotomia, Marcel Gauchet, Marco TarchiL’ho sempre considerato un testo fondamentale fin dal momento in cui, nel 1994, l’ho letto nella prima traduzione italiana – purtroppo molto faticosa e intricata in più punti – offerta da Anabasi, una casa editrice scomparsa pochi anni dopo. Sebbene affrontasse la questione del percorso storico e concettuale di queste due categorie in una prospettiva eminentemente francese, gli spunti che offriva mi sembravano illuminanti, soprattutto in un periodo in cui la discussione sia scientifica che giornalistica sulla dicotomia Sinistra/Destra era incentrata quasi esclusivamente sul volumetto Destra e sinistra di Norberto Bobbio che, a differenza del saggio di Gauchet, risentiva fortemente di un’intenzione valutativa e polemica. Il testo bobbiano era uscito, con grande sostegno mediatico, nel momento in cui in Italia la Sinistra dell’allora Pds, pur uscita con qualche acciacco dalle vicende di Tangentopoli, sperava – essendosi liquefatti tanto la Democrazia Cristiana quanto il Partito Socialista di Craxi – di culminare la sua lunga rincorsa alla guida del governo e si era trovata di fronte, a causa della discesa in campo di Berlusconi, una Destra “sdoganata” e restituita, almeno parzialmente, all’area della legittimità politica. Dietro l’apparenza accademica, quello scritto, stabilendo un indissolubile rapporto fra il concetto di eguaglianza, considerato dall’autore una “stella polare” della democrazia, e la Sinistra, e addebitando correlativamente alla parte avversa una matrice esclusivamente inegualitaria, perorava la causa della prima e si preoccupava di affermarne una superiorità etica. Gauchet, invece, dimostrava con un’analisi documentatissima e di notevole forza argomentativa che Sinistra e Destra, ben lungi dal rappresentare la proiezione nello scenario politico di due essenze metafisiche irriducibilmente contrapposte, incarnavano in modi adattati alle contingenze nei due secoli posteriori alla Rivoluzione francese – l’evento che aveva tenuto a battesimo l’uso in politica delle due nozioni spaziali – la semplice tendenza della mente umana a ridurre a contrapposizioni binarie la varietà di opinioni e scelte che si possono creare di fronte alle questioni che appaiono rilevanti all’opinione pubblica. In altre parole, il saggio di Gauchet offriva una definizione, e una visione, puramente convenzionale della diade, che corrispondeva molto più fondatamente all’uso che se ne fa nella realtà. Rileggendolo a distanza di oltre tre lustri, ho trovato in quelle pagine un materiale di riflessione di piena attualità, che è ancora più calato nel contesto odierno dall’ampia e acuta postfazione che l’autore ha voluto redigere ad intenzione del lettore di questa nuova edizione italiana. Gauchet resta convinto che, pur avendo perso una gran parte dei loro connotati originari, Destra e Sinistra continuino ad esercitare una forte attrazione su una consistente sezione della società perché semplificano la comprensione della realtà, riducendola ad un’opposizione binaria: fra le soluzioni proposte dalle varie forze politiche, invitano a rispondere sì o no, a schierarsi di qua o di là, a scegliere un colore piuttosto che un altro. La sua è perciò un’analisi che conferma la bontà di un’interpretazione convenzionalista della coppia concettuale e smentisce le pretese di chi insiste nell’affermare che ad essa corrispondono riferimenti ideologici fissi e sostanzialmente costanti nel tempo, quando non addirittura delle vere e proprie metafisiche dalle quali deriverebbero – come hanno sostenuto alcuni dei seguaci più radicali della teoria bobbiana, come Giovanni De Luna e Marco Revelli (anche se quest’ultimo ha in seguito attenuato e articolato meglio questa impostazione)– tipi antropologici opposti.

Quali sono i dati essenziali che ci permettono di individuare e distinguere le due grandi famiglie che caratterizzano il paradigma politico moderno? Che cosa realmente le divide?
Di dati essenziali, appunto, non ne esistono, checché ne pensasse Bobbio. La sua opposizione tra una sinistra egualitaria e una destra antiegualitaria è forzata, perché è ben nota l’esistenza sia di soggetti – individuali e collettivi – che si affermano di sinistra pur osteggiando l’annullamento delle distanze economico-sociali fra i singoli componenti della società, e si limitano a perorare la causa di un miglioramento relativo delle condizioni dei ceti subalterni, sia di soggetti che si affermano di destra ma pongono l’accento sulla necessità di giungere a quello stesso miglioramento. La diade ha senso soltanto quando, convenzionalmente, di fronte ad una specifica questione si attribuisce un carattere “di destra” o “di sinistra” agli atteggiamenti opposti che gli individui assumono. Insomma, per dirla con Giovanni Sartori, Sinistra e Destra sono contenitori vuoti che possono essere riempiti di contenuti diversi a seconda del contesto e delle circostanze; sono delle bussole di orientamento pragmatico, che alla stessa persona possono suggerire una presa di posizione “a destra” su un determinato tema e “a sinistra” su un altro. Per fare un esempio: non c’è niente di scandaloso o assurdo se qualcuno pensa, contemporaneamente, che andrebbero posti limiti ai guadagni dei managers delle grandi aziende o che si dovrebbe introdurre una tassa sulle grandi operazioni finanziarie (posizioni solitamente considerate “di sinistra” e che dovrebbe essere bloccata l’immigrazione di massa perché costituisce una minaccia alla conservazione dei modi di vita tradizionali (posizione in genere ritenuta “di destra”). Non si tratta di schizofrenia, come una certa vulgata massmediale vorrebbe far credere, ma della constatazione che i rigidi schemi ideologici di lettura dei processi sociali e culturali che hanno dominato il XIX e il XX secolo non sono adatti alla contemporaneità.

Come si è evoluta la percezione dei valori legati ai concetti di Destra e Sinistra?
Se si pensa che esistano valori di riferimento esclusivo di una delle due aree –e non è il mio caso –, si può essere tentati di dire che i primi sono oggi combattuti ed eclissati dai secondi, visto che il cosiddetto vento della Storia soffia da molti decenni impetuosamente in direzione progressista, ma le cose sono più complicate. A combattersi, nella maggior parte dei casi, sono interpretazioni distinte e in vari casi contrastanti degli stessi valori. Ad esempio: è possibile dire che l’onore, il decoro, l’onestà, il coraggio, la lealtà, la generosità, l’altruismo sono valori assegnabili ad uno solo dei due campi? Non è vero, piuttosto, che è la definizione dei comportamenti correlati a ciascuno di essi a differire, e che in questo senso si deve parlare piuttosto di scelte individuali e non collegate ad una affiliazione ideologica? Se si analizzano i fatti in una prospettiva avalutativa, ci si rende conto che in ognuno degli ambiti collegati alle due etichette si trovano riferimenti ai valori molto diversi. Ci sono correnti di pensiero individualiste collocate tanto a destra quanto a sinistra, e il motivo è che entrambe si rifanno ad un’antropologia liberale, che è trasversale rispetto a questo spartiacque, così come – lo aveva già notato Norberto Bobbio – ci sono sia destre che sinistre di impostazione organicista, per le quali il bene della collettività di riferimento (che può non essere la stessa, ad esempio per gli uni la classe, per gli altri la nazione, ma in altri casi può coincidere, come quando il riferimento è una comunità locale o la intera società) è superiore agli interessi dei singoli che le compongono. Anche un concetto cruciale come quello di differenza può essere interpretato in modi opposti, coniugandolo come specificità o come diversità ed assegnandogli giudizi di valore contrastanti. E, per venire alla discussa nozione di eguaglianza, un conto è declinarla nel senso della omologazione e dell’appiattimento, collocandola nell’orizzonte di un’imposizione di livelli socioeconomici e culturali identici per ogni soggetto (sempre che ciò appartenga ad una possibile linea di evoluzione della realtà e non al solo regno dell’utopia), un altro situarla su un terreno esclusivamente etico, che porta al riconoscimento della pari dignità fra esseri umani – e della necessità di assicurare le condizioni che ne consentano il dispiegamento – senza andare oltre.

Questa distinzione ha ancora senso oggi?
Se ci si tiene sul piano della speculazione filosofica, si può rispondere positivamente e ci si può sbizzarrire nel costruire modelli ideali in cui la reciproca inconciliabilità diventa plausibile. Si può allora contrapporre la Tradizione alla Modernità, la Conservazione al Progresso, l’Eguaglianza alla Differenza, l’Élite al Popolo, la Sacralità alla Mondanità, la Trascendenza all’Immanenza e via elencando. Il problema è che questi archetipi non reggono al contatto con la realtà, dove subiscono torsioni e contraddizioni. Un pensatore significativo come Jean-Claude Michéa si definisce «un conservatore di sinistra», e Michel Onfray gli si è molto avvicinato, proclamando la trasversalità del sovranismo. Il populismo ha ampiamente dimostrato l’obsolescenza dei vecchi spartiacque, tanto che i movimenti che vi si sono ispirati hanno attirato settori dell’opinione pubblica e dell’elettorato che in precedenza avevano dimostrato affinità sia per partiti di destra che per partiti di sinistra. Si pensa che la Sinistra sia strutturalmente razionalista e la Destra spiritualista, ma conosciamo politici e partiti di destra in cui il laicismo predomina e l’ateismo non è raro, mentre in ambienti di sinistra è possibile rinvenire forti richiami alla spiritualità, come in certo cattolicesimo pauperista e vicino alla teologia della liberazione o in frange ecologiste che esprimono una sensibilità panteista nel loro rapporto con la natura. Occorre dunque rassegnarsi alla constatazione che a credere all’indispensabilità della diade sono oggi soprattutto gli intellettuali (in primo luogo quelli che si riconoscono in una delle due aree), mentre la gente comune ne è sempre meno convinta.

Quale futuro per i concetti di Destra e Sinistra?
Gauchet crede che i più continueranno a servirsene per dare una giustificazione alle scelte che la ragione o gli impulsi suggeriranno loro. Se sarà così, si potrà tracciare un’analogia con il ruolo che nelle società contemporanee esercitano le fedi religiose, e soprattutto le Chiese. Sono ancora molti coloro che dichiarano di appartenere all’una o all’altra di esse, anche se spesso nei comportamenti che assumono ne trasgrediscono i concetti, al più confidando nella possibilità di ottenere il perdono per le mancanze commesse. Così, saranno sempre più frequenti, anche fra quanti insisteranno nel dichiararsi “di destra” o “di sinistra”, gli attraversamenti del confine tra le due aree nelle scelte pratiche della quotidianità. E in questi casi non ci sarà neppure bisogno di ottenere l’indulgenza da un’autorità chiamata a giudicare in nome della Vera Fede: le chiese ideologiche hanno tutte chiuso i battenti o vivono, disertate, nella marginalità. Ai tribunali dell’ortodossia restano pochi imputati da interrogare.

Marco Tarchi è professore ordinario di Scienza politica presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università degli Studi di Firenze

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