Professoressa La Rocca, Lei è autrice del libro Design e delitto. Critica e metamorfosi dell’oggetto contemporaneo edito da FrancoAngeli: quali sono i principali trend del design contemporaneo?
Design e delitto. Critica e metamorfosi dell'oggetto contemporaneo Francesca La RoccaIl design oggi si muove liberamente con linguaggi, metodi e visioni molto plurali. Ma senz’altro possiamo rintracciare due fenomeni generali molto influenti. Il primo è l’aspirazione ad un design biologico in sensi diversi: innanzitutto una progettazione che considera essenziale la questione ambientale ed è ad esempio sempre più attenta alle problematiche del ciclo di vita degli oggetti; dall’altro l’effettiva evoluzione della ricerca scientifica sui materiali che porta sempre di più verso degli artefatti realmente simili a sistemi biologici. Pensiamo solo ad un designer/biochimico come Maurizio Montalti che sviluppa da anni una sorta di “growing design”. Il secondo fenomeno è la smaterializzazione, che ha cambiato progressivamente la natura stessa dell’oggetto: come intuito già negli anni ’80 con la famosa mostra di Parigi “Les immateriaux”, le funzioni più importanti che servono alle persone sono sempre più invisibili e concentrate nei dispositivi elettronici, con la loro possibilità di comunicare e interagire.
Dietro ambedue questi trend generali si evidenzia una grande responsabilità per il design, che oggi è tutt’altro che una disciplina che si risolve nel dare una patina estetizzante all’oggetto, come talvolta è ancora frainteso; ma è invece la cultura più in grado di influenzare importanti cambiamenti per una reale vivibilità del mondo, nella sua concretezza e nella vita quotidiana.
Il titolo del libro “Design e delitto” è provocatorio, ma serve come punto di partenza per capire che per il mondo degli oggetti passano delle sfide che possono essere decisive in senso positivo o negativo per il futuro.

Quali sono le principali critiche rivolte all’oggetto moderno?
Il diluvio esponenziale degli oggetti, come lo ha chiamato Vilèm Flusser, dovuto ad una iperproduzione cui fa riscontro una rapida obsolescenza, è la critica più profonda che oggi si possa fare al mondo artificiale prodotto dall’industrializzazione avanzata. Lo sostiene con forza Serge Latouche e dobbiamo al più presto trovare delle vie d’uscita da questo paradigma in realtà distruttivo. E si tratta sia di una questione strettamente ambientale che di una confusione sul senso del mondo che ci circonda, una giungla di informazioni, immagini e messaggi in cui è difficile districarsi. Gillo Dorfles ha definito un horror pleni che riguarda sia la dimensione materiale che quella della comunicazione.
L’oggetto industriale in realtà è stato messo sotto accusa sin dalla sua nascita, perché non accettato rispetto ad un contesto abituato alle caratteristiche dell’oggetto artigianale; è ritenuto freddo e anonimo, così come l’architettura e la città moderne d’altronde, tutte bersagli concreti contro cui la critica alla modernità ha potuto scagliarsi; punte visibili di quell’iceberg che è la frattura tra tecnica e cultura creata dall’industrializzazione e dalla sua potenza e velocità nell’incidere sull’ambiente e la società. Quando Marc Augé parla di non-luoghi, è immediato pensare anche un contesto di non-oggetti. Ma sul prodotto industriale si proiettano nello stesso tempo grandi aspettative di liberazione ed evoluzione. Il “processo all’oggetto” di cui si parla nel libro è qualcosa di complesso ma anche spesso contraddittorio.
Con l’acuirsi della crisi ecologica è stata ad esempio demonizzata la plastica, per la sua lentissima biodegradabilità. Quella plastica che invece negli anni ’60 ha vissuto un momento d’oro nel design italiano e internazionale, come materiale legato ad un immaginario libero e “colorato” rispetto al bianco e nero e alla rigidità dell’oggetto dell’International Style. Oggi si lavora moltissimo sulle bio-plastiche e l’obiettivo è uscire dall’uso del petrolio per la loro produzione.

Più in generale è la stessa categoria moderna della merce a contenere in sé da un lato qualcosa di dispregiativo, ma anche un nuovo valore di “feticcio”, trasformandosi talvolta nel cosiddetto oggetto cult, che richiama la dimensione emozionale dell’oggetto arcaico.  É ammirevole come il design abbia con grande modestia e attenzione lavorato proprio per riscattare la “scala minore” delle cose che è il prodotto di tutti i giorni, modesto ma vicino alle persone. In questa dimensione apparentemente trascurabile rientra in realtà il punto di partenza di visioni amplissime: Freud affermò, con voluto understatement, che il suo intento era solo quello di raccogliere le cose della vita quotidiana e studiarle scientificamente. Anche il design le ha raccolte e studiate con grande serietà, e continua a farlo ininterrottamente.
Ancora all’oggetto moderno si imputa stranamente di essere “cosa”, immota e non sensiente; ma lo capiamo perché la modernità è anche l’epoca della dinamicità: tanto che i Futuristi sono tra i primi ad immaginare oggetti che si muovono, parlano e interagiscono. Da questo punto di vista diventa allora anche chiaro perché le avanguardie progettuali degli anni ’60-‘70 immaginino città della chimica, come fa ad esempio William Katawolos; materiali organici come ipotizza tra gli altri Rudolph Doernach o sistemi evolutivi come  propongono, in modi diversi gli Archigram o i Metabolisti giapponesi.

Qual è stata l’evoluzione dell’oggetto negli ultimi anni?
È proprio dal “processo” ideale che vede come imputato l’oggetto che il libro parte per individuare 12 specifici trend che investono il design più colto e lungimirante degli ultimi anni. Questi trend sono interpretati come risposta concreta e sul campo alle accuse più o meno esplicite mosse al design e sono osservabili nello scenario internazionale del progetto. Questo è stato investigato con un’approfondita ricerca critica nella quale mi ha affiancato Chiara Scarpitti. Abbiamo contattato molti designer che ci hanno fornito le immagini dei progetti, selezionate con un lungo lavoro di sintesi, necessario per orientarsi nel caleidoscopico e talvolta confusionario mondo del design.
Ne sono scaturite delle “famiglie” di oggetti. Oggetti viventi, potenzialmente indistinguibili dalla natura; oggetti enigmatici perché ospitano tecnologie miniaturizzate e invisibili. Oggetti di riuso ma con sofisticate “storie” e simbolismi; Oggetti connessi, ossia che hanno senso solo come nodi di uno scambio di informazioni; Oggetti incentrati su di una nuova dimensione sensoriale, che ampia la gamma dell’interazione prima ristretta solo al visivo e ad una sedicente ergonomia assoluta; Oggetti che interpretano il lato più enigmatico e misterico della natura; Oggetti frutto di una nuova dimensione laboratoriale, che vede il designer in prima linea a manipolare e inventare nuove materie e processi. Oggetti assenti: questo lo ha detto ad esempio chiaramente anche Philip Starck. Molti oggetti sono scomparsi o destinati a sparire. Come e perché è uno dei punti di riflessione del libro.
Ne emerge un panorama assolutamente pieno di energie, di punti di vista originali e variegati. Tutte visioni che riscattano il design dalle sue banalizzazioni: di mezzo al servizio della speculazione commerciale, di esercizio di vuoto estetismo; oppure di disciplina ancora arroccata in un rigido metodologismo che ne nasconde la deriva puramente  aziendalista e tecnicista. In questi risvolti deteriori risiede il vero “delitto” di cui può essere responsabile il design.

Quali sono, a Suo avviso, le prospettive future per il design?
È un campo della creatività che ha e avrà molto da dire; è un settore che in tutte le sue ormai miriadi di declinazioni (product design, fashion design, web design, social design, graphic design, interaction design… ecc. ecc.)  muove un’economia enorme; speriamo quindi che le sue visioni migliori possano avere una grande incidenza sul sociale, sugli stili di vita, sulla vivibilità generale del mondo. È una cultura quanto mai globale e per questo il libro si muove necessariamente nello scenario internazionale, in cui si vede come le idee si propaghino velocissime e sostanzialmente al di là dei confini e limiti geografici. Questo non significa che non siano emerse dalla ricerca delle aree geografiche oggi particolarmente dense: l’area tra Belgio e Olanda, il Giappone e non ultima l’Italia. Guarda caso paesi accomunati da un’antica radice di cultura materiale molto attenta al dettaglio degli oggetti quotidiani.
Le prospettive future per il design dipendono da tantissimi fattori: l’uso della rete tra i più rilevanti, ad esempio nel permettere un rapporto diretto tra designer e consumatore, con una produzione sempre più on demand; questo esalta le possibilità per il designer come individuo ed il pluralismo delle idee. Siamo in una società che permette sempre di più una creatività diffusa e decentrata. Ma è vero fino ad un certo punto e rischia di essere un solo un mito o un’illusione di fronte ad un mondo in cui sono i colossi dell’informazione e della produzione a dettare davvero legge. Questa legge, ad esempio, spesso trascura del tutto il tema vitale dell’eco-sostenibilità.
Importantissimo è quindi il ruolo delle scuole di design, dei centri di aggregazione delle persone e di diffusione culturale. Perché vi siano anche dei punti chiari e fermi. È fondamentale il ruolo della critica e della riflessione quanto l’effervescenza estemporanea di tanti fenomeni. Come ho scritto altrove i designer sono come dei navigatori che si muovono velocemente in un mezzo liquido, sviluppano rotte e gettano i loro oggetti nel mare come scogli o punti di riferimento. Ma i navigatori quasi sempre non hanno tempo per un diario di bordo che non sia affrettato e lasciano ad altri il ruolo di ricostruire le nuove geografie. Anche perché navigare è più divertente che redigere mappe. Ma per questo libro è stato bello proprio il tentare nuove mappature.