Professor Bassi, la Sua ultima fatica, appena uscita per i tipi del Mulino, si intitola Design contemporaneo: quali sono le tendenze e i linguaggi del design dei giorni nostri?
Design contemporaneo Alberto BassiLo sforzo condotto nel libro è di costruire, oltre la pratica prevalente della pura cronaca, una varietà e complessità di strumenti di lettura, comprensione e valutazione dei differenti modi di intendere e praticare il design. Nel senso che la dimensione formale e linguistica rappresenta certo un componente rilevante ma non unica per capire cosa sta succedendo nel design. Di frequente sono più rilevanti dinamiche complessive, come il ruolo sempre più rilevante delle cose cui semplicemente accediamo (come internet) senza averne il fisico possesso, perché ciò è in grado di mutare radicalmente il mercato o i prodotti. In ogni caso è da tempo evidente che determinate tipologie di prodotto sono ormai mature (dall’automobile a un certo modo di intendere l’arredo) mentre nella nostra vita quotidiana hanno rilevanza quelli che chiamo super-oggetti, ad esempio le macchine dispensatrici di servizi o prodotti (il biglietto del treno o il caffè) dove conta la qualità dell’interazione fisica tecnologica. Certo più in generale si può sostenere che siamo di fronte a una divaricazione per quanto riguarda il design degli artefatti: da una parte l’oggetto-tecnologico (come il telefonino o il computer) fornito di grande appeal e impatto sull’immaginario collettivo, dall’altra gli oggetti che adottano linguaggi riconoscibili (come il cosiddetto retrodesign che ripropone ridisegnato prodotti storici, ad esempio l’auto Mini o 500 o lo stile anni ’50 nell’arredo) ed di immediato impatto per la conquista del mercato, all’insegna di una variazione nell’ omogeneità.

In che modo la digital fabrication influisce sul design?
La digital fabbrication oggi è utilizzata o per integrare processi e sistemi industriali avanzati oppure in una logica di processo completo dal progetto alla produzione al prodotto, nelle strategie maker o di autoproduzione. In entrambi i casi si tratta di un impiego limitato e parziale a fronte di prospettive radicalmente nuove che si possono aprire al sistema complessivo di progetto-produzioine-distribuzione-comunicazione-consumo. Basta pensare alle opportunità della idea di fabbrica diffusa e infinita, a chilometro zero, resa possibile dal progetto producibile on demand e just in time appoggiandosi ai sistemi locali di fab lab e lean production operanti in rete, potenzialmente in tutto il mondo, superando questioni di logistica, gestione organizzativa e di processo.

Viviamo nell’epoca del design diffuso: qual è e quale potrà essere la funzione del design nella nostra società?
Sicuramente le nuove tecnologie progettuali, produttive e comunicativo-distributive stanno aprendo la strada a possibilità di diffusione delle pratiche progettuali, che va detto rimangono perlopiù in un dimensione di Do It Yourself in sostanza amatoriale e hobbistica, in una equivoca coincidenza fra disponibilità di strumenti e competenze progettuali. Questo vuol dire che invece sono sempre necessari designer esperti forniti di formazione e strumenti metodologico e culturali disciplinari per fare “buon design”, in grado di intervenire proficuamente e positivamente nella società e rispetto alle persone. C’è moltissimo ancora da progettare bene e, nelle nuove condizioni complessive, di nuovo.
La questione non è tanto diversa se pensassimo di poterci rivolgere a un conoscitore, un amatore delle cose di medicina nella necessità di un’operazione al cuore; cerchiamo naturalmente  invece un chirurgo. Quando facciamo o scegliamo design, siamo disposti a farlo e rischiare con dilettanti?

Nel Suo testo, Lei utilizza l’acronimo SLOC per descrivere il panorama entro cui opera il design contemporaneo: a cosa si riferisce?
Small, local, open e connected sono gli elementi che configurano un nuovo paradigma determinato da inedite condizioni, con cui confrontarsi anche per progettare prodotti, sistemi e servizi al servizio delle esigenze reali delle persone, non solo delle logiche di un capitalismo finanziario globale generatore di crisi e conflittualità permanente. Una possibilità che consente di ripensare davvero il destino (in parte purtroppo già perduto) della manifattura italiana, storicamente segnata da capitale territoriale, sociale e cultura del fare e progettare.
Think local e act global, invertendo i termini di uno slogan diffuso, può essere una strada praticabile.

In cosa si distingue il Made in Italy contemporaneo?
Permangono alcune qualità storiche – imprenditoria, cultura del progetto, sistema complessivo e articolato dei settori del design o moda; e ancora flessibilità e variazione produttiva – ma è evidente l’urgenza di un rinnovamento anagrafico e socio-culturale, di imprese, designer e la filiera allargata degli operatori e professionisti, ricollocando al centro ciò che sappiamo fare meglio: ricerca, innovazione e design, muovendo dalle condizioni e presupposti locali per operare in una dimensione globale.

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