Professor Giangiulio, Lei è autore del libro Democrazie greche. Atene, Sicilia, Magna Grecia recentemente ripubblicato per i tipi di Carocci che sembra mettere in discussione il profilo naturalmente democratico delle città greche.
Democrazie greche. Atene, Sicilia, Magna Grecia Maurizio GiangiulioSì, una delle cose che più ho avuto a cuore è stata attirare l’attenzione sul fatto che la polis greca, pur essendo una forma di comunità politica a base sostanzialmente partecipativa sviluppa solo in pochi casi, e solo dopo profonde trasformazioni sociali e culturali, la nozione di ‘potere’ spettante al corpo dei cittadini liberi nella sua interezza, ceti popolari minuti e persino nullatenenti compresi. Dobbiamo chiamare solo questa forma di governo ‘democrazia’ greca. Che un ordine politico sia stato semplicemente non sottoposto a un sovrano o a un despota non può significare che lo si possa definire democratico, se non in un senso molto generico e approssimativo, dunque non storicamente pertinente, di ‘democrazia’.

Come si sviluppò la democrazia ad Atene?
Effettivamente, ho concentrato la mia attenzione sui processi di sviluppo dell’ordine politico democratico ad Atene. Non sulla ‘introduzione’ della democrazia, o sulle ‘riforme’ democratiche. E questo perché, a differenza di quel implicano queste espressioni assai diffuse, non ci furono né un modello astratto di regime democratico da instaurare, né ‘pacchetti’ di misure democratiche da introdurre e attuare. Idee del genere fanno parte di una modernizzazione integrale della vita politica della polis che abbiamo ereditato dall’Ottocento, ma che non è più – da tempo – ammissibile. Invece mi è sembrato necessario indicare, più coerentemente con la realtà antica, una serie di sviluppi che contribuirono alla graduale definizione di un nuovo ordine collettivo in cui il ruolo politico cruciale era quello delle migliaia di cittadini impegnati da un lato nel Consiglio dei 500 e nell’assemblea, e dall’altro nelle corti di giustizia popolari. Questi sviluppi si dispongono tra le guerre persiane (dal 490 al 478) e la fine degli anni 50. La democrazia ateniese non fu ‘introdotta’ da Clistene, come si pensa soprattutto nel mondo anglosassone.
Dopo le Guerre persiane la società si articolò sul piano sociale, l’economia si differenziò e diventò più complessa. La costruzione della flotta e dei quartieri portuali e commerciali del Pireo rappresentò una trasformazione importantissima. La maggiore dimensione demografica e la nuova complessità della vita comunitaria hanno un impatto sulla gestione della vita collettiva e chiamano la polis a estendere la gamma delle sue attività. Tutto questo incise molto sulla mentalità di ampie cerchie di cittadini, e la decisionalità collettiva prese a esprimersi con forza. Cominciò a salire alla ribalta la collettività civica nel suo complesso, ceti poveri e rematori della flotta compresi. Presto anche gli equilibri politici interni cominciarono a cambiare. E cominciò a svilupparsi una cultura politica nuova. Essa elaborava per la prima volta una nozione di potere della collettività civica nella sua totalità. Il potere del popolo, la democrazia nel senso greco del termine. Dopo Efialte, fu Pericle nel corso degli anni 50 a concretizzare questa nuova cultura politica, con il sorteggio delle cariche pubbliche e il pagamento di indennità in denaro a chi le ricopriva.

A Siracusa il governo del popolo non risparmiò alla città la tirannide
Il caso di Siracusa indica molto bene le difficoltà che nelle città greche di Sicilia e Magna Grecia incontrarono i processi di sviluppo di assetti politici democratici. Questi si definirono lentamente e furono coinvolti in tensioni sociali e politiche interne laceranti. Alla base di queste tensioni vi era la difficoltà delle cerchie cittadine privilegiate e provviste di enormi risorse economiche ad accettare la parità politica e il potere dei ceti popolari tipici della democrazia. D’altra parte il popolo cedette in vari casi alla tentazione di usare le istituzioni democratiche per combattere i maggiorenti. Queste tensioni mai risolte tra società e politica fecero sì che dopo circa sessant’anni Siracusa tornò nelle mani di un tiranno (Dionisio I).

Come si articolò l’esperienza democratica a Crotone?
Quando intorno alla metà del V secolo gli sviluppi e le trasformazioni della società crotoniate non riuscirono più a essere contenuti e gestiti nel quadro dell’ordine socio-politico tradizionale ereditato dall’età arcaica, esso crollò e insieme tramontò il Pitagorismo politico che quell’ordine aveva sostenuto. Si affermarono allora istanze anti-elitarie e democratiche radicali, probabilmente consapevoli dell’esperienza ateniese. Si chiedeva una assemblea aperta a tutti i cittadini, l’accesso di tutti alle cariche pubbliche della città, la responsabilità dei titolari delle cariche di fronte al potere popolare; si valorizzò la procedura del sorteggio. Forse si pose mano anche a forme di redistribuzione delle ricchezze. Ma il tempo della rivoluzione democratica finì nel giro di trenta, al massimo quarant’anni.

Taranto sembra essere l’unica città in grado di coniugare democrazia e stabilità 
Nel mio libro la discussione del rapporto tra tensioni socio-economiche e equilibrio a livello politico-istituzionale è un tema chiave e un filo rosso che si rintraccia in ogni capitolo. Alla luce della riflessione condotta mi pare si possa dire che nel caso di Taranto, non a caso affrontato nell’ultimo capitolo, il rapporto tra società e economia da un lato, politica e istituzioni pubbliche dall’altro non si spezzò presto, come a Turi, Crotone e Siracusa, ma si stabilizzò, anche se in forme diverse nei vari momenti. Prima lo statista e filosofo pitagorico Archita attuò un esperimento di ‘democrazia guidata’ dall’alto che per certi versi ricorda il caso di Pericle ad Atene, ma per altri se ne differenzia perché Archita pare sia intervenuto a contrastare quelle forme di povertà che impedivano l’esercizio di un ruolo nella vita civica della polis. Dopo di lui, la democrazia assunse una coloritura radicale, per certi aspetti demagogica e ‘pauperista’, ma un equilibrio dovette sussistere a lungo, finché i notabili e grandi proprietari non scelsero di schierarsi con Roma. E con la democrazia finì la libertà di Taranto.

Quale eredità lasciò l’esperienza democratica magnogreca?
In verità non ebbe alcuna influenza sulla storia e sul pensiero politico dei secoli successivi, anche se ve ne sono precise memorie nella Politica di Aristotele, in Polibio in Diodoro Siculo e in Strabone. Agli storici moderni quella esperienza deve suggerire spunti per riflettere, come ho tentato di fare io, sulle enormi difficoltà che incontrò ‘il governo del popolo’ nell’antichità.