Democrazia. L'invenzione degli antichi e gli usi dei moderni, Paulo Butti de LimaProf. Paulo Butti de Lima, Lei è autore del libro Democrazia. L’invenzione degli antichi e gli usi dei moderni edito da Le Monnier: quale singolare percorso ha seguito questo termine tra i vocaboli politici di origine antica?
Hannah Arendt considerava che ogni nuovo fenomeno politico che compare tra gli uomini ha bisogno di “una nuova parola” per designarlo, anche se si usa una parola già esistente con un senso interamente nuovo. Osservare come un termine antico viene ripreso per indicare un nuovo fenomeno è essenziale per capire le più diverse articolazioni e sfumature del nostro vocabolario politico. Chi si dedica a studiare la natura dei concetti politici e il loro uso deve sapere analizzare in quale modo si fa ricorso a termini preesistenti nel momento in cui si vogliono esprimere nuove realtà: è propriamente in questo modo che possiamo cogliere il significato di una tradizione politica. Questo è vero per il più rilevante tra i valori politici contemporanei, e cioè, democrazia. Con un tale vocabolo di origine greca si fa allusione ad alcuni dei nodi centrali della nostra interpretazione politica. Parole come questa non nascono in un laboratorio, ma dalla concreta lotta politica. Come tanti altri termini del nostro vocabolario politico, l’origine e l’evoluzione di “democrazia” non dipende tanto dalle aule universitarie o dalle accademie, se non per periodi limitati Se è vero che, per un certo tempo, il vocabolo “democrazia” fu adoperato da una élite ristretta ed erudita, esso costituisce oggi uno dei termini più ricorrenti nei nostri dibattiti politici, serve a rappresentare istituzioni di varia natura, ed è inoltre richiamato in molteplici testi costituzionali, nella denominazione di partiti e di movimenti sociali, nelle nostre rappresentazioni del passato e del presente, nonché in testi utopici. Non è avvenuto lo stesso con altre parole che abbiamo ereditato dalle lingue classiche, in modo particolare quando si tratta di designare le forme di governo. Anche per questa ragione è importante potere descrivere il percorso che ha portato alla ripresa di “democrazia” dal medioevo fino ad oggi, osservando gli usi del termine nei distinti momenti storici. Solo così possiamo capire la densità propria della nostra vita politica attuale.

Quando compare in latino e nelle lingue volgari il termine greco «democrazia»?
La lingua latina dell’età classica utilizzava termini ed espressioni varie per designare quello che, in greco, era detto demokratia. Durante il Medioevo, però, con la traduzione latina delle opere aristoteliche, la parola demokratia si trasforma nel neologismo democratia. Fu soprattutto con la traduzione della Politica aristotelica fatta da Guglielmo di Moerbeke, nella seconda metà del Duecento, che questa nuova parola latina, democratia, si diffonde insieme ad altre forme lessicali di origine greca, inserita nel contesto di una riflessione organica su ciò che è designato (con un altro neologismo greco) politica. I primi lettori della Politica aristotelica tradotta in latino dovevano avere qualche difficoltà in più a capire l’opera, trovandosi di fronte ad un ampio vocabolario del tutto inusitato per chi non sapeva leggere i testi greci. Quando, nel Trecento, la traduzione latina di Moerbeke della Politica di Aristotele ricevette una versione francese, il traduttore, Nicole Oresme, sentì il bisogno di aggiungere una tavola dei termini alla fine del volume, in cui spiega ai suoi lettori il nuovo lessico politico: tra cui, appunto, démocratie, che appare così in lingua francese.

Più tardi, nel corso del Quattrocento, l’umanista aretino Leonardo Bruni preparò una nuova traduzione della Politica aristotelica in latino, e deliberatamente evitò di ricorrere ai neologismi greci presenti nella traduzione precedente, da lui definita “semigreca”. Questa scelta sarà assai rilevante per la letteratura politica nell’Italia del Quattro e Cinquecento (e non solo in Italia). Se non troviamo mai la parola “democrazia” nell’opera di Nicolò Machiavelli, questo è anche dovuto al fatto che la traduzione di Bruni non contemplava il ricorso a simili termini. Nonostante Bruni e i suoi lettori, essi entreranno comunque, successivamente, a fare parte del linguaggio ordinario nelle varie lingue europee.

Quale significato aveva il termine nella Grecia antica?
Sarebbe ingenuo immaginare che “democrazia” in greco avesse un significato univoco, e che di conseguenza lo potremmo, una volta per tutte, esplicitare. Abbiamo diversi tentativi di interpretazione del significato della parola, tra gli antichi come ancora oggi. Non sono ovviamente coincidenti nemmeno le interpretazioni dei vocaboli che compongono la parola “democrazia”. Si veda, ad esempio, la diversa scelta, in latino, di tradurre demos: populus o plebs? Il più delle volte, il termine “democrazia” viene utilizzato nella letteratura antica negativamente, anche se non sempre. Possiamo immaginare che questo termine, come altri concetti politici, sia nato direttamente in un contesto conflittuale e abbia assunto significati e valori divergenti secondo la parte politica che l’utilizzava o le inclinazioni degli autori che vi facevano ricorso. Si deve anche tenere presente che un autore come Aristotele può raccogliere, all’interno della Politica, degli argomenti a favore della democrazia, pur considerandola tra le forme degenerate. Oppure che Platone, pur descrivendo la democrazia nei suoi tratti peggiori, fu anche considerato, per altri aspetti, come il vero pensatore democratico dell’antichità.

Quale ruolo ha assunto il termine con l’età delle rivoluzioni e il mondo del socialismo?
L’incorporazione della parola “democrazia” nel lessico rivoluzionario francese, così come nel vocabolario del movimento di indipendenza americana, fu graduale, spesso oggetto di polemiche. Non sempre era gradito ai rivoluzionari identificarsi con l’aggettivo “democratico”. Questo vale, peraltro, già per l’Inghilterra del Seicento, dove nemmeno certi movimenti radicali, come i Livellatori o i Zappatori, adoperavano volentieri la parola “democratico”, oppure, se lo facevano, non gli conferivano necessariamente un significato positivo. Bisogna, però, considerare che, nei periodi successivi alle trasformazioni rivoluzionarie, in Europa e negli Stati Uniti, la parola “democrazia” passa ad essere sempre più utilizzata in riferimento a fenomeni politici del presente, per designare ad esempio partiti e forme varie di associazione politica. I movimenti socialisti dovevano confrontarsi con questa realtà, ma non sempre vedevano con favore o con un particolare interesse un programma definito come “democratico”. Nel caso, però, dei movimenti di ispirazione marxista, vi era una intensa riflessione sulle varie sfumature assunte dal termine “democrazia”, secondo il suo uso sia all’interno dei gruppi radicali, sia in campo “borghese”. I pensatori marxisti avevano anche piena consapevolezza dello stretto legame che intercorre tra le nozioni di “politica” e di “democrazia”. Così come le società comuniste sono in qualche modo “democratiche”, all’inizio del processo storico per cui passano le società umane e alla fine del loro percorso, almeno transitoriamente, così anche il comunismo rappresenta un superamento della democrazia nel momento in cui l’esigenza stessa della politica scompare nella società senza divisioni di classe.

In effetti, uno degli aspetti più interessanti, nel campo delle teorie marxiste, è la visione delle prime società umane in quanto società “democratiche”. Come sappiamo, l’opera dell’antropologo statunitense Lewis Morgan interessò molto Karl Marx e Friedrich Engels; quest’ultimo scrisse, dopo la lettura di Morgan, il suo volume sull’Origine della famiglia, della proprietà e dello Stato. Morgan vedeva la democrazia sia in una prospettiva di evoluzione storica (era una delle caratteristiche di una fase precisa del processo storico-evolutivo per cui passano le società umane), sia in quanto fenomeno delle società primitive da lui studiate, in modo particolare delle tribù degli Irochesi. Con la riflessione marxista sulle società primitive, ispirata alle tesi di Morgan, la democrazia primitiva diventa la prima e unica vera democrazia mai esistita, mentre la democrazia greca non solo non è più la prima, ma è una forma degenerata, è una democrazia corrotta dalla presenza della proprietà e della schiavitù.

Quale valenza assunse il termine nella riflessione politica tra Otto e Novecento?
Sarebbe impossibile offrire un qualsiasi riassunto degli usi di democrazia in questi due secoli. Ma se dobbiamo individuare due grandi linee di interpretazione degli usi di “democrazia” in questo periodo dovremmo parlare, da una parte, di una specie di normalizzazione del termine, dall’altra, del tentativo di ridargli un senso polemico. Come è stato notato poi dal giurista conservatore tedesco, Carl Schmitt, l’uso ottocentesco di democrazia e la sua incorporazione nel lessico corrente della politica implicò una perdita del suo contenuto polemico, che gli era dato in particolare dalla opposizione alla monarchia. Lo stesso Schmitt cercò di conferire un nuovo e polemico significato a “democrazia”, anche se solo durante un periodo della sua produzione intellettuale (e cioè, negli anni Venti, quando lui doveva confrontarsi con la costituzione di Weimar, che si definiva “democratica”).

Si deve sempre tenere presente l’uso polisemico di democrazia, per cui troviamo questa parola utilizzata all’interno delle forme di autorappresentazione di alcuni dei principali paesi in Europa e in America (anche nelle descrizioni già ottocentesche della monarchia britannica), senza escludere che, al tempo stesso, la parola possa entrare nel programma dei movimenti più radicali. Certamente, durante il Novecento, i due grandi rivolgimenti politici, la sconfitta del nazionalsocialismo nella Seconda Guerra e la fine dell’Unione Sovietica, condizionarono l’uso corrente del vocabolo e la percezione comune di ciò che è “democratico”. Questo fatto (e in particolare l’uso di democrazia come un valore politico) direziona anche le stesse ricerche in cui si analizzano gli usi storici della democrazia, come, ad esempio, lo studio della democrazia tra gli antichi, tra coloro cioè che hanno trasmesso il termine ai moderni.

A quali continui tentativi di conferire nuovi significati al concetto di democrazia assistiamo ai giorni nostri?
Uno degli aspetti più interessanti negli studi attuali sulla democrazia riguarda il discorso sulle origini. L’antico dibattito sulla democrazia primitiva assume un nuovo significato quando è ripreso nel contesto delle realtà politiche in continua trasformazione nel secolo ventunesimo. Questo deve essere analizzato sia dal punto di vista dei rapporti internazionali, sia invece in una prospettiva interna ai paesi che si proclamano democratici. La visione della democrazia come un elemento distintivo di certe “civiltà” o “culture” ha ridato vita, per contrapposizione, ad una serie di studi in cui si cerca di constatare la presenza della democrazia in parti diverse del mondo, indipendentemente dal processo di colonizzazione europea. Alcuni degli studi sulle democrazie “non occidentali” non nascondono il loro fine strumentale: certi autori credono che, nel dimostrare l’esistenza di democrazie in paesi e comunità prima del loro contatto con l’Europa, si possa rendere più facile il compito di implementare la democrazia in questi territori. La forma politica democratica non sarebbe sentita, in questo modo, come una imposizione straniera. Basta un esempio come questo per capire quale sia il peso ideologico di una ricerca sulla teoria democratica e sulla tradizione di questo termine.

Paulo Butti de Lima insegna Storia delle dottrine politiche all’Università di Bari. È il responsabile scientifico del dottorato di ricerca della Scuola Superiore di Studi Storici di San Marino. È studioso del pensiero politico classico, della storiografia e della filosofia antica, e della tradizione dell’antico nel mondo moderno. Si è laureato in Brasile e si è perfezionato alla Scuola Normale Superiore di Pisa e alla Scuola di Studi Storici di San Marino. Tra i suoi lavori si possono segnalare studi sulla storiografia greca (L’inchiesta e la prova), più monografie su Platone, tra cui un commentario alla Settima Lettera (L’utopia del potere), e un volume su Aristotele e l’arte moderna (Il piacere delle immagini).