“Democrazia e conoscenza. Il dibattito contemporaneo” di Paolo Bodini

Dott. Paolo Bodini, Lei è autore del libro Democrazia e conoscenza. Il dibattito contemporaneo, edito da Carocci: che significato assume la “conoscenza” nel contesto democratico?
Democrazia e conoscenza. Il dibattito contemporaneo, Paolo BodiniNel libro si fa riferimento alla conoscenza con il termine greco episteme. Questa scelta, in realtà, altro non è che un necessario adeguamento ai termini del dibattito a cui guarda il testo, che cerca di confrontarsi, in particolare, con le tesi di studiosi detti epistocrati. Sono loro a chiamare in causa la conoscenza, da intendersi appunto come episteme, cioè come conoscenza accurata dei “fatti” funzionali alla formazione di un giudizio cogente su ciò che la politica dovrebbe fare.

Vale la pena fissare due rapidi punti.

Un primo aspetto da chiarire è il significato dei “fatti” appena evocati. Seguendo gli epistocrati, possiamo isolare tre componenti della conoscenza come episteme. Innanzitutto, la conoscenza delle regole del gioco, vale a dire, il complesso di procedure e prerogative che compongono il “gioco politico” e permettono di capire le mosse dei rispettivi giocatori. In seconda battuta, la conoscenza dei crocevia del dibattito pubblico. Pensiamo, per esempio, alla gestione della Brexit nel Regno Unito in occasione delle elezioni del 2019. Questo tema rappresentava un crocevia del dibattito pubblico per l’enorme impatto sulla politica britannica e, per questo, la conoscenza dello stesso risultava del tutto necessaria per comprendere e valutare le posizioni delle varie forze in campo (non a caso gli slogan dei maggiori partiti si riferivano tutti a Brexit). Infine, l’episteme è composta dalla conoscenza dei rappresentanti, sia retrospettiva (come hanno agito in passato e che posizioni hanno assunto) che prospettica (che cosa si impegnano a fare nel futuro).

La scelta di focalizzarci su questo tipo di conoscenza fattuale deriva dalla convinzione – secondo aspetto – che questa sia fondamentale, anzi, fondazionale, per la democrazia. Come cerco di chiarire nel libro, la democrazia presuppone e valorizza la capacità dei cittadini di relazionarsi – di scontrarsi anche – a partire da un patrimonio condiviso di “fatti”. In una battuta, attraverso la democrazia cerchiamo di dare un ordine al mondo che condividiamo ma, per farlo, dobbiamo condividerne anche una conoscenza di base. Se viene meno la seconda – la conoscenza – verrà meno anche la prima – la democrazia.

Quali tesi sostengono i difensori dell’epistocrazia?
L’epistocrazia sostiene la necessità di riorganizzare le società democratiche di modo da dare maggior peso alla conoscenza fattuale, rigorosa, dei problemi politici. Il termine epistocrazia anticipa questo intento, combinando la conoscenza (episteme) con il potere di prendere decisioni per tutti (kratos). L’epistocrazia, dunque, sfida l’universalismo delle democrazie, contestando l’idea che l’intera cittadinanza abbia eguali prerogative politiche. Per il bene di tutti, sarebbe opportuno operare delle discriminazioni su basi epistemiche, cioè di conoscenza, dando maggior peso politico a coloro che posseggono maggiore episteme.

Le premesse dell’epistocrazia affondano le proprie radici nelle scienze sociali e, in particolare, negli studi sulla disinformazione della cittadinanza occidentale. In inglese, senza troppi giri di parole, si fotografa la situazione nei termini di political ignorance (ignoranza politica). Di nuovo, questa ignoranza ha una natura fattuale: i cittadini dimostrano di non sapere, per esempio, cosa fa il parlamento e cosa fa il presidente (conoscenza delle regole del gioco), di ignorare i problemi e l’agenda di cui si occupa la politica (conoscenza dei crocevia del dibattito pubblico), di non conoscere nomi, storie e programmi dei politici e dei partiti (conoscenza dei rappresentanti).

Questa condizione incoraggia il tentativo epistocratico di immaginare un ordine politico coerente con questo disimpegno della cittadinanza ad interessarsi e conoscere i problemi pubblici. Nel libro si distinguono due possibili riorganizzazioni epistocratiche: de iure o de facto. Nel primo caso, l’epistocrazia de iure, l’uguaglianza in materia di partecipazione politica verrebbe formalmente rimpiazzata da un suffragio ristretto, in cui vota chi supera un test sull’informazione politica (una sorta di “patente elettorale”) o chi viene sorteggiato per essere in seguito formato a ragionare sui problemi politici. Nel secondo caso, l’epistocrazia de facto, non ci sarebbe una restrizione formale dei diritti ma soltanto una riorganizzazione in senso tecnocratico o tecno-capitalistico della società, di modo da conferire maggiore influenza ad individui competenti ed informati.

Quale relazione intercorre, in democrazia, tra conoscenza morale e conoscenza fattuale, tra morale ed episteme?
Il primo piano su democrazia e conoscenza che propone il volume sembra creare un convitato di pietra nell’analisi: la morale. È evidente, infatti, che la democrazia chiama in causa non solo la nostra conoscenza dei problemi ma anche, e forse soprattutto, le idee morali che nutriamo sugli stessi. La democrazia, in altri termini, interpella le nostre identità morali, permettendoci di difendere ciò che riteniamo moralmente giusto.

Questo aspetto, però, non esclude ma, anzi, si connette all’episteme come elemento costitutivo della democrazia. Nel libro propongo una separazione fra morale ed episteme non perché i due elementi non si leghino nel nostro modo di ragionare sulla politica, ma perché non devono essere sovrapposti e confusi. In altri termini, l’ignoranza politica non rappresenta cittadini moralmente cattivi, ma cittadini impreparati nell’ambito – la politica – su cui possono esprimere le proprie priorità morali. Naturalmente, vale anche l’opposto: possedere episteme non significa conoscere le scelte moralmente giuste da compiere. Come già faceva notare Aristotele, il possesso di conoscenza configura un dilemma su come usarla. Interessanti studi hanno mostrato come certe élite si servano delle proprie risorse, pecuniarie ma anche conoscitive, per sviare il pubblico ed indurlo a fare scelte lesive per mero interesse di parte.

L’episteme, dunque, “arma” la riflessione morale della cittadinanza, permettendole di articolare le proprie preferenze sul corpo di problemi di cui fa esperienza. Parafrasando una famosa chiosa di Kant, la democrazia senza morale sarebbe vuota, ma senza episteme sarebbe cieca. È infatti attraverso l’episteme che le possibili vie da imboccare si vedono, si capiscono, si valutano e si scelgono.

Cosa afferma il proceduralismo non-epistemico?
Il proceduralismo è una delle possibili teorie per spiegare la legittimità della democrazia. Secondo questo approccio, la democrazia genera decisioni legittime perché configura una procedura moralmente giusta. L’accento procedurale cade così su come la democrazia opera e non su cosa produce. Le decisioni potranno anche dimostrarsi sbagliate, ma sono giustificate dall’iter che le ha generate.

Nella versione non-epistemica, il proceduralismo intende la democrazia legittima perché rappresenta quel modo di decidere che tutela la libertà uguale dei cittadini in condizioni di disaccordo. Questa concezione, però, non tiene conto del ruolo dell’episteme, espungendolo dai fondamenti della democrazia che, in questa lettura, sono tre: l’uguaglianza, la libertà, il pluralismo nel disaccordo. Nel libro si cerca di mostrare che la dimenticanza dell’episteme va colmata: la conoscenza fattuale catturata dall’episteme va aggiunta come quarto elemento di una teoria della legittimità democratica. Questa mossa nasce dalla necessità di dar conto della capacità dell’uomo di conoscere la realtà e decidere di conseguenza, aspetto che la democrazia tutela ed istituzionalizza, conferendo alla cittadinanza spazi e possibilità di azione che muovono da questo fondamentale riconoscimento.

Questo tipo di proceduralismo viene chiamato nel testo “proceduralismo illuminato” perché ispirato da un’osservazione di Robert Dahl, secondo cui la democrazia trova nella “comprensione illuminata” della cittadinanza un suo elemento essenziale. La “comprensione illuminata” rimanda esattamente alla necessità di includere l’episteme nei fondamenti della democrazia. Con questo si esprime in definitiva la convinzione che la democrazia funzionerà perché gli attori a cui dà potere sanno capire il contesto in cui operano e, per questo, sono in grado di decidere insieme, secondo un complesso condiviso di regole che interviene su una realtà comune.

Quali posizioni del dibattito contemporaneo condividono la medesima attenzione all’episteme nel processo democratico?
Il quarto capitolo del libro cerca di collocare il “proceduralismo illuminato” nel dibattito sulla legittimità della democrazia, soffermandosi su diverse posizioni che, seppure in modi diversi, tracciano il legame fra democrazia e conoscenza. Nel fare questo, l’analisi cerca non solo di rimarcare le differenze fra la posizione difesa nel libro e quelle discusse, ma anche di affinare le specificità teoriche del proceduralismo illuminato. Fra gli autori discussi troviamo Landemore, Talisse, Peter, Estlund, Cerovac, Lafont, Urbinati e Ottonelli.

Il confronto con le posizioni nel dibattito aiuta a chiarire, per esempio, che il proceduralismo illuminato è monistico. Secondo questa lettura, la democrazia si legittima con un unico ordine di ragioni, che sono appunto di marchio procedurale. Occorre cioè guardare ai valori che la democrazia realizza nel modo in cui produce decisioni e non alla qualità delle decisioni generate, che restano, peraltro, provvisorie ed emendabili.

Ancora, la concezione procedurale delineata nel testo fonde elementi morali (uguaglianza, libertà, pluralismo nel disaccordo) con la valorizzazione delle capacità epistemiche delle persone che se ne servono. Essere democratici significa ritenere che i cittadini siano in grado di agire in prima persona come decisori politici, di portare in questo processo la propria comprensione del mondo e che solo così essi rimangono liberi e uguali nell’affrontare il disaccordo sul da farsi. Questo, però, non comporta sostenere, come fanno alcune teorie, che la democrazia acquisisca la sua raison d’être attraverso il potenziale conoscitivo sprigionato dall’aggregazione di punti di vista diversi. Le democrazie possono fare scelte miopi o persino tragiche, come di fatto è accaduto nella storia. L’attrattività dello strumento democratico però, sopravvive ai suoi fallimenti, perché non vive dei suoi successi, ma del metodo con cui ripara agli errori e difende le proprie conquiste.

Paolo Bodini ha conseguito un dottorato di ricerca in Filosofia del diritto all’Università degli Studi di Milano in cotutela con l’Università di Colonia. È stato assegnista di ricerca all’Università Ca’ Foscari di Venezia nel progetto Horizon 2020 ISEED (Grant Agreement No. 960366) e ricopre attualmente lo stesso ruolo presso l’Università degli Studi di Genova nel PRIN 2022 “Liberal politics and nature. Democratic decisions about animals, plants and climate change” (2022W8CT4J). I suoi principali interessi riguardano la teoria democratica, il costituzionalismo, la storia della filosofia politica e del diritto.

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