Delitto e castigo, Fëdor Dostoevskij, riassunto, tramaDi certo uno dei romanzi più influenti del Diciannovesimo secolo, Delitto e Castigo, dello scrittore russo Fëdor Dostoevsky, ha mantenuto intatto il suo fascino negli anni ed è diventato sinonimo dell’analisi psicologica della mente criminale.

Il corposo romanzo racconta la tragica storia di Rodion Romanovič Raskolnikov, un ex studente di talento spinto dalla propria visione filosofica e morale deformata a commettere un omicidio. Sorpreso dal suo senso di colpa e terrorizzato dalle conseguenze delle sue azioni, Raskolnikov si aggira tra i bassifondi di un San Pietroburgo pre-rivoluzionario e insolitamente afoso, cercando di comprendere e giustificare il proprio crimine e tentando di sfuggire a Porfiry, il giudice istruttore incaricato delle indagini.

La narrazione si apre nell’angusta mansarda dello studente, così piccola e misera da sembrare un armadio. Raskòlnikov è stato costretto dalla sua indigenza a interrompere gli studi e medita sulla sua possibilità di riscatto. Immagina dunque di uccidere Alëna Ivànovna, una vecchia usuraia avida, per derubarla e riuscire così a completare l’università e forse anche ad essere di sostegno alla propria famiglia, salvandola dalla miseria ed evitando all’amata sorella un matrimonio equivalente alla prostituzione con un uomo getto e meschino.

Certo, si tratterebbe di un crimine, e come tale di un atto contro la legge. Ma, riflette lo studente, non contro il bene assoluto, nel momento in cui tale crimine sia consumato al fine di raggiungere obiettivi più alti. Del resto, l’uomo veramente grande, il genio – come Napoleone, e come lui stesso –  è al di sopra della legge, e può costruirsi una propria morale in nome della sua stessa grandezza.

L’enorme massa degli uomini, il “materiale”, esiste esclusivamente per riuscire alla fine, mediante qualche sforzo, qualche processo ancora misterioso, tramite qualche incrocio di specie e di razze, a mettere finalmente al mondo un uomo – uno solo su mille, magari – dotato di uno spirito indipendente. Mentre di uomini dotati di uno spirito indipendente in grado ancor più elevato ne nascono forse, uno su diecimila (parlo per approssimazione, si capisce). E in grado più elevato ancora, uno su centomila… Di uomini geniali, poi, ce n’è uno su tanti milioni; e di grandi geni, che sono il coronamento dell’umanità, ne nasce forse uno dopo che molte migliaia di milioni di uomini sono passati sulla terra”.

Afferrata un’accetta, che nasconde sotto al soprabito, Raskòlnikov si reca dalla vecchia usuraia per ucciderla. Ma le cose non vanno come previsto: compare sulla scena anche la sorella dell’usuraia, che diventa così testimone del delitto appena compiuto, fatto che induce Raskòlnikov ad uccidere anche lei.

Dopo aver commesso il duplice omicidio, lo studente si rintana nella sua mansarda e viene colto da una forte febbre che lo costringe a letto per giorni. Sono giorni terribili, in cui si alternano delirio e semicoscienza, e durante i quali il ragazzo non riesce a smettere di pensare al delitto: anche se sembra essere sfuggito alla giustizia, non riesce a sfuggire alla propria coscienza, ai rimorsi e all’angoscia: “Aveva il costante ricordo di aver dimenticato qualcosa che non avrebbe dovuto dimenticare; si tormentava, si torturava cercando di ricordarsene, gemeva, in preda al furore o a una tremenda, insostenibile paura. In quei momenti faceva degli sforzi per alzarsi, avrebbe voluto scappare, ma c’era qualcuno sempre che lo tratteneva a forza, e lui ripiombava nell’impotenza e nell’incoscienza”.

Se anche l’uccisione dell’usuraia, avida e maligna, può trovare una giustificazione e una sorta di assoluzione nella mente del giovane, non è così per l’omicidio della sorella, Lizaveta, mite e innocente.

Inaspettatamente, Raskòlnikov sembra trovare conforto in una giovane ragazza, Sonja, con “una vocina tanto mansueta… è biondina, col visetto sempre pallido, magrolino”. Pur essendo costretta a lavorare come prostituta per mantenere i fratellini e la madre malata, Sonja è una ragazza pura, umile e generosa, che oppone al nichilismo di Raskòlnikov la sua incrollabile fede nel Vangelo e in un Dio salvifico. È lei, disposta persino a seguire il ragazzo in Siberia, dove dovrà scontare la sua pena, a convincerlo a confessare il delitto, liberandosi finalmente la coscienza e mettendo fine ai turbamenti che lo attanagliano. Il romanzo si chiude con una sorta di redenzione: Raskòlnikov si autodenuncia, decidendo di seguire l’amore per Sonja, la verità di Dio e la legge degli uomini. Benché condannato a sette anni di prigionia in Siberia, il ragazzo è finalmente libero dal tormento: “Avevano le lacrime agli occhi. Tutti e due erano pallidi e magri, ma sui loro volti sbiancati dalla malattia splendeva già la luce di un futuro diverso, di una completa rinascita, di una vita nuova. Li aveva risuscitati l’amore: il cuore dell’uno, ormai, racchiudeva un’inesauribile sorgente di vita per il cuore dell’altro”.

Il romanzo è immenso: è la storia di un omicidio, certamente, ma è soprattutto una porta di accesso alla mente di un uomo, una mente sconvolta dall’angoscia ma anche acuta e riflessiva. È insieme un romanzo psicologico, una critica alla società russa del tempo, un trattato sull’ideologia e la morale, sull’ateismo e sulla fede. E soprattutto è letteratura, di quella grande e indimenticabile.

Silvia Maina

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