“Deglobalizzazione” di Fabrizio Maronta

Prof. Fabrizio Maronta, Lei è autore del libro Deglobalizzazione. Se il tramonto dell’America lascia il mondo senza centro, edito da Hoepli. Come argomenta sin dalle prime pagine del libro prima di trattare della sua evoluzione, è necessario rispondere ad una domanda: che cos’è la globalizzazione?
Deglobalizzazione, Fabrizio MarontaGlobalizzazione, come altri termini del nostro mondo iper-mediatizzato, è un vestito buono per tutte le stagioni. È un termine talmente abusato da non significare quasi più nulla. Volendo riscoprirne il senso, possiamo distinguere tra accezione socioeconomica e significato geopolitico.

Quanto al primo aspetto, definirei la globalizzazione – la seconda storicamente, la prima essendo quella ottocentesca finita con lo scoppio della Grande guerra – come il processo di crescente interconnessione commerciale, finanziaria e industriale degli ultimi quarant’anni circa. Un processo culminato nel primo decennio del XXI secolo quando l’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio, avvenuto nel 2001, dispiega appieno i suoi effetti facendo della Repubblica Popolare Cinese la “fabbrica del mondo”. A questa dinamica fa da pendant una certa omologazione culturale, forse eccessivamente enfatizzata ma reale, data dal diffondersi di abitudini di consumo materiale e culturale più uniformi di un tempo. Vi conorrono tra gli altri il decollo di Internet, l’affermazione delle grandi multinazionali e il forte aumento del turismo internazionale, figlio dell’aviazione low cost. Questo è l’aspetto più indagato della globalizzazione: non per questo poco affascinante, ma di certo più noto e più banalizzato.

A fare da sfondo al libro è invece l’aspetto geopolitico. Al riguardo definirei la globalizzazione come una grande scommessa e una grande promessa. La prima apparentemente persa, la seconda sicuramente tradita. La scommessa è quella fatta dagli Stati Uniti a partire dagli anni Settanta con la visita di Richard Nixon e Henry Kissinger a Pechino, ma ancor più dopo il crollo dell’Unione Sovietica, di integrare pienamente la Cina nei circuiti economico-finanziari del capitalismo americanocentrico senza che ciò li sovvertisse. Anzi, usando tale integrazione per consolidare il primato economico, istituzionale, culturale e geostrategico dell’America risultante dal crollo dell’alternativa comunista. La promessa è che con il capitalismo, in Cina – e, per estensione, nel resto dell’Asia e altrove – arrivasse la democrazia liberale di stampo occidentale. Oltre a confermare l’inevitabilità del modello americano teorizzata da Francis Fukuyama nel suo famoso saggio sulla “fine della storia”, ciò avrebbe ulteriormente consolidato il primato di cui sopra.

Come tutti i grandi processi storici, anche a questo fa da sfondo un apparato concettuale con profondi risvolti ideologici, che fa giustizia dell’idea secondo cui con la fine della guerra fredda tramontano tutte le ideologie. L’apparato è quello del Washington consensus: l’insieme di teorie economiche e convinzioni quasi fideistiche sul funzionamento dei mercati che forma il nucleo di ciò che oggi chiamiamo “neoliberismo”.

Come si è evoluto il canone neoliberista?
Se oggi parliamo di canone è perché quest’insieme di teorie e di prassi economico-finanziarie è divenuto sfondo delle nostre economie nazionali e delle loro interazioni, ma un canone non nasce tale. Assurge a norma per un insieme di circostanze, che nel caso specifico molto devono allo stato dell’economia americana tra la seconda metà degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, al parallelo estrinsecarsi della relazione sino-statunitense e al riassetto mondiale successivo alla fine della guerra fredda.

Costruito negli anni Settanta a Chicago da Milton Friedman e colleghi sulla scorta delle teorie di Friedrich von Hayek, con l’avvento di Ronald Reagan alla Casa Bianca e di Margaret Thatcher a Downing Street il nucleo di queste teorie trova altrettanti campioni politici. È un apparato concettuale che si sviluppa in reazione all’esaurirsi del miracolo economico postbellico, alle crisi energetiche indotte dalle guerre arabo-israeliane, al livello mediamente alto di tutele lavorative e salariali che caratterizza anche l’America in quel periodo, alla natura marcatamente redistributiva dell’impianto fiscale e normativo figlio dalla legislazione rooseveltiana.

A tutto questo la scuola di Chicago contrappone la teoria del “valore per gli azionisti”, che in sostanza postula il primato del capitale sul lavoro e la conseguente necessità di privilegiare l’offerta di beni sulla domanda, con tutte le conseguenze che ne derivano in termini sociali e normativi. Questa offensiva si sposa con l’apertura della Cina al capitale statunitense, inizialmente in chiave antisovietica e poi sempre più a sugellare il matrimonio di interessi che ha retto la “globalizzazione”. In cambio della modernizzazione cinese, il mondo economico e industriale statunitense guadagna una riserva enorme di manodopera a basso costo inquadrata in un sistema politico che reprime il dissenso e favorisce la produttività. Un sistema con cui compensare, mediante le delocalizzazioni, i problemi di un’economia che non cresce più come un tempo.

È importante sottolineare il peso che in tutto questo riveste la “ideologia della fine delle ideologie”. La fine della storia postula che non vi siano più alternative a questo paradigma economico, sociale e produttivo, sicché ad esserne affascinati oltre alla Cina e agli altri paesi dell’ex blocco comunista che lo abbracciano, sono per primi i paesi occidentali. Riprova ne è la “terza via” teorizzata dal sociologo Anthony Giddens e incarnata soprattutto da Bill Clinton e Tony Blair, che ammanta con i crismi del riformismo liberale politiche pienamente liberiste.

Quali eventi hanno scatenato il fenomeno della deglobalizzazione?
Se per deglobalizzazione intendiamo la crisi dell’assetto geopolitico americanocentrico figlio del primato socioeconomico, istituzionale, politico, militare e culturale statunitense successivo al 1991, possiamo individuare nella crisi finanziaria del 2008, nel Covid-19 e poi nella guerra ucraina i tre spartiacque che segnalano e accelerano il sopraggiunto anacronismo di tale assetto.

La crisi del 2008 palesa la stanchezza e l’impoverimento di una classe media americana che, al netto degli eccessi indotti dalla deregolamentazione finanziaria, si vede schiacciata da un fardello debitorio sempre meno sostenibile, anche alla luce del progressivo deterioramento socioeconomico indotto da decenni di deindustrializzazione. Il Covid è invece la plastica dimostrazione, soprattutto agli occhi dell’America, di un’ormai eccessiva dipendenza dall’Asia in generale e dalla Cina in particolare per funzioni produttive ritenute essenziali. La guerra in Ucraina, che ricompatta almeno provvisoriamente la Nato e sospinge la Russia nelle braccia di Pechino in posizione di subordinazione, spazza via l’illusione europea di poter prescindere dalle dinamiche storiche. L’America si era già andata risvegliando da questa illusione almeno dal secondo mandato di Barack Obama, mentre la Cina non l’ha mai abbracciata e la Russia tantomeno. Idem gli Stati europei del “fianco est” entrati nell’Alleanza atlantica e nella Ue tra la fine degli anni Novanta e la prima metà dei Duemila, per i quali la storia non è mai finita.

Quali caratteristiche avrà tale contrazione? E con quali conseguenze per l’Europa e per l’Italia?
Sotto il profilo geostrategico, assistiamo al ritorno in grande stile della politica di potenza e dei suoi corollari, tra cui un generalizzato riarmo che ci accompagnerà per i prossimi dieci-quindici anni. Ciò implica compiere delle scelte di campo, come attestato dalla vicenda del memorandum sulle Nuove vie della seta cinesi: firmato dall’Italia qualche anno fa e reso quasi subito lettera morta dall’opposizione statunitense.

Sotto il profilo concettuale, con il paradigma del Washington consensus – messo in discussione anzitutto nella stessa America – viene meno l’idea dell’economia come variabile indipendente dalla politica e dalla strategia, se non ad esse sovraordinata. Nel nostro mondo iper-industriale le logiche economiche e produttive ovviamente non vengono meno, ma sono sempre più contemperate quando non subordinate a considerazioni di natura politico-strategica, come non si vedeva dai tempi della guerra fredda. Il che non è necessariamente un male.

Sotto il profilo economico, la guerra commerciale a suon di dazi e di sussidi pubblici tra Cina e Stati Uniti, con l’Europa a inseguire i due colossi sullo stesso terreno, segnala il trionfale ritorno della politica economica e la contestuale spinta alla riorganizzazione delle catene del valore, in una logica non più dettata solo dal profitto. Questo non implica autarchia, impossibile e indesiderabile. Di certo implica però un approccio diverso al modo di concepire le relazioni industriali e commerciali tra grandi blocchi economici.

Il reshoring, qualunque forma prenda, non è tuttavia una marea che alza tutte le barche – come del resto non lo è stata la “globalizzazione”. In assenza di politiche industriali ed economiche nazionali ben congegnate ed eseguite, la riorganizzazione produttiva aggirerà il nostro paese, aggravandone gli squilibri e determinandone di nuovi.

Che ruolo svolge la Cina in questo processo?
Alla Cina, come provo ad evidenziare nel libro con un apposito capitolo, questa fase pone grandi opportunità ma anche enormi sfide. Le prime attengono alla possibilità di ricalibrare gli equilibri mondiali per ritagliarsi più spazio, anche rispetto ai paesi in Asia, Africa e altrove su cui Pechino intende esercitare crescente influenza. Le sfide stanno soprattutto nella necessità di modificare un modello di sviluppo incentrato su un’enorme capacità di esportazione, che oggi non trova nei mercati occidentali gli sbocchi facili e liberi di un tempo. È fuorviante ed egocentrico pensare che i regimi autoritari possano prescindere dal consenso popolare. Il patto sociale tra Partito comunista e popolazione cinese si è basato sin qui sullo scambio tra crescita economica e diritti negati. La tentazione di surrogare il venir meno della prima con cause mobilitanti, come ad esempio la “riconquista” di Taiwan, potrebbe rivelarsi irresistibile. La storia sa replicare in modo contundente, specie a chi pretendeva di averla abolita.

Fabrizio Maronta è giornalista, Consigliere scientifico e Responsabile relazioni internazionali di “Limes”, rivista italiana di geopolitica. Laureato in Scienze Politiche, ha insegnato Geografia politica ed economica all’Università Roma Tre e Relazioni internazionali alla Scuola sottufficiali dell’Esercito (Viterbo).

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