“De vulgari eloquentia”: riassunto

De vulgari eloquentia, Dante, riassunto

I libro

L’opera si apre con la distinzione tra il «volgare», la lingua naturale che si apprende fin da bambini dall’ambiente familiare e sociale, e la lingua artificiale, o di secondo grado, che molte popolazioni crearono per avere un linguaggio stabile, non corruttibile e sottratto alle mutazioni storiche: tale fu il greco, diffusosi nell’area orientale del Mediterraneo, e soprattutto il latino, creato dai romani che lo chiamarono «grammatica» e lo diffusero in tutto l’Occidente. Il più «nobile» è il volgare, in quanto, pur con notevoli differenze di vocaboli, è parlato da tutte le popolazioni della terra e fu usato fin dalla creazione. Dante passa quindi ad alcune considerazioni teoriche sul linguaggio primordiale, quello di Adamo e della sua discendenza, fino a giungere all’episodio biblico della costruzione della torre di Babele, quando gli uomini furono puniti da Dio, per la loro superbia, con la differenziazione dei linguaggi: da allora le lingue divennero mutevoli a seconda del tempo e dell’uso e ne seguì la dispersione nel mondo delle diverse stirpi. Quelle che popolarono l’Europa avevano inizialmente un unico idioma che si differenziò in tre distinti linguaggi: il germanico a nord, il greco a sud-est e un terzo linguaggio nel meridione centroccidentale che, al tempo di Dante, si presenta nelle tre varianti del volgare d’oc (provenzale), d’oïl (francese) e del (italiano).

Confutata l’opinione che il volgare del sia inferiore agli altri due, Dante comincia ad analizzare i 14 principali volgari parlati nella penisola, distinguendoli in base alla ripartizione geografica fondamentale, a sinistra o a destra dell’Appennino. La rassegna dei 14 volgari non viene compiuta con finalità puramente classificatorie o descrittive, ma con il preciso obiettivo di scoprire le manchevolezze che impediscono a ciascuno di essi di essere assunto come volgare illustre, che è il vero fine della ricerca dantesca. Dopo aver scartato tutti i volgari analizzati, pur riconoscendo nel toscano quello che presenta meno pecche e difetti, l’autore dà la definizione del volgare illustre, cioè della lingua che, sul modello del latino, può diventare il linguaggio dotato di decoro, stabilità e regolarità convenienti alla cultura di tutta la penisola. Esso deve essere illustre, cioè reso nobile dall’uso che ne fanno gli artisti e deve nobilitare esso stesso le opere scritte in quel volgare; cardinale, in quanto deve costituire il «cardine» attorno al quale ruotano tutti gli altri volgari; aulico, degno di essere utilizzato per le attività che normalmente si svolgono in un’«aula», cioè in una reggia, se mai ve ne fosse una in Italia; infine curiale, fornito delle doti di pratico equilibrio che corrispondono alla virtù della «curialità», la virtù che si esercita nella corte.

II libro

Venendo ad esaminare l’uso del volgare illustre nella poesia, Dante afferma che esso deve essere utilizzato solo da uomini magnanimi, da poeti «eccellentissimi»; neppure loro, tuttavia, debbono fare ricorso a tale volgare in ogni occasione, ma soltanto quando affrontano i tre temi più alti e nobili (i tre magnalia): salus (la salvezza che risiede nella virtù delle armi, cioè i temi eroici ed epici), amor (la tematica amorosa) e virtus (gli argomenti di ordine morale). Per affrontare tali argomenti la forma più adatta è, secondo Dante, la canzone. Da questo punto in poi, fino al cap. 14, dove il trattato si interrompe bruscamente, l’argomentazione si incentra proprio sulla canzone, in relazione alla quale vengono date indicazioni riguardo allo stile, al verso più adatto, che è l’endecasillabo, la costruzione, i vocaboli più convenienti e la struttura metrica.

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