“De bibliotheca. Di libri, di uomini, di idee” a cura di Gianluca Montinaro

De bibliotheca. Di libri, di uomini, di idee, Gianluca MontinaroSi intitola De bibliotheca. Di libri, di uomini, di idee la raccolta di saggi curata da Gianluca Montinaro ed edita da Olschki, che risponde a due domande: “cosa sono le biblioteche?” E, «soprattutto, che ‘senso’ (utilità) hanno – se ne hanno – nell’era digitale?»

Di particolare valore il contributo di Alfredo Serrai che indaga il rapporto tra i termini Bibliografia e Biblioteche. Per il primo termine l’Autore stigmatizza «gli equivoci e i malintesi che si addensano su tale denominazione» e ne «offuscano il significato e gli impieghi». Ne è, infatti, ormai invalso l’uso per indicare «una lista di libri» che fa «riferimento ad altri libri», ormai lontano dalle intenzioni di Gabriel Naudé che nel 1633 lo coniò intitolando la sua opera Bibliographia politica, con «un valore ben diverso da quello assunto e divulgatosi poi con il vocabolo generico di ‘bibliografia’.» Egli, infatti, «si era proposto di indicare non la nomenclatura degli autori e delle opere, in quel caso della scienza politica, bensì la loro economia, ossia una loro disposizione ordinata, e cioè classificata, il che voleva dire, in sostanza, una corrispondente articolazione sistematica delle opere.»

Di Biblioteca, poi, Serrai, rileva «lo smarrimento del doppio valore posseduto dal termine latino Bibliotheca – biblioteca fisica, composta cioè da volumi materiali, e Bibliotheca – biblioteca virtuale in quanto elenco di libri»: «l’adeguamento terminologico della biblioteca da suppellettile di libri a quello della biblioteca quale coacervo di nozioni e di testi nel quadro di un multiverso bibliografico, e ossia coordinato da mappe semantiche e testuali, non solo è in grado di assegnare alle biblioteche una loro specifica natura e un loro carattere precipuo, ben più esplicito e significante di quello generico e amorfo che le qualifica genericamente quali coacervi di libri, ma ha il potere di attribuire alle stesse una specificità culturale e un valore scientifico intrinseci, e commisurabili su una scala vuoi scientifica come meritocratica, in rapporto alla singolarità culturale, alla originalità documentaria, alla caratterizzazione erudita, alla tipicità letteraria e, infine, anche alla ricchezza cimeliale, ossia ai pregi bibliofilici e di rarità.»

L’Autore affronta in maniera assai lucida e consapevole la scottante sfida posta dai «recenti mezzi della comunicazione digitale»: «La tecnologia contemporanea ha spazzato via non solo i mezzi e le limitazioni tecniche che improntavano le strutture mentali del passato ma ha rovesciato, annientandoli, sia i recinti ideologici sia gli ambiti linguistici, gli antichi giardini letterari e poetici, e le corrispondenti visioni della vita. Di conseguenza, quel rivolgimento ha reso, insieme limitate e inadeguatamente significative, tutte le attuali biblioteche del mondo, che non devono soltanto fondersi e adeguarsi, ma includere, nella loro globalità anche le testimonianze sui propri limiti e sui propri particolarismi.»

Sorge dunque la necessità di «costruire una Biblioteca universale, pur se articolata e distribuita, che non solo abbracci tutte le testimonianze e tutti i documenti di ogni epoca, di ogni nazione, e di ogni lingua, ma che li metta a disposizione della totalità del genere umano. Quel che si sta facendo, ad esempio, con le indagini e la documentazione relativa agli incunabuli europei, va ora realizzato nei confronti di tutte le testimonianze scritte e stampate dell’intero orbe».

Tale «immane» opera di digitalizzazione dovrà «ripercorrere le strade dell’intera storia della umanità, attraverso l’assunzione e la sistemazione, organica e ordinata, di tutti e di qualsiasi documento rimasto, e ancora reperibile».

Le biblioteche assolvono ad una funzIone insostituibile: «sono i depositi permanenti delle registrazioni che attestano non solo l’intero campo delle attività intellettuali umane che si sono svolte e manifestate al di fuori dei cervelli viventi, ma rappresentano i depositi permanenti della storia di quelle attività. La Storia, appunto, non è semplicemente la registrazione di tentativi falliti e oggi irrilevanti, oltreché di misfatti che si vorrebbe non fossero mai accaduti, ma essa è il cumulo delle esperienze di uomini che hanno la nostra stessa struttura biologica, e cerebrale, e che quindi possono costituire dei precedenti, vuoi da imitare come da ripudiare. Storditi dagli sviluppi e dai successi delle indagini e dei risultati sia della ricerca, teorica e tecnologica, sia delle loro applicazioni, ci troviamo invece portati a trascurare gli insegnamenti e le prassi che derivano dagli eventi e dalle esperienze delle generazioni passate, col rischio, assai probabile, di ripeterne gli errori e le infamie.»

La Storia delle biblioteche, come sottolinea Fiammetta Sabba, «si occupa di studiare in particolare la fondazione, l’organizzazione e la gestione degli istituti bibliotecari, e la formazione, l’uso e la struttura delle raccolte librarie […] mettendole necessariamente in rapporto con i relativi contesti e scenari culturali e intellettuali, editoriali e commerciali, e con l’evoluzione concettuale della biblioteca quale rappresentazione, ideale e reale, della cultura registrata e delle civiltà.»

Nel corso della storia «la politica patrimoniale è stata spesso paradossale e contraddittoria, lasciandosi condizionare dalle tradizioni e anche dalle opacità concettuali ereditate dal passato e soprattutto scegliendo via via di salvare, conservare e tramandare del patrimonio ciò di cui riusciva a riscontrare nel presente un’utilità e una coincidenza valoriale, oltre a una possibile proiezione – sempre in questo senso – nel futuro, dando così luogo a quella che si chiama ‘memoria funzionale’. Nonostante tale fenomeno di interpretazione discutibile del patrimonio, esso viene però comunemente e pacificamente inteso come il testimone dei tre tempi delle civiltà, il garante di una loro continuità e l’archivio delle differenze culturali compresevi».

Più specificatamente, Gianfranco Dioguardi tratta delle «possibili funzioni delle biblioteche pubbliche nell’era del digitale» prendendo atto che «la facilità di accesso tramite internet a qualsivoglia tipo di informazione è diventata una sorta di fata morgana che porta a trascurare i libri, la loro lettura e il conseguente meditato approfondimento a favore dell’immediatezza della notizia digitale». Tuttavia, «per quanto possa risultare vantaggiosa nell’immediato, l’acquisizione digitale di informazioni non può alimentare una cultura intesa come strumento critico di analisi e di giudizio» che «dipende pur sempre dal ragionato apprendimento che solo l’impegno a leggere libri può assicurare.»

Dioguardi invoca la trasformazione del bibliotecario «da funzionario burocrate amministrativo in un vero imprenditore del sapere, capace di costruire un nuovo concetto di ‘biblioteca-impresa’, un’impresa erogatrice di innovati servizi culturali quali mappe per percorsi guidati fra i libri, viaggi verso già conosciute o ancora ignote isole del sapere nascoste fra gli scaffali delle biblioteche». È «necessario trasformare le biblioteche in luoghi di aggregazione e di frequentazione soprattutto giovanile, attribuendo loro funzioni di centri di servizi culturali, vere nuove agorà dove si possano scambiare esperienze diverse sviluppando workshop, masterclass e conferenze».

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