David Maria Turoldo il Resistente, Guerino DalolaGuerino Dalola, Lei ha curato con ANPI Franciacorta l’edizione del libro David Maria Turoldo il Resistente edito da Mimesis: cosa significava per padre Turoldo essere Resistente?
Nelle decine e decine di volumi pubblicati su David Maria Turoldo difficilmente si prende in considerazione la sua partecipazione alla lotta di liberazione in Italia 1943-45. Nei pochissimi casi in cui questo si verifica, se ne parla quasi sempre di sfuggita, di passaggio; solo qualche volta, nella migliore delle ipotesi, si dedica all’argomento un capitolo specifico. La Resistenza, però, non è stata per Turoldo né un momento di secondaria importanza né un solo capitolo della vita. Ordinato sacerdote nel 1940, avvia il suo ministero nel cuore di Milano nell’autunno del 1940, in piena guerra, in circostanze in cui si trova a scegliere fra ciò che lui stesso definisce non umano (il fascismo che umilia, degrada ed annienta la persona umana) e ciò che è umano (la riaffermazione della dignità e della libertà dell’uomo, la Resistenza). Per considerare la Resistenza un mondo di valori, è però necessario avere ben chiari e non dimenticare mai i contenuti del “mondo del non valore” che è il fascismo, cioè – secondo Turoldo – corruzione a danno della verità e della libertà, stanchezza di ragionare, vecchiaia dello spirito, sopraffazione e terrore, violenza come sistema, paura di guardare al futuro, vigliaccheria… “E naturalmente non potevo non buttarmi nella Resistenza!” esclama con la forza di chi è capace solo di “buttarsi” in ciò che crede. È una scelta che non rinnegherà mai più, perché la Resistenza diventa “un valore essenzialmente teologale, una categoria dello spirito… da allora sono convinto che il cristiano o è un resistente o non è cristiano…”. Sembra addirittura voler affermare che essendo prete deve essere ancora più resistente degli altri.

Simpatica e significativa la battuta di padre Ernesto Balducci, suo grande amico ed estimatore, quando afferma che padre Turoldo è come un ferro da stiro: se gli togli la resistenza, è da buttare…!

Quali vicende hanno segnato l’esperienza partigiana di padre Turoldo?
Due sono sostanzialmente le mansioni più o meno ufficiali che vengono affidate a Padre Turoldo (ed all’inseparabile confratello padre Camillo De Piaz):

– l’assistenza spirituale (che non tarderà a diventare sociale, psicologica, economica, abitativa… ai partigiani, ai collaboratori ed alle famiglie, ai perseguitati politici, ecc.) demandata loro dal CLNAI e che consentirà loro, nella realtà, di essere a fianco delle persone colpite ed offese…

– la predicazione in Duomo a Milano, alla messa domenicale delle 12,30 frequentata dalla Milano-bene cui Padre Turoldo rivolgerà – come suo solito – sermoni focosi e travolgenti, suscitando sia notevoli entusiasmi che feroci polemiche da cui dovrà proteggersi anche con la fuga e la collaborazione di amici e del Cardinale Arcivescovo.

Non poche sono però le iniziative che – all’infuori degli incarichi ufficiali – i due frati realizzano o concorrono a realizzare. Tra le più significative, non possono essere dimenticate:

– la collaborazione con il CLN ed i suoi sforzi perché la lotta di liberazione sia unitaria ed unitario sia il coinvolgimento di tutte le forze politiche antifasciste.

Dal gennaio del 1944, iniziano – nel convento dei due frati – importanti incontri fra dirigenti comunisti (Eugenio Curiel, Gillo Pontecorvo ed altri) ed esponenti del mondo cattolico. Incontri che porteranno alla nascita del Fronte della Gioventù cui aderiranno sia rappresentanti dei movimenti giovanili dei partiti (dai comunisti ai liberali, dai democristiani agli azionisti, dai socialisti ai repubblicani) sia esponenti di gruppi giovanili di altro genere, sia ancora di singoli giovani che desiderano partecipare. Il Fronte della Gioventù – da una felice intuizione di Eugenio Curiel – fornirà un preziosissimo contributo alla Resistenza; nasceranno diverse brigate partigiane specifiche e molti di quei giovani sacrificheranno la loro vita nella lotta per la libertà, fucilati, impiccati, bruciati vivi, deportati nei lager…

– la realizzazione e la diffusione della stampa clandestina, con la nascita di due giornali partigiani che saranno diffusi in migliaia di copie in molte città grazie al silenzioso esercito di staffette e volontari.

– fin dall’autunno del 1943, vede la luce “L’Uomo”, testata già significativa di per se stessa, promossa soprattutto, oltre che da padre Turoldo, dal professor Dino Del Bo, con la collaborazione sempre più numericamente significativa e convinta di molti insegnanti, laureati e laureandi dell’Università Cattolica

– nel marzo del 1944, su intuizione e proposta di Teresio Olivelli, tra le mura del Convento dei Servi di Maria (cui appartengono sia padre Turoldo che padre De Piaz) nasce “il ribelle” che sarà poi realizzato e distribuito soprattutto dalle Fiamme Verdi bresciane di cui sarà portavoce. L’ultimo numero del giornale – il numero 26 del 16 giugno 1945 – sarà interamente dedicato alla memoria del fondatore Teresio Olivelli che nel frattempo ha perso la vita nel lager di Gusen.

Due gesti significativi indicano inoltre l’inizio e la fine dell’attività resistenziale di Turoldo: il 26 luglio 1943 salva la vita ad un gerarca fascista che sta per essere linciato per strada, e nel luglio 1945 va nei lager europei alla ricerca degli ex-internati dimenticati da tutti.

Quali tracce ha lasciato in padre David Maria Turoldo l’esperienza partigiana?
Categorico padre Turoldo: “Da allora ho continuato a resistere. Da allora è stata tutta un’altra storia. I miei amici di dopo sono tutti uomini della Resistenza…”

Appena dopo la Liberazione del 25 Aprile 1945, padre Turoldo visita ventinove lager, alla ricerca di sopravvissuti e riporta a casa in salvo circa duecento prigionieri: in che modo tale gesto eroico può dirsi oggi profetico per la memoria di quanto è accaduto e per un’Europa nuova, quella che Lui stesso definisce «la sola possibile, quella della solidarietà dei sopravvissuti»?
Padre Turoldo ed i suoi collaboratori partono da Milano ai primi di luglio del 1945, mentre in Italia ancora si festeggia (tra lacrime e lutti e rovine) la liberazione, con una quarantina di camions ed automezzi di vario genere messi insieme con la collaborazione della Curia di Milano. Vanno alla ricerca dei dimenticati negli ex-lager, dei dispersi, di coloro che magari non sanno neppure che nessun reticolato li trattiene ancora. Ne porteranno a casa circa duecento. L’esperienza, per Turoldo, sarà orribile e sconvolgente: non avrà difficoltà ad ammettere che non gli sarà possibile dimenticarla. Non solo per le condizioni disumane in cui aveva trovato gli ex-internati praticamente lasciati a se stessi an che se in fin di vita o incapaci di reggersi in piedi, ma anche, (forse soprattutto) per le tresche, i furti, le gravissime ingiustizie di cui è stato vittima perché si occupava di quella gente, per gli episodi di accaparramento, di disonestà, di corruzione e di sfruttamento di cui è stato impotente spettatore, per le cocenti delusioni che i comportamenti anche di persone d ambienti religiosi gli hanno provocato, per la sensazione sconfortante che di fronte a certi meccanismi non esiste nessun esercito liberatore. Orrore indicibile, meschinità e tradimenti, sconcerto, senso di impotenza, urla soffocate di dissenso e disgusto porteranno padre Turoldo ad invocare il castigo di Dio sui vincitori.

Tornerà ancora nei lager nazisti.

Durante un pellegrinaggio a Mauthausen nel maggio del 1979 ribadisce che c’è una sola possibilità perché quanto successo non succeda più: ricordare e capire, far ricordare e far capire. Nella stessa occasione suggerisce anche un forte elemento di speranza per il futuro: la possibile nascita di una Europa che abbandoni definitivamente l’assurdo pregiudizio della propria superiorità nel mondo (di cui Hitler è stato la più tragica espressione) e diventi l’Europa “della solidarietà dei sopravvissuti”.

“Ho visto gli jugoslavi portare ghirlande al monumento dei russi; russi e jugoslavi portare ghirlande sul monumento dei tedeschi e degli italiani e degli spagnoli; ho visto italiani spagnoli e tedeschi portare ghirlande sul monumento dei cecoslovacchi, dei polacchi, dei bulgari; e così ebrei e francesi e rumeni intrecciarsi in silenzio, tutti con ghirlande, inchinarsi sui monumenti gli uni degli altri. Questa è la sola Europa in cui credo; come dicevo, forse la sola possibile.”

Come si è manifestato l’impegno di Resistente di padre Turoldo anche successivamente alla fine della lotta partigiana?
È in prima fila nelle manifestazioni di protesta là dove i diritti fondamentali della persona umana non sono rispettati. Si batte per la pace. Contro le dittature. Contro i pregiudizi. Contro le forme più o meno violente di razzismo e di emarginazione. Sostiene le iniziative internazionali che possono favorire la distensione e la collaborazione tra i popoli…

Si schiera a favore dei movimenti di liberazione dell’America Latina soffocata dalle dittature: alza il suo grido accusatore contro i regimi che si professano cristiani e torturano e massacrano gli oppositori, come in Cile, in Uruguay, Paraguay e Argentina… fa conoscere al mondo Rigoberta Menchu, coraggiosa guatemalteca che affronta il potere ritornando con gli esuli indigeni dall’esilio nel Messico alla loro terra… condivide con la Chiesa latinoamericana quella passione per la Parola di Dio collocata tra le mani dei poveri come vessillo di libertà, canto di lotta, speranza e risurrezione..

Tuona a gran voce contro l’uccisione di martiri latino-americani più o meno conosciuti: da padre Camillo Torres (sacerdote e guerrigliero colombiano, caduto in una imboscata a 37 anni di età nel febbraio 1966) a Salvador Allende, presidente del Cile, democraticamente eletto dai cileni, deposto e “suicidato” dai militari nel settembre del 1973; da Chico Mendes, sindacalista ed ambientalista brasiliano, abbattuto a fucilate a 44 anni nel dicembre 1988 a Frei Tito, frate domenicano brasiliano, vittima di torture e violenze inenarrabili che lo spingeranno al suicidio a 29 anni di età, nel 1974, al vescovo Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador, assassinato durante la celebrazione di una messa…

In Italia, Turoldo non manca di manifestare il suo disaccordo con la Chiesa schierata a favore di una specifica area politica, perchè il cristiano deve sentirsi libero di decidere secondo la propria coscienza. La fede è libertà. in tutti i campi. In occasione degli appositi referendum, vota contro l’abrogazione sia del divorzio (nel 1974) che dell’aborto (nel 1981), perché i principi religiosi non possono essere imposti a chi non crede: la religione deve essere spiegata e proposta, mai imposta con una legge.

Nella primavera del 1978, sempre insieme al confratello De Piaz, cerca di avviare una trattativa con le Brigate Rosse per la liberazione di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, sequestrato il 16 marzo. L’iniziativa – cui partecipa anche il Vescovo di Ivrea monsignor Luigi Bettazzi, presidente di Pax Christi – viene bloccata dall’opposizione delle autorità ecclesiastiche.

Padre Turoldo “si butta” nell’esperienza di Nomadelfia.

Fondata da don Zeno Saltini – prete dal 1931, partigiano, schierato dalla parte di chi vive nel bisogno, con particolare attenzione ai bambini resi orfani dalla guerra o dispersi sulle strade – Nomadelfia, al suo nascere e nei primi anni di vita, gode dell’appoggio ufficiale anche delle massime autorità ecclesiastiche, dal Papa Pio XII ( che nel marzo 1948 abbraccerà personalmente don Zeno e lo incoraggerà a proseguire) al Cardinal Schuster Arcivescovo di Milano (famosa la sua frase “Questo è Vangelo, il resto è cornice”). Praticamente fino al 1951.

Quando – per gli orientamenti e le iniziative che vi si stanno realizzando (un nuovo concetto di famiglia, certe forme di democrazia diretta, le “mamme di vocazione”, una nuova concezione di carità… ) o che incominciano ad essere proposti (un movimento politico) e per l’importanza e le dimensioni che la comunità sta assumendo (coinvolte fino a 1.500 persone come volontari, ragazzi accolti o ospiti senza casa né lavoro… ) sorgeranno ostilità sempre più forti sia da parte di numerose alte personalità ecclesiastiche sia da parte di istituzioni ed organi del Governo che interromperanno anche i contributi (il Ministro degli Interni Mario Scelba dichiara ufficialmente di non approvare Nomadelfia “né assistenzialmente, né socialmente, né politicamente”); ostilità che nel volgere di qualche anno, unitamente ad oggettive difficoltà economiche, renderanno sempre più difficile la vita di Nomadelfia e porteranno al suo temporaneo scioglimento.

Con l’aiuto di padre Camillo, dà vita alla “Corsia dei Servi”, articolata in diverse iniziative che fanno riferimento principale a tre settori (attività di carattere editoriale, attività di carattere culturale-formativo, una “corsia del libro cattolico”) e, senza riserve di carattere ideologico e/o religioso, punta anche ad approfondire le amicizie intellettuali e spirituali già in atto, a facilitarne e stimolarne altre, ad incrementare l’opera di formazione culturale religiosa parallelamente a quella caritativa, aprendosi e sollecitando rapporti anche con esponenti della cultura laica. Accoglie sia religiosi che laici nella massima libertà: gli uni e gli altri hanno uguale importanza e responsabilità. Ma, in tempi in cui tutto l’associazionismo cattolico è diretto e gestito dai preti, un gruppo nel quale sacerdoti e laici collaborano alla pari, cioè sullo stesso piano in un riunirsi spontaneo, in modo laico e fraterno, senza formalità gerarchiche non può non creare scandalo. La Corsia realizzerà i suoi atti costitutivi formali nel 1952 e diventerà un centro sempre più frequentato da scrittori ed intellettuali anche stranieri, impegnati nella lotta per la libertà con iniziative tese a “riscattare l’umano dal disumano”: dalla protezione dei ricercati, perseguitati e sbandati, alla traduzione ed alla diffusione di testi censurati, al cinema-studio (cineforum)…

Ancora una volta, però, le scelte che la Corsia man mano propone e cerca di realizzare provocano tensioni sempre più gravi all’interno dell’Ordine dei Servi di Maria; tensioni che saranno abilmente sfruttate anche da autorità ecclesiastiche esterne all’Ordine. Sia padre Turoldo che padre De Piaz saranno allontanati da Milano e la Corsia sopportata nei locali del convento fino al 1974; anno in cui, con la scusa delle posizioni assunte a favore del divorzio in occasione dell’apposito referendum, si verificherà la rottura definitiva e la Corsia dovrà lasciare il convento dei Servi di Maria.

Qual è l’eredità di padre David Maria Turoldo?
“Speranza” è una delle parole più usate a care a padre Turoldo sia perché il concetto di speranza è diventato uno dei pilastri fondamentali del suo messaggio e della sua esistenza, sia perché è in stretto collegamento con il concetto di Resistenza che a sua volta ne diventa significativa espressione. La Resistenza infatti non è soltanto la cacciata dell’invasore tedesco e l’abbattimento della dittatura fascista; è innanzitutto l’attesa, il bisogno, la ricerca di un profondo rinnovamento, cioè la speranza di essere uomini diversi, buoni, fratelli; è una scelta di vita, un impegno che non consente distrazioni, un percorso da realizzare giorno per giorno…

La speranza – secondo padre Turoldo – diventa il momento in cui si traduce in realtà la fede in cui credi, diventa uno “scandalo” perché in certi momenti di vita personale o generale è molto più difficile sperare che credere; si spera in quello che si crede, ma se non si crede in nulla, non si spera in nulla. La speranza è cambiare le cose, dare valore alla propria vita, gli ideali che si vuol realizzare. Allo “scandalo della speranza” padre Turoldo dedica un’opera teatrale che vede la luce nel 1965, ventesimo anniversario della liberazione, è rappresentata la prima volta a Sesto San Giovanni e trae ispirazione anche dalle lettere dei condannati a morte della Resistenza europea.

È una “liturgia della libertà” che si realizza come una vera e propria santa messa, così che la Resistenza stessa diventa fonte di una sacralità che celebra l’uomo e l’intera umanità. In sintonia anche con l’aspirazione di Teresio Olivelli che – nella “Preghiera del ribelle” – invoca accoratamente Dio perchè il sangue dei caduti nella lotta per la libertà possa unirsi a quello di Cristo per far crescere nel mondo la giustizia e la carità.

L’opera – pubblicata nel volume “I giorni del rischio: maledetto colui che non spera” (Servitium editrice, 2013) si conclude con un colpo di scena che può sembrare paradossale: il padre dei sette fratelli Cervi massacrati dai fascisti durante la Resistenza “Riaggiustò la casa / ricongiunse le strade interrotte / e innalzò nuovi alberi nelle grandi fosse, / riprese l’aratro e ritornò ai campi. / ‘A raccolto distrutto, uno nuovo se ne prepari’ / disse.

Guerino Dalola, è nato a Cazzago S.M. (BS) il 4 dic. 1937. Dirigente provinciale e nazionale di Gioventù Aclista. Fondatore e bibliotecario della biblioteca specializzata della Scuola per Operatori Sociali di Brescia, è Fondatore e direttore di due Comunità terapeutiche per recupero di giovani tossicodipendenti. È Vice presidente provinciale ANPI Brescia. Tra le sue pubblicazioni: Dizionario della droga (Brescia, 2009); Diario della Resistenza bresciana (Brescia, 2007); Antifascisti e Partigiani bresciani 1922-1945 (ANPI Brescia, 2015)

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