“Dare la vita” di Michela Murgia

Dare la vita, Michela Murgia, riassunto, trama, recensioneQuel che dico contro la logica biologica del patriarcato eteronormativo di Stato – che identifica la maternità con la gravidanza e la famiglia col sangue – lo dico da madre d’anima, da membro di una famiglia fatta di legami altri.

Con il suo ultimo libro postumo, Dare la vita, Michela Murgia ci accompagna nelle increspature della propria esperienza di vita, un’esperienza di maternità non biologica, di filiazione d’anima e di ostacoli per poterla vivere serenamente. Edito da Rizzoli e disponibile in libreria dallo scorso 9 gennaio, Dare la vita è un percorso intellettuale e filosofico che prende avvio dallo spinoso tema della maternità in Italia, passa poi a (non) definire il concetto di queerness, e giunge in ultimo a una lucidissima riflessione sulla gravidanza surrogata.

Non è un romanzo, né una raccolta di racconti (come invece è Tre ciotole, l’ultimo libro della Murgia pubblicato in vita): chiunque speri di trovarvi, tra le sue pagine, una storia romanzata e seducente dovrà orientare la propria scelta verso qualche altro libro. Dare la vita è un discorso lucido e politico su alcuni dei temi più sgraditi dall’attuale governo (è il caso della gravidanza surrogata) o addirittura tabù (di queerness nessuno parla perché l’idea di famiglia non biologica è ancora molto lontana dalla mentalità degli italiani):

Nella patria del familismo non esiste bestemmia più grande che quella contro la struttura familiare, cara alle destre – che insieme a Dio e Patria ne hanno sempre fatto slogan. Una società moderna, democratica e plurale dovrebbe strutturare rapporti di affidabilità a prescindere dai legami di sangue e considerarsi tanto più evoluta quanto più l’affidabilità si estende a chi è estraneə al gruppo familiare.

Offerta
Dare la vita
  • Editore: Rizzoli
  • Autore: Michela Murgia
  • Collana:
  • Formato: Libro in brossura
  • Anno: 2024

Il saggio, prima di articolarsi nelle due parti protagoniste, si apre con una breve introduzione sulla condizione di svantaggio in cui versano le donne in Italia, svantaggio che si aggrava ulteriormente nell’eventualità di intraprendere una gravidanza.

L’Italia ha i tassi di occupazione femminile più bassi in Europa dopo la Grecia, e le statistiche dicono che venticinquemila donne all’anno lasciano il lavoro dopo il primo parto. Per contro, una donna su quattro sceglie di non mettere al mondo né crescere nessuno, piuttosto che perdere le opportunità conquistate con lo studio e il lavoro.

Come può allora il governo, sulla base di questi presupposti, rimarcare con arroganza e crudeltà la denatalità che grava sull’Italia, se è il primo a non intervenire con intelligenza per cambiare lo stato di cose? E come può, sempre sulla base degli stessi presupposti, osannare tanto la famiglia tradizionale, senza contemplare nessun’altra forma di aggregazione affettiva? Queste sono le domande che emergono dalle pagine di Dare la vita, domande su cui Michela Murgia ha costruito la propria famiglia queer. Una famiglia fatta di legami più forti di quelli di sangue, perché nati sulla base di una scelta volontaria. Perché solo il fattore biologico è degno di tutele e diritti? Perché chi si trova ad avere fratelli, padri, madri intollerabili (o talvolta violenti), per lo Stato deve dipendere da loro o condividere i propri beni, in caso di bisogno? Perché lo Stato non può tutelare anche strutture più razionali, fondate sulla libera scelta degli individui? Michela Murgia è figlia biologica di una madre, ma a sua volta madre d’anima di quattro ragazzi ai quali ha voluto donare lo stesso amore e le stesse possibilità economico-materiali che avrebbe donato (ma non è scontato) una madre di sangue.

«Non puoi dire che sono tuoi figli, non li hai partoriti». Ho sincera compassione per chi insiste a ripetermi questa frase nella convinzione di ferirmi. Ma è una frase che mi indigna, anche. Perché intorno a me vedo tantissimə padri, madri e genitori non di sangue che invece ne restano annichilitə, cancellatə nella loro scelta d’amore per essere ridottə alla funzione biologica, che spesso hanno subìto con dolore e hanno aggirato con enormi sacrifici economici, fisici e rischio sociale.

Come esistono le famiglie con figli adottivi, esistono tantissime altre sfaccettature della famigliarità, perché tantissime sono le sfaccettature dell’essere umano. E nessuno, secondo Murgia, può arrogarsi il diritto di farle sentire invisibili all’interno della società, soltanto perché diverse dal proprio concetto di normalità o dalle proprie prospettive di vita.

Lo stesso slancio energico prosegue anche nella parte dedicata alla gestazione per altri, che va chiamata per quel che è: gravidanza surrogata, non maternità.

Non è tollerabile oggi in un discorso serio sentir definire “maternità” il processo fisico della sola gravidanza, che in sé – e lo sappiamo tutte – può escludere sia il desiderio di procreare sia la disposizione ad assumersi la responsabilità e la cura di chi nasce. Di conseguenza è improprio discutere anche di “maternità surrogata”. Si può discutere invece di gravidanza surrogata.

E la gravidanza surrogata è un tema urgentissimo per l’autrice, che già lo aveva toccato in Tre ciotole. La gestazione per altri, al pari dell’aborto, è una pratica che esiste sin dagli arbori dell’umanità, e che sempre esisterà. Cercare di renderla illegale non impedirà alle donne di praticarla, la renderà solo molto più pericolosa. Ecco allora che per Murgia urgentissima diventa una legge che ne regoli le possibilità e ne delinei chiaramente i limiti.

Le leggi che consentono sono le sole che possono mettere dei limiti all’azione che stanno legittimando, per il fatto stesso di riconoscerla. L’assenza di leggi permette invece qualunque eccesso, perché nessuno degli abusi perpetrati sulla parte debole è definibile come tale: semplicemente, senza legge, non esiste.

Insomma, Dare la vita è insieme il grido orgoglioso della propria esperienza di vita e un manifesto politico da impugnare nella lotta verso il cambiamento. In pieno stile Murgia, è uno scritto vitale, che per sua stessa ammissione non vuole essere silenzioso, ma fare rumore e sollevare dubbi e domande, perché è solo con le domande che si può giungere a nuove risposte. Unica pecca, almeno per chi scrive questa recensione, è l’uso delloù schwa come sostituto delle desinenze di genere dell’italiano. Ma, anche in questo caso, in pieno stile Murgia.

Ilaria Prazzoli

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