D'Annunzio e il fascismo. Eutanasia di un'icona, Raffaella CanoviD.ssa Raffaella Canovi, Lei è autrice del libro D’Annunzio e il fascismo. Eutanasia di un’icona edito da Bibliotheka: Gabriele d’Annunzio era fascista?
D’Annunzio era un uomo al di là della destra e della sinistra, era un egocentrico individualista, un libertario; impossibile pertanto definirlo fascista nel vero significato del termine, riferito ai sostenitori del regime di Benito Mussolini. Basti pensare a Fiume: una sorta di anticipazione del Sessantotto, dove convivevano – non senza difficoltà ovviamente – destra e sinistra, monarchici e anarchici, dove i costumi erano eccezionalmente liberi per il tempo e – in alcuni casi – anche rispetto all’epoca contemporanea, dove l’omosessualità non era condannata. Un clima unico e irripetibile, dal quale nacque, tra le varie iniziative, la Carta del Carnaro, costituzione fondata sull’uguaglianza.

Non posso nemmeno definire d’Annunzio un democratico: nella sua mente lo Stato doveva essere necessariamente forte, doveva guidare il popolo, elevarlo moralmente e culturalmente. Non un democratico quindi, ma – ripeto – nemmeno un fascista: le idee dannunziane non potrebbero trovare riscontro nello Stato fascista, caratterizzato da rigidi inquadramenti e ferree regole restrittive.

D’Annunzio non fu dunque un fascista, ma certamente tacque, questo sì, restando tuttavia intellettualmente indipendente. Decise autonomamente di isolarsi per impedire che le sue parole, le sue gesta potessero essere fraintese e usate da chicchessia; questa scelta ebbe come conseguenza l’accettazione da parte dannunziana del controllo di regime. Un silenzio spessissimo interrotto non solo da richieste di facilitazioni e favori, ma anche da giochi, sberleffi, piccole “sfide” che avevano lo scopo di tenere alta su sé l’attenzione e … divertirsi alle spalle dei suoi “guardiani” e di Mussolini stesso. Attorno al Vittoriale vi era infatti una sorveglianza eccezionale, esercitata da polizia, carabinieri, guardia di finanza, milizia, questura e prefettura; alla vigilanza statale si affiancò quella del Partito Nazionale Fascista a partire dal 1935 – vigilia dell’impresa etiopica – fino al 1938. Per sottrarsi a tutto ciò sarebbe bastato scegliere nuovamente l’esilio, idea che aveva infatti accarezzato nel gennaio 1921 appena rientrato a Venezia da Fiume, ma non ne ebbe la forza: il poeta, stanco e deluso, preferì rinchiudersi in un suo mondo artificiale – il Vittoriale appunto – circondato da fedeli compagni e servitori, dove poter vivere di ricordi, di antiche glorie, sia letterarie sia di guerra, unico luogo dove reputava di potere vivere, o almeno sopravvivere. Purtroppo per realizzare tutto questo era necessario molto denaro, e l’unico che avrebbe potuto fornirglielo era il regime fascista. D’Annunzio divenne un signore rinascimentale finanziato dallo Stato che forzatamente lo assimilò, e il poeta, pur di consacrare il proprio mito e continuare il vivere inimitabile ed enormemente dispendioso, scambiò per esso la libertà divenendo un confinato di lusso, addirittura un Principe (di Montenevoso), mentre in realtà il regime intendeva principalmente “eliminarlo”, controllarlo, neutralizzarlo.

Quale rapporto vi fu tra il Vate e il regime?
Estremamente complesso condensare in poco spazio quello che è sostanzialmente il contenuto del mio libro. Fu un rapporto particolare e ambiguo.

Moltissimi erano gli intellettuali “controllati” e finanziati dal regime, cito solamente quali esempi Luigi Pirandello, Filippo Tommaso Marinetti e Giuseppe Ungaretti. Con d’Annunzio tutto si rivelò più complesso, data la personalità stessa dell’uomo e il ruolo che aveva ricoperto prima, durante e dopo il conflitto. Per d’Annunzio tutto era dovuto, nulla era mai abbastanza: il denaro, le onorificenze, i piccoli e grandi favori per sé, per amici e parenti o anche per semplici conoscenti che ricorrevano al vate per chiedere denaro o appoggio. Nel volume ho riportato un po’ di tutto: dalla richiesta di pietre ornamentali per la facciata della Prioria (così aveva denominato la sua casa all’interno del Vittoriale), al dono di un’automobile, senza scordare il “miracolo” della prua della Nave Puglia, incastonata come un gioiello in una collina all’interno del parco del Vittoriale e la cui manutenzione era affidata al Ministero della Marina, fino ai biglietti ferroviari gratuiti per la moglie Maria Hardouin di Gallese.

Nel tempo si venne creando un sistema di controllo, gestione e neutralizzazione decisamente complesso ed elefantiaco, come ho dettagliatamente descritto nel libro.

Quella fra il vate e il regime fu una relazione ambigua, perché se da un lato fu glorificato quale portabandiera del glorioso passato italiano, divenendo un deposito di materiale propagandistico da sfruttare, dall’altro costituiva un pericolo e pertanto era necessaria la sua sorveglianza affinché non assumesse iniziative personali che offuscassero o addirittura andassero contro il regime stesso: ovvero doveva essere censurato e neutralizzato.

Pur di non incorrere nel rischio di pericolose esternazioni dannunziane o in minacce di un presunto nuovo esilio il poeta era accontentato praticamente in tutto: il regime non poteva permettersi che un nume della patria, dello Stato fascista, lasciasse l’Italia.

Una semplice parola del Comandante accanto a quelle delle opposizioni avrebbe potuto far crollare o almeno creare gravi e importanti crepe nell’edificio del potere. D’Annunzio fu capace di mantenere Mussolini in uno stato di tensione: scorrendo la folta corrispondenza intercorsa fra Roma e Gardone ho colto immediatamente la morbosa e quasi paranoica attenzione della quale il poeta era fatto oggetto. E a Gardone si sfruttò “onestamente” tale situazione. Al regime fascista d’Annunzio non chiese mai direttamente denaro, solo favori e “donazioni” di oggetti. I lavori di trasformazione di Villa Cargnacco furono inizialmente a totale carico del Comandante, che tuttavia ben presto si accorse di come fosse impossibile per le sue finanze – che sostanzialmente si basavano sui diritti d’autore – sostenere il grandioso progetto che aveva ideato. Il rapporto col regime può essere definito come un particolare Do ut des: d’Annunzio taceva, il regime lo sovvenzionava.

Perché Mussolini temeva d’Annunzio?
Una buona parte del volume è per forza di cose dedicata al loro lungo e davvero particolare rapporto, durato per circa vent’anni. È interessante assistere all’evolversi di questo legame: un giovane Mussolini che guarda a d’Annunzio quale esempio da imitare, uno scaltro Mussolini che carpisce al Comandante la coreografia fiumana con i suoi riti e miti. Mussolini vero politico che comprende come d’Annunzio sia fondamentale per poter giungere al potere: fondamentale averlo al suo fianco o almeno non contro. Le parti si sarebbero invertite col tempo: il più forte, chi deteneva il vero potere sarebbe stato il capo fascista, d’Annunzio si sarebbe definitivamente ritirato in disparte. Eppure, nonostante i pochi incontri, nonostante l’incessante chiedere del poeta, al termine della sua stessa vita Mussolini si sarebbe ricordato, avrebbe pensato al vecchio vate. Non aggiungo altro, troverete tutto (e di più) nel libro, ma riassumo per quali ragioni Mussolini lo temesse. “Semplicemente” perché al termine della Grande Guerra la figura dannunziana era all’apice della sua fama: trascinatore nel “maggio radioso”, volontario a cinquantadue anni, era divenuto il poeta-soldato, aveva arringato le truppe, compiuto gesta “eroiche”, messo a repentaglio la propria vita in azioni belliche quali il volo su Trieste, la beffa di Buccari e – forse l’atto più clamoroso e famoso – il volo su Vienna. Mutilato di guerra (aveva perso l’occhio destro nel 1916 durante un ammaraggio), nel 1919 aveva infine conquistato e retto una città, Fiume, per oltre un anno e mezzo (quest’anno ricorrono cent’anni giusti dall’impresa dannunziana). È comprensibile come fosse divenuto un’icona vivente, l’uomo che poteva fare tutto ciò che desiderava, un catalizzatore di forze. Neutralizzare d’Annunzio era quindi fondamentale, la sua figura era troppo ingombrante: il Comandante godeva di un enorme prestigio praticamente presso tutti i settori politici (dalla destra nazionalista al sindacalismo rivoluzionario), oltre a quelli militari.

Anche se uscito sconfitto dall’avventura fiumana, forse anzi proprio in seguito a tale disfatta, era il leader forse più autorevole in quel momento; Mussolini non aveva ancora sufficiente seguito per sconfiggere il vate d’Italia, punto di riferimento degli ex combattenti, simbolo della vittoria italiana nella Grande Guerra.

Mussolini ne temeva più che giustamente il fascino e l’influenza: il duce comprese da subito che avrebbe dovuto inglobarlo nel fascismo o almeno renderlo inoffensivo. Diede così vita a quel preciso meccanismo di controllo e finanziamento che ho tentato di descrivere nel mio testo.

Di quali mezzi si servì Mussolini per neutralizzare e allontanare dalla scena pubblica il poeta?
I mezzi furono molteplici. Anzitutto Mussolini comprese appieno come un uomo dalla personalità di d’Annunzio – da sempre abituato a ricoprire il ruolo di protagonista, sempre attore di se stesso – fosse una facile preda per chiunque, detentore del potere, fosse intenzionato a neutralizzarlo: sarebbe stato sufficiente gratificare e assecondare i suoi capricci.

E così fece: Mussolini acquistò per la favolosa cifra di Lire 6.200.000 (pari a oltre 5 milioni di euro) i manoscritti dannunziani, sovvenzionò i lavori per il Vittoriale attraverso stanziamenti ministeriali, sostenne la creazione dell’Istituto nazionale per la stampa dell’Opera Omnia, con l’editore Arnaldo Mondadori (che fruttava mensilmente al vate) 50.000 Lire, e successivamente del sodalizio de L’Oleandro, istituito per la stampa in edizione economica, tramite il Poligrafico dello Stato, delle opere dannunziane. Sodalizio che permetteva al poeta di incassare mensilmente ben 79.500 Lire del tempo, rivalutate oggi in oltre 91.000 euro. Una cifra “spaventevole”: sinceramente quando scartabellando fra le carte della Segreteria Particolare del Duce (SPD) sono incappata in un documento battuto a macchina che la rivelava (nell’Archivio Centrale dello Stato è presente purtroppo un solo esemplare, che si riferisce al mese di gennaio 1935) sono rimasta notevolmente colpita: i numeri mostrano inequivocabilmente la portata di un evento. Tutti più o meno siamo a conoscenza della vita dispendiosa del poeta – che da sempre aveva vissuto al di sopra delle sue possibilità – e altrettanto sapevamo del denaro ricevuto dal regime, ma quando, nero su bianco, leggi “Lire 79.500” al mese, ovvero oltre 90.000 euro, la situazione cambia, dà quasi le vertigini, soprattutto se paragoni lo “stipendio” dannunziano al tuo! Una cifra che era suddivisa in maniera precisa e regolare. 41.000 Lire da distribuire fra il menage della casa, la moglie Maria e il figlio Gabriellino, Marietta Camerlengo, la custode della casa materna di Pescara), 38.500 Lire erano destinate invece ai sussidi a parenti, alle droghe, ai regali in oro e – ovviamente – alle donne. Ho detto quindi una cifra notevole tuttavia non considerata sufficiente dal poeta: «Mi toglierebbe alcune angustie mensili il reddito dell’Oleandro se salisse almeno a centomila…».

Devo ricordare inoltre ulteriori benefici quali la sistemazione della casa di Pescara e i non chiari finanziamenti statali derivanti dalle economie sui lavori per il Vittoriale. Il poeta chiese inoltre – e quasi in continuazione – tanti piccoli favori per sé, per familiari e amici, quasi tutti prontamente soddisfatti da Mussolini.

Aggiungo inoltre come, oltre a non pagare le innumerevoli multe che riceveva per eccesso di velocità, d’Annunzio non saldasse nemmeno i propri debiti con l’erario… Infatti, fra le carte della Presidenza del Consiglio dei Ministri, sono conservati alcuni documenti che testimoniamo come il vate fosse sgravato dagli oneri tributari e come le imposte scadute (e ovviamente non pagate) fossero saldate attraverso la loro assegnazione straordinaria alla voce “spese casuali”, ovvero pagate con i fondi della Presidenza del Consiglio.

Il silenzio di d’Annunzio comportò l’esborso da parte dello Stato di somme enormi, come abbiamo visto. Eppure, il Comandante non diede mai un valore politico a questa sorta di tacito accordo, lo considerò come un mezzo legittimo per dare vita al suo “testamento di pietre vive”, semplicemente una sorta di dovuto risarcimento per quel che era stato capace di donare al mondo con la sua arte: «Io ho quel che ho donato».

A quali fonti ha attinto per la sua ricerca?
La mia ricerca si è basata sostanzialmente sulle carte conservate presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma. Innanzitutto, sui preziosissimi e dettagliatissimi rapporti, telegrammi, note e lettere del commissario Giovanni Rizzo, «l’occhiuto carceriere», appositamente inviato a Gardone Riviera da Mussolini (sebbene in base a una iniziale richiesta di protezione dai curiosi e questuanti rivolta da d’Annunzio stesso al duce), conservati nei fascicoli della Segreteria Particolare del Duce, della Presidenza del Consiglio. Altrettanto utili per comprendere appieno il sistema di neutralizzazione sono stati i documenti del Ministero degli Interni-Direzione Generale-Divisione Polizia Politica, sempre conservati presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma. Per la mia ricerca imprescindibile ovviamente è stato l’archivio del Vittoriale: un universo di lettere, ricevute, telegrammi, note e fotografie in parte ancora inedito. Qui ho potuto consultare estratti conto bancari e la corrispondenza fra il vate e diversi suoi “aiutanti” e collaboratori, fondamentali per comprendere la psicologia del poeta e i suoi rapporti con il mondo esterno e con il regime. Ho cercato di compiere uno studio il più preciso, documentato, “scientifico” possibile, ma ho volutamente inserito in questo volume di pura ricerca anche piccole note di colore. Lascio al lettore il piacere (spero…!) di scovarle.

D’Annunzio è un personaggio dalle mille sfaccettature, interessante da indagare perché a ogni nuova ricerca scopri un aspetto che non conoscevi o che conoscevi solo in modo parziale o superficiale. È per me fonte inesauribile di scoperte: un uomo che puoi solamente amare o odiare, le vie di mezzo difficilmente sono possibili.