Dal sesterzio al Bitcoin. Vecchie e nuove dimensioni del denaro, Alberto Mingardi, Angelo MigliettaDott. Alberto Mingardi, Lei ha curato con Angelo Miglietta l’edizione del libro Dal sesterzio al Bitcoin. Vecchie e nuove dimensioni del denaro edito da Rubbettino. Nell’era digitale e delle criptovalute, la moneta subisce un processo di smaterializzazione divenendo moneta elettronica e valuta virtuale: cos’è quindi il denaro?
Un’economia di mercato è un’economia nella quale le decisioni degli attori economici sono orientate dai prezzi. I prezzi sono espressi in valuta, quale che sia la valuta. Il denaro è una merce di natura particolare. La moneta serve per consentire scambi più agevoli di quanto non avverrebbe in regime di baratto. Anche il panettiere e il macellaio hanno bisogno di comprare verdure: ma non è detto che il fruttivendolo sia disponibile a scambiare pesche con focacce o carciofi con petti di pollo.
L’economista austriaco Carl Menger spiegava l’origine della moneta facendo riferimento al concetto di “vendibilità”. La “vendibilità” è per Menger la facilità con cui una merce può essere venduta sul mercato. Alcuni beni sono più facili di altri da vendere: la farina ha più mercato, trova più facilmente compratori, di quanto non capiti ai metronomi.
Il denaro è un’evoluzione dei pacchetti di farina: la merce più “vendibile” finisce per essere utilizzata da sempre più persone, dal momento che agevola enormemente le transazione. Il denaro è l’alfabeto con cui si esprimono i prezzi: esso consente anche al più superficiale dei consumatori di valutare velocemente la convenienza di un acquisto.
La produzione non potrebbe mai avvenire, né tantomeno diventare via via più complessa, senza un qualche meccanismo di calcolo. Questo meccanismo di calcolo è reso possibile dai prezzi, che consentono alle persone di valutare meglio gli impieghi alternativi delle risorse, scarse, a loro disposizione.
I prezzi non sono una faccenda privata fra chi vende un certo bene in un certo momento e chi lo acquista. Essi “parlano” anche ad altri – in primis, ai produttori concorrenti.
Diciamo che l’economia di mercato è una specie di testo, un testo che chi compra e chi vende legge nelle parti che gli interessano, per tarare le proprie scelte. Il denaro è la lingua nella quale questo testo è scritto.

In che modo il denaro costituisce uno strumento di libertà e un vettore della società aperta?
In realtà la società aperta è proprio impossibile senza denaro. In primo luogo, la moneta riduce fortemente i costi legati a provare a fare uno scambio economico con un’altra persona. In regime di baratto non si può dire che le persone non possano scambiare beni e servizi gli uni con gli altri, ma deve esserci una doppia corrispondenza di desideri. A deve non solo volere ciò che B ha da vendergli ma essere talmente fortunato da incontrare un B che a sua volta desideri ciò che può vendergli lui. Questa è una situazione abbastanza comune in un contesto nel quale la divisione del lavoro è ridotta, primitiva: se A ha un orto dove coltiva pomodori e B ha delle galline che fanno le uova. Ma che succede se A di mestiere fa la manicure e B invece fa l’accordatore di pianoforti?
Il denaro consente agli scambi di avvenire su scala molto più ampia. A non deve “barattare” direttamente ciò che produce, ma viene pagato in moneta, che è molto più “scambiabile” di qualsiasi sia il bene o servizio che realizza per guadagnarsi da vivere. Le transazioni possono aumentare e posso anche avvenire sulla lunga distanza, con figure professionali che anticipano denaro in vista di un profitto futuro.
Senza denaro, la divisione del lavoro è destinata a rimanere confinata in ristrettissimi ambiti geografici. Questo significa comunità più piccole, isolate, fuori dai circuiti dei commerci, condannate alla stagnazione economica ma anche a una perdurante omogeneità. La società aperta è aperta al mondo: senza denaro, non può aprirsi.

Quale ruolo ha rivestito il denaro nella riflessione politica e sociale?
La moneta è troppo importante per lasciarla agli economisti. Se ne è occupato Goethe, lasciandoci col secondo Faust pagine memorabili sull’inflazione. Se ne sono occupati filosofi e giornalisti, alcuni dei quali ricorrono nei saggi che abbiamo raccolto. La questione della moneta e del credito è presente nelle riflessioni di un gigante della filosofia come David Hume e prima ancora lo era negli scritti di filosofi come Juan de Mariana. Un sociologo del rango di Georg Simmel ha scritto la “filosofia del denaro”!
Credo che sia proprio perché il denaro rappresenta così evidentemente non solo il lubrificante dell’economia ma anche un collante della società. Certo, esso “chiama” anche riflessioni polemiche, il fatto della vita per cui alcuni ne hanno più di altri non cessa di suscitare scandalo, presso alcuni gruppi e in alcuni settori ideologici. Ma la sua centralità è evidente.
Da questo punto di vista, un libro come Dal sesterzio al Bitcoin, fatto di voci così diverse, vuole anche ricordare a tutti che la riflessione sul denaro non può essere meramente tecnica. Non si tratta di uno strumento che un numero ristretto di “ingegneri della moneta” può manovrare come preferisce, producendo di volta in volta l’esito socialmente migliore. Il modo in cui si “gestisce” la moneta, o si prova a gestirla, sottende una visione politica, un’idea di società.
Per esempio, non possiamo ignorare che la fase attuale, nella quale i tassi d’interesse sono ormai permanentemente zero o negativi, tende a produrre benefici per i debitori e a indebolire la posizione dei creditori. Allargando lo sguardo, questo significa che aiuta gli Stati e sfibra invece le istituzioni finanziarie tradizionali (a cominciare dalle banche). Magari a una società sta pure bene trasformare il risparmio da un valore in una follia, però deve esserne convinta, non semplicemente subire una politica monetaria dettata da obiettivi contingenti…

Perché per tanto tempo la moneta è stata moneta aurea?
Perché i metalli preziosi si sono imposti da soli come moneta: il loro uso precede la coniazione da parte del sovrano e ha a che fare con le loro caratteristiche. I metalli preziosi sono belli, hanno da sempre catturato l’attenzione degli esseri umani. Sono scarsi, possono essere fusi, possono essere fatti in parti di diverse dimensioni e peso. Tutte caratteristiche che hanno reso i metalli preziosi assai utili come strumento per contare, per avere un prezzo “preciso” per i beni scambiati, ma che ne hanno anche determinato il successo come mezzo per conservare valore, perché “resistenti” al tempo e alle avversità.
Il “difetto” dell’oro, agli occhi del sovrano era essenzialmente uno. Per quanto fosse possibile “tosare” le monete e imbrogliare sul loro valore, era difficile e lo sarebbe stato sempre di più, in una società nella quale l’informazione circola liberamente e raggiunge i singoli cittadini. Una cartamoneta “convertibile” in oro ha come corrispettivo un certo ammontare di metallo prezioso. Il suo valore oscilla dunque sulla base della scarsità del metallo prezioso.
Liberando la moneta dall’aggancio all’oro, liquidato come una sorta di reliquia del tempo passato (un tempo passato che corrisponde alla più parte della storia umana!), il sovrano si è liberato le mani: emettere valuta oggi è possibile senza altro limite che quello che il sovrano si è dato.

La funzione di banca centrale è realmente insuperabile?
In un mondo in cui la valuta è monopolizzata dagli Stati, sì. Sono esistite situazioni diverse. C’è stato il cosiddetto free banking. La società era d’accordo sul fatto che la moneta, per avere valore, dovesse essere convertibile in metalli preziosi: ma consentiva la coesistenza di diversi istituti di emissione, i quali in qualche maniera un po’ insistevano su diversi territori, e un po’ invece si facevano concorrenza sulla rispettiva reputazione. Qualcuno era reputato più affidabile, qualcun altro meno.
Spesso si liquida questa esperienza dicendo che era un tempo nel quale parte della moneta in circolazione, orrore orrore, era fatta da “pagherò” o da “buoni” coi quali i datori di lavoro pagavano i loro impiegati. Ma è così anche oggi. Pensate solo ai buoni pasto, che anch’essi sono utilizzati dalle persone per pagarsi non solo il pranzo al lavoro, ma anche la spesa al supermercato. La coesistenza di diversi strumenti di pagamento non è uno scandalo.
Ci sono state anche situazioni ibride, nelle quali c’era una banca centrale ma nondimeno vi erano diversi istituti che potevano anch’essi emettere moneta.
“Tornare” indietro oggi appare impossibile, anche perché il peso delle attività finanziarie degli Stati è aumentato a dismisura. La banca centrale non finanzia più soltanto le sporadiche imprese militari del re: di fatto è uno snodo imprescindibile, per una economia nella quale metà del prodotto è intermediari dal sovrano. Ma il fatto che non si possa tornare indietro non significa che non possano esserci innovazioni o addirittura salti tecnologici.
L’euro è stato una grande innovazione: una moneta di venti sovrani, anziché di un solo sovrano, e per quella ragione almeno inizialmente meno permeabile alle interferenze della politica.

Quali sono le prospettive di sviluppo delle criptovalute?
È difficile fare previsioni, soprattutto sul futuro, come ammoniva Yogi Berra. Limitiamoci a qualche osservazione. Esiste una generazione di persone per cui i servizi che oggi offrono le banche paiono tremendamente obsoleti, sanno di vecchio. Per persone che sono abituate e scambiarsi documenti, immagini, video, con un singolo clic, pensare che per inviarsi denaro debbono ricordarsi un complicato numero di undici cifre e attendere due giorni per il trasferimento dei quattrini è inconcepibile. Così come sono inconcepibili contratti scritti per non essere letti da nessuno, sui quali il contraente ha poco o nessuna capacità di manovra.
Quale che sia lo strumento prescelto, aspettiamoci nei prossimi anni cambiamenti radicali.
Le criptovalute uniscono l’evidente superiorità tecnologica (sono strumenti “nativi digitali”, nel senso che nascono per e nel digitale) al fatto di essere sottratti al controllo del sovrano. Rappresentano una sfida alla moneta delle banche centrali, che vorrebbero, almeno in parte, sostituire. Sono strumenti diversi, sotto il profilo ingegneristico-tecnologico, ma che hanno almeno alcuni aspetti comuni.
Un aspetto, che credo emerga bene dai saggi riuniti nel nostro libro, è che siccome maneggiare la moneta è cosa rischiosa, siccome la lingua nella quale avvengono gli scambi li può determinare e influenzare, anche quando a emetterla è il sovrano si cerca di limitarne il potere. Ci sono approcci basati sulle regole (la più famosa è la regola del target d’inflazione della BCE) per limitare l’emissione di moneta. I sostenitori delle criptovalute sanno che anche il governo delle regole è in realtà governo degli uomini: degli uomini che fanno le regole. E propongono di sostituire le regole con gli algoritmi: algoritmi inflessibili e che non possano essere manomessi a vantaggio di tizio o caio.
Un altro aspetto da tenere presente è che le criptovalute, e anche le cosiddette stable coins, quale che sia il principio, l’algoritmo a cui fanno riferimento (un meccanismo tendenzialmente deflattivo, come Bitcoin, o un paniere di attività finanziarie, come Libra) nascono in un contesto per ora almeno libero, concorrenziale. Esse provano a rispondere a diverse esigenze. Non è detto che i loro obiettivi siano sempre i medesimi: qualcuna cerca di far presa su certi “utilizzatori”, che hanno determinate esigenze, qualcuna su altri, che hanno altre esigenze. Questo da una parte è il bello della concorrenza ma dall’altra è un problema, perché una moneta è tanto più affidabile quanto più è scambiata. Un’ottima moneta non corrisponde a un progetto, a un disegno: deve essere qualcosa che la gente utilizza per fare scambi.
Credo che cambierà tutto quando (se) una piattaforma come Amazon dirà: accetto Bitcoin, o Monero, o Libra, o quel che sarà. Quando e se, cioè, questi “esperimenti” potranno avvenire su scala molto maggiore, diventando la lingua in cui avvengono gli scambi di un numero molto maggiore di persone.

Alberto Mingardi è Ricercatore di Storia delle dottrine politiche all’Università IULM di Milano. È direttore dell’Istituto Bruno Leoni ed editorialista del quotidiano La Stampa. Il suo ultimo libro è La verità, vi prego, sul neoliberismo (Marsilio, 2019).
Angelo Miglietta è Professore Ordinario di Entrepreneurship and Innovation e di Economia e Management della Cultura all’Università IULM di Milano. È Pro-Rettore vicario della medesima università. È inoltre Presidente della Fondazione Ordine Mauriziano.

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