“Dal rosso al nero. Cento anni di socialisti e comunisti passati a destra” di Roberto Della Seta

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Dal rosso al nero. Cento anni di socialisti e comunisti passati a destra, Roberto Della SetaDal rosso al nero. Cento anni di socialisti e comunisti passati a destra
di Roberto Della Seta
FrancoAngeli

«Qui si sono raccontati 100 anni di passaggi dal rosso al nero, da fine dell’Ottocento a fine Novecento. I passaggi non sono tutti quelli dalla sinistra alla destra; sono i passaggi, fino alla seconda guerra mondiale, dalla sinistra della classe, socialista e comunista, alla destra radicale della nazione da cui scaturirà il fascismo: cioè tra due campi agli antipodi della geografia politica del primo Novecento, ma accomunati da un linguaggio rivoluzionario e dall’ambizione di conquistare il “popolo”, le masse. A questa vicenda si è scelto di affiancarne un’altra più recente e interamente italiana: il “berlusconismo”, cioè la comparsa e la rapidissima ascesa nell’Italia di fine Novecento di un movimento politico, Forza Italia, non di estrema destra ma in cui si ritrovano molti connotati – promessa di un cambiamento catartico, leadership carismatica di un “capo”, richiamo al “popolo” oltre le distinzioni tra sinistra e destra – tipici delle destre rivoluzionarie […] e vedrà la presenza con ruoli di rilievo di una folta rappresentanza di ex-socialisti.

Non è questo un libro sui “voltagabbana”, su chi in politica ha cambiato bandiera per inseguire il potere. Non lo è perché è nato da una premessa diversa: se tanti socialisti e comunisti nel corso del Novecento sono passati dal rosso al nero, è stato anche e molto per cause più profonde dell’opportunismo personale, per cause che individuano in tali passaggi elementi di oggettiva coerenza. Ancora di più: se si guarda ai primi decenni del Novecento, la casistica di tali passaggi appare largamente estranea alla categoria della convenienza pratica; i socialisti francesi che all’inizio del secolo scorso si avvicinarono al nazionalismo, o quelli italiani che all’indomani della prima guerra mondiale si riconobbero nel fascismo, scelsero strade politiche che garantivano assai di meno, in termini di status personale, della stessa militanza socialista.

Naturalmente il fenomeno generale dei passaggi dal rosso al nero non è spiegabile solo riconoscendo le “affinità elettive” – culturali, ideologiche, dettate dalla comune tipologia sociale di molti dei suoi protagonisti: giovani borghesi “ribelli” – che legavano dalla fine dell’Ottocento sinistra e destra radicali. A determinarlo furono anche avvenimenti della “grande storia”. In particolare, le diverse sue ondate giungono all’indomani di cadute rovinose della sinistra: è stato così dopo il trauma della prima guerra mondiale, che aveva costretto il movimento socialista a “nazionalizzarsi” mostrando che l’idea di nazione mobilitava le masse ancora di più dell’idea di classe, e che per moltissimi giovani militanti socialisti divenuti soldati fu anche un doloroso trauma personale; è stato così in Italia all’inizio degli anni ’90 dopo la “messa a morte” per via giudiziaria del Partito socialista.

Di generalizzabile, nelle biografie politiche qui tratteggiate, non vi sono gli esiti, difficilmente riducibili a criteri omogenei. In alcuni casi i passaggi dal rosso al nero riguardano personalità politiche che con le loro riflessioni di frontiera anticiparono nuove visioni poi divenute patrimonio della stessa sinistra: la dimensione nazionale come orizzonte irrinunciabile dell’azione socialista; la necessaria autonomia del sindacato dal partito; l’obiettivo di una correzione radicale del capitalismo ma senza un suo “superamento; il tema della “società aperta” contro un peso eccessivo dello Stato. In molti, richiamano vicende personali che vedono un progressivo scivolamento da intenti e posizioni meramente revisionisti verso cambiamenti di campo culturalmente irreversibili e talora segnati da derive tragiche. In altri ancora, l’itinerario è di andata e ritorno, l’avvicinamento alla destra radicale rappresenta una parentesi dentro biografie politiche che cominciano e finiscono nella sinistra. […]

Proprio nel carattere squisitamente individuale di ognuno dei passaggi di campo da sinistra a destra che hanno affollato il Novecento, a cominciare da quelli degli archetipi raccontati – Gustave Hervé, Pierre Laval, Giuliano Ferrara – inconfondibili tra loro e con tutti gli altri, vi è per paradosso uno degli elementi principali che fanno di questa una vicenda collettiva. I passaggi sono, certo, collegati a processi politici complessi e variegati, a dinamiche sociali e materiali che li trascendono e in parte li spiegano. Ma al tempo stesso riconducono largamente alla storia delle idee: cioè a una dimensione che in qualche misura segue tracce autonome, non riducibili alla storia sociale tout-court. […] Questo aiuta anche a comprendere perché buona parte dei passaggi dal rosso al nero abbia riguardato la Francia e l’Italia, dove nelle sinistre novecentesche pesava particolarmente – accanto alla “materialità” del movimento operaio – la sensibilità “immateriale” delle élite intellettuali, più sensibili alla fascinazione di idee e ideologie, come il nazionalismo rivoluzionario e il fascismo, portatrici di visioni palingenetiche.

L’uso – sia pure filologicamente impreciso – del nero come colore generale della destra popolare e rivoluzionaria che compare nell’ultimo scorcio dell’Ottocento e occupa da protagonista la scena politica europea tra le due guerre mondiali, aiuta a distinguere e sottolineare il carattere inedito di questa nuova categoria di passaggi politici di campo da sinistra a destra. Essi avvengono per il tramite di movimenti populisti che idealizzano il “popolo” come soggetto unico, organico: il boulangismo, il nazionalismo di fine Ottocento e inizio Novecento, il fascismo, il petainismo nella Francia collaborazionista di Vichy. Movimenti – ciò vale per lo stesso “berlusconismo” – che rifiutano o trascurano nel proprio discorso pubblico la distinzione tra sinistra e destra; e movimenti che talora fino dal nome contengono il richiamo alla guida di un “capo” carismatico, anche questo un elemento non estraneo alla sinistra rivoluzionaria.

Luoghi privilegiati, anche se non esclusivi, dei passaggi novecenteschi dal rosso al nero sono stati la Francia e l’Italia. Perché qui, come detto, ha agito con più forza e più diffusa presenza nella vicenda dei partiti e dei sindacati socialisti quella figura dell’intellettuale “engagé” che di tali passaggi è stato ricorrente protagonista, e qui si è formata ed affermata quella destra rivoluzionaria che per linguaggio, capacità di evocare trasformazioni catartiche, operava su un terreno simbolico vicino e diretto concorrente rispetto a quello del socialismo più radicale. Infine, francesi e italiane sono state anche le principali occasioni storiche che hanno nutrito, come potenti catalizzatori, i passaggi di campo dalla sinistra socialista alla destra: dal 1920 l’ascesa e poi 20 anni di dittatura mussoliniana, dal 1940 alla Liberazione la Francia “fascistizzata” del regime di Vichy, negli anni ’90 la diaspora dei socialisti italiani confluiti dopo la fine traumatica del loro partito nella destra berlusconiana. […]

La fenomenologia novecentesca dei passaggi radicali di campo politico non si esaurisce nelle parabole biografiche dal rosso al nero. A essa appartengono a pieno titolo due altre storie. Una è la vicenda degli itinerari nell’opposta direzione, dal nero al rosso: peraltro molto più rari per il carattere ideologicamente e politicamente più strutturato, meno permeabile a contaminazioni esterne, dei movimenti socialisti rispetto alle destre rivoluzionarie. Per esempio, passeranno dal “nero” al “rosso” molti giovani francesi che negli anni ’30 e ’40 avevano simpatizzato per la destra nazionalista o sostenuto attivamente il regime di Vichy, e dopo la guerra militeranno nella sinistra: tra loro anche figure centrali della sinistra francese della seconda metà del Novecento, come Hubert Beuve-Mery, collaborazionista negli anni di Vichy e poi fondatore e a lungo direttore del quotidiano progressista “Le Monde”, e come François Mitterrand, militante in gioventù delle Croix-de-feu del colonnello de La Rocque e che dagli anni ’70 sarà per vent’anni leader indiscusso dei socialisti francesi. Passaggi di campo analoghi riguarderanno in Italia tanti giovani intellettuali fascisti – da Delio Cantimori a Felice Chilanti, da Giulio Carlo Argan ad Eugenio Scalfari – che nel dopoguerra aderiranno stabilmente a posizioni di sinistra.

L’altra storia è quella, abbondantissima, degli ex-comunisti divenuti pubblici censori dello stalinismo e in generale dell’ideologia comunista: gli “eretici e rinnegati” del saggio autobiografico di Isaac Deutscher, che quasi sempre si attesteranno su posizioni antitotalitarie e dunque incompatibili con movimenti e pensieri di estrema destra. Nell’elenco degli “eretici e rinnegati” figurano nomi eccellenti della cultura europea del Novecento: George Orwell, Boris Souvarine, André Malraux, André Gide, Ignazio Silone, Stephen Spender. Fino ad Arthur Koestler, autore del romanzo “Buio a mezzogiorno” […].

Entrambe le vicende […] hanno poco in comune con quelle qui raccontate, tranne per un aspetto: richiamano anch’esse al tempo stesso percorsi individuali e temi di riflessione collettiva. Nel primo caso la scelta della sinistra come solo campo politico e culturale, in particolare dopo la seconda guerra mondiale e la tragica caduta dei fascismi, nel quale praticare valori e obiettivi “rivoluzionari” o comunque di radicale cambiamento sociale. Nel secondo la presa d’atto e la denuncia dello spirito antiumanitario del comunismo realizzato, all’insegna del rifiuto di un’idea generale – annullare la singolarità degli individui in progetti di società totalitaria – che come ha insegnato Hannah Arendt è stata il segno comune dei totalitarismi novecenteschi sia “rossi” che “neri”.»

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