Professoressa Voghera, Lei è autrice del libro Dal parlato alla grammatica. Costruzione e forma dei testi spontanei pubblicato da Carocci: che relazione c’è tra parlato e grammatica?
Dal parlato alla grammatica. Costruzione e forma dei testi spontanei, Miriam VogheraLa risposta a questa domanda cambia a seconda che si intenda grammatica come strumento di riflessione o come struttura del sistema linguistico. Il rapporto tra il parlato e la grammatica nella sua prima accezione è stato molto conflittuale per quanto riguarda sia le grammatiche prescrittive sia quelle scientifiche. Le prime, che si prefiggono il compito di indicare la buona norma di una lingua, hanno sostanzialmente ignorato gli usi parlati e quando li hanno presi in considerazione è stato per censurarli. Ciò accade perché i testi parlati sono associati prevalentemente a situazioni di familiarità e informalità. Detto altrimenti, benché parlando si possa usare qualsiasi tipo di lingua anche molto sofisticato e colto, di fatto nel parlato sono frequenti gli usi locali, regionali, informali, per l’appunto, colloquiali. Questo ha erroneamente portato ad identificare il parlato con gli usi non standard, che sono esclusi per definizione in una grammatica normativa.  Tradizionalmente la norma viene fatta coincidere con la lingua scritta formale e letteraria, anche se non tuta a letteratura è accettata: spesso gli usi più creativi e innovativi, anche se prodotti da grandi firme letterarie, sono stati ignorati o sanzionati, come ben si vede in molte grammatiche scolastiche, in cui si presenta una lingua statica e atemporale.

Il parlato è stato ignorato anche dalle grammatiche scientifiche, sebbene per altre ragioni. In questo caso non si tratta di motivi di natura sociolinguistica, ma del fatto che i dialoghi parlati presentano una discontinuità e una apparente frammentarietà che sono difficilmente aggredibili e analizzabili con gli strumenti teorici forgiati su testi scritti continui. A parte alcune luminose eccezioni, la maggior parte della linguistica teorica invece di modificare il proprio punto di vista ha preferito limitare i danni considerando i fenomeni parlati marginali o superficiali.
Naturalmente le cose sono molto diverse, se invece con grammatica indichiamo la struttura del sistema linguistico. In questo caso è evidente che il parlato non può essere escluso, ma è parte fondante della grammatica di una lingua. Impariamo la nostra lingua parlando e gli usi parlati sono maggioritari per la maggior parte della nostra vita. Di conseguenza, per quanto il parlato esibisca meccanismi e strategie diversi da quelli normalmente descritti nella maggior parte delle grammatiche, essi non sono meno grammaticali dei testi prodotti in altre modalità, per esempio quelli scritti.

Quali sono le caratteristiche della comunicazione parlata?
In condizioni naturali la comunicazione parlata coincide con i dialoghi faccia a faccia, in cui i parlanti usano in modo integrato i canali fonico-uditivo e gestuale-visivo. Il contenuto è quindi espresso attraverso le parole, l’intonazione e il ritmo che le accompagnano, ma anche attraverso i gesti delle mani, le espressioni della faccia, i movimenti del corpo. La compresenza tra chi produce e chi riceve il messaggio permette un rapporto diretto tra gli interlocutori e il contesto, e infatti i parlanti possono produrre significati anche facendo esplicito riferimento agli elementi circostanti, usando elementi deittici verbali, per es. questo, quello, o non verbali, per esempio indicando con il dito ciò a cui si riferiscono.

Ciò che caratterizza maggiormente la comunicazione parlata rispetto ad altre modalità di comunicazione è il fatto che la produzione e la ricezione avvengono in tempo reale, cioè senza una precedente pianificazione e un supporto esterno per la memoria. Ciò significa che bisogna progettare ciò che si dice e organizzarne la forma senza poter compiere alcuna revisione. Questo spiega le interruzioni, le autocorrezioni, le esitazioni durante il processo di produzione. Inoltre la presenza del destinatario espone chi parla a possibili interruzioni, come si vede dalle interruzioni e sovrapposizioni di turni. Ciò più frequente nei casi di conversazioni informali tra pari, in cui tutti i partecipanti possono liberamente prendere la parola, mentre le cose possono cambiare se cambiano i rapporti tra i parlanti e se la presa di parola non è più libera, ma regolata, come per esempio in un dibattito o in un interrogazione. Fermo restando che lo schema dialogico rappresenta la forma tipica di relazione nella modalità parlata, si possono infatti avere configurazioni diverse, che danno, a loro volta, forma a testi diversi.

Quali sono i correlati sintattici della modalità parlata?
Vi sono alcune strutture e costruzioni che sono molto frequenti nei testi parlati perché sono il prodotto di strategie comunicativa­mente ottimali per questa modalità. Per questo motivo, anche se il loro uso non è esclusivo del parlato, la loro occorrenza correla grandemente con quella dei testi parlati.  Dal punto di vista sintattico, l’organizzazione del testo parlato è for­temente condizionata dalla contemporaneità dei processi di program­mazione e produzione/ricezione, nonché dalla compresenza dell’e­mittente e del destinatario.
I forti vincoli temporali che si impongono sia alla produzione sia alla comprensione parlate costringono i parlanti a tempi di progetta­zione e produzione molto rapidi, che di conseguenza non permettono periodi lunghi e strutturati su numerosi livelli di dipendenza. In queste condizioni si deve ottimizzare il rapporto tra la linearità, fortemente favorita in una situazione governata dal tempo, e le relazioni sintat­tiche, che possono essere discontinue e possono prevedere più livelli gerarchici. Per questo motivo si scelgono costituenti brevi, che si susse­guono additivamente, e si privilegiano rapporti gerarchici basati sulla contiguità, in cui la connessione può essere marcata da materiale seg­mentale, ma spesso anche dalla sola forma prosodica. Il risultato dal punto di vista verbale è lontano dalla sin­tassi compatta e definita dello scritto: l’impressione più forte che si ha è quella di un prodotto ancora in costruzione. È infatti propria del parlato questa sintassi aperta che può sempre proseguire trasformandosi anche per mano di più autori, come accade nel caso di testi dialogici, in cui anche la sintassi diventa polifonica.

Quali sono invece i correlati semantici della modalità parlata?
Non diversamente da ciò che avviene per la sintassi, anche per la semantica la forma si delinea a poco a poco, perché chi parla non è sem­pre coscientemente occupato nella scelta della parola o dell’espressione esatta o calzante, ma costruisce il significato strada facendo, affidandosi anche alla cooperazione più o meno esplicita da parte del destinatario. Un testo parlato è per definizione sempre aperto a continue rifinitu­re, cambi di progetto e, naturalmente, ai contributi del destinatario, e pertanto il suo significato non è mai del tutto e completamente de­finito. Ciò non vuol dire che nel parlare si proceda in modo casuale e disorganico; al contrario, i parlanti riescono di norma a realizzare un buon equilibrio tra la quantità di informazione da trasmettere e il mantenimento di un testo flessibile. Per far ciò procedono in modo incrementale senza appesantire troppo i singoli significati locali, che rimangono spesso sottospecificati, ma che invece diventano perfetta­mente interpretabili all’interno della globalità dell’atto comunicativo. Prendendo in prestito un’espressione dal mondo delle telecomunicazioni diciamo che il parlato ha una semantica a bassa definizione.
La bassa definizione non è di per sé sinonimo né di basso contenuto informativo né di scarsa interpretabilità, ma corrisponde al­la strategia più naturalmente compatibile con la comunicazione faccia a faccia perché consente al produttore di mantenere un testo coerente e coeso nonostante i possi­bili interventi esterni da parte del destinatario. Naturalmente esistono testi parlati con livelli di definizione semantica diversa a seconda del contesto e dello scopo della comunicazione. In linea di massima, però, un testo parlato tenderà a presentare il contenuto in modo più diluito rispetto a un testo scritto, anche se sullo stesso argomento e dello stesso produttore, come abbiamo potuto verificare analizzando corpora formati da racconti orali e scritti delle stesso materiale fatti dagli stessi parlanti.

Qual è l’importanza della grammaticalità del parlato?
Riconoscere la grammaticalità del parlato vuol dire capire che date le proprietà della modalità parlata e delle lingue storico-naturali, i testi parlati spontanei esibiscono le strutture più funzionali e ben formate pos­sibili. Detto in altre parole, la forma dei testi parlati è il risultato della felice compenetrazione tra uso del codice verbale e modalità parlata.  Questo non è senza conseguenza sul piano teorico perché mette in primo piano meccanismi funzionali che rimangono in ombra nell’osservazione di testi in altre modalità.
Se una grammatica deve rappresentare la chiave interpretativa del codice che descrive, dal parlato emerge una grammatica che ha come elementi costituitivi unità linguistiche a bassa definizione, i cui confini sono gradienti e variabili, in cui la stabilità necessaria all’inter­comprensione non va ricercata né nella compiutezza dei segni né negli elementi del contesto, ma nell’accordo tra gli interlocutori. Benché la compenetrazio­ne creativa tra elementi naturali, cognitivi e sociali si realizzi in ogni attività linguistica, indipendentemente dalla modalità usata, il parlato offre il vantaggio di poter osservare il processo nel suo svolgersi, senza nessun mascheramento e normalizzazione a posteriori, cui spesso sono sottoposti gli usi linguistici in altre modalità di comunicazione. In altre parole, la comunicazione parlata, in quanto modalità nativa, consente di mettere a fuoco, da un lato, i caratteri basici ed essenziali della gram­maticalità delle lingue e, dall’altro, il complesso gioco di interdipen­denze tra ingranaggio modale e lingua. Da ciò emerge con chiarezza come i dati di parlato siano oggetti linguistici indispensabili, ancorché non esclusivi, per la costruzione delle grammatiche.