Dal Coronavirus al Covid-19. Storia di un lessico virale, Salvatore Claudio SgroiProf. Salvatore Claudio Sgroi, Lei è autore del libro Dal Coronavirus al Covid-19. Storia di un lessico virale pubblicato dalle Edizioni dell’Orso: quale impatto ha avuto sugli italiani e sulla loro lingua l’arrivo, a cavallo del 2019-2020, del Coronavirus?
Quanto all'”impatto” sulla vita degli italiani (e degli umani nel mondo), il Coronavirus è stato micidiale – e continua ad esserlo – causa qual è di oltre 35mila decessi in Italia, e 679mila nel mondo. Un virus arginabile, a parte con potenziali futuri vaccini, solo con una gestione responsabile di noi tutti adottando mascherine, lavaggio delle mani, distanziamento interpersonale, evitando assolutamente gli assembramenti.

L’impatto invece del Coronavirus (o Covid) sulla lingua non va analizzato con le categorie qui non-pertinenti delle scienze mediche, come di un virus che inquina (!) la lingua (di anglicismi, tecnicismi, neologismi), ma con le categorie proprie della linguistica descrittiva, ovvero attraverso un’analisi non-puristica degli usi della lingua da parte dei parlanti di una comunità sociale.

In generale, la lingua non può non “riflettere” tutto ciò che l’uomo fa o succede nella realtà, e tanto più eventi dirompenti come quelli causati dal Coronavirus. Anzi, solo perché l’uomo “verbalizza” grazie alla lingua, cercando le parole più adatte, quanto succede nella realtà, quest’ultima diventa conoscibile e modificabile.

La proprietà specifica della lingua (di qualsiasi lingua) è infatti quella di essere uno strumento semiotico “onnipotente” in grado di dare cioè forma, in maniera sempre perfettibile, a una realtà altrimenti confusa e inconoscibile senza le parole.

Nel caso specifico della pandemia coronovirale, ciò ha comportato l’uso di termini diversi, di ambiti diversi (medicina, economia, burocrazia, statistica, psicologia, ecc.), spesso tecnicismi che hanno innervato la lingua di tutti i giorni diffusi da telegiornali, programmi speciali in TV, dalla radio, dalla stampa cartacea e on line, dai social, ecc.

Questo ha obbligato gli italiani a darsi “una mossa” per capire e usare in maniera comprensibile, termini prima relegati in ristretti ambiti settoriali, o termini comuni, tecnicizzatisi dinanzi alla nuova realtà.

Quali termini si sono imposti nell’uso comune?
C’è solo l’imbarazzo della scelta, per es. sigle (DAD, MES, Dpcm) e lessemi comuni come mascherina, tampone, tamponare,  goccioline, distanziamento, Fase-1, Fase-2, Fase-3, contagio, contagiato, quarantena, i positivi, epidemia, vaccino, quarantena, isolamento, polmonite, e termini meno comuni come sanificare, sanificazione, assembramento, asintomatici, paucisintomatici, condizionalità, congiunto, tracciamento, pandemia, infodemia, immunità di gregge, morbilità, triage, virologo, epidemiologo, clinico, infettivologo, testare, ecc..

Nella massa dei nuovi termini legati alla pandemia gli anglicismi fanno la parte del leone, a cominciare da coronavirus e Covid(-19), contact tracing (su cui cfr. http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/parole/Contact_tracing.html), lockdown, bond, eurobond, recovery fond, spillover, spil, contactless, droplet, spike, cluster, test, fake-news, ecc.. E questo perché l’inglese/anglo-americano è la lingua di una nazione di grande prestigio economico, politico, scientifico, sociale, culturale.

Come è avvenuto il passaggio dalla dizione Coronavirus a quella ormai più diffusa di Covid-19?
Il passaggio dal lessema Coronavirus (prima attestazione in ingl. 1968 e in it. 1975) al più diffuso Covid-19, ulteriormente abbreviato in seguito alla sua frequenza in Covid, ha avuto luogo quando l’Organizzazione Mondale della Sanità (OMS) ha deciso l’11 febbraio 2020 di distinguere, con due termini neutrali, (i) la nozione di ‘coronavirus’, comprensivo di tipi diversi di ‘coronavirus’, sotto-tipo del ‘virus’, il termine più generale indicante gli agenti patogeni, (ii) dalla ‘malattia’ causata dalla presenza del particolare coronavirus diffusosi alla fine del 2019. L’OMS ha infatti deciso di indicare (i) la ‘malattia’ con la sigla – priva di genere grammaticale in inglese – “CO[rona]VI[rus]D[isease ‘malattia’]-19 (anno della sua diffusione)”, diventata in italiano (il/la) Covid e (ii) il ‘(corona)virus’ con la sigla “S[evere]A[cute]R][espiratory]S[yndrome]-Co[rona]v[irus]-2” ovvero in italiano “(il/la) SARS-Cov 2“. Un solo es.: “L’epidemia in Italia e nel resto del mondo di Covid-19, la malattia causata dal coronavirus Sars-Cov-2 (Coronavirus, la pandemia di Covid-19: la situazione, informazioni aggiornate al 24 marzo 2020).

Sul problema del genere oscillante il/la covid, il/la SARS-Cov 2 cfr. http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/scritto_e_parlato/Covid.html.

Va anche osservato che non di rado, quando il parlante sente l’esigenza di sottolineare l’opposizione semantica di cui sopra, fa pure ricorso all’opposizione lessicale “Coronavirus ‘virus’ vs Covid ‘malattia’ “, la sigla “(il/la) SARS-Cov 2” essendo fonologicamente complessa e semanticamente poco trasparente.

Occorre però subito dire che la stessa opposizione semantica “malattia” vs “virus”, giustificata sul piano strettamente scientifico, nell’uso comune non è invece molto seguita. E si opta per il lessema Covid-2 (o tout court Covid) per indicare polisemicamente sia la ‘malattia’ che il ‘virus’. Questa polisemia è stata criticata in maniera logicistica come “errata”, senza tener conto sia del fatto che nell’uso comune, ovvero in TV, nei quotidiani cartacei, on line e in testi anche istituzionali, non genera affatto alcuna confusione, e senza tener conto che la polisemia è una espressione dell'”economia linguistica”, ed è un universale linguistico.

Si tenga altresì presente che il termine Covid(-19) non ha determinato la scomparsa del più ‘anziano’ lessema coronavirus (1975), anch’esso anglicismo, e che nell’uso ancora più informale, i due termini appaiono come sinonimi intercambiabili nella loro polisemia.

Quali aspetti storico-etimologici, normativi e interlinguistici caratterizzano questa nuova ondata lessicale?
Dato il carattere pandemico del coronavirus e del Covid, le relative parole e i relativi termini (soprattutto anglicismi) si sono diffusi nelle varie lingue del mondo, creando riassestamenti nei loro sistemi lessicali, con fenomeni di adattamento, calchi e prestiti diversi. Per citare un solo es. il lockdown in francese è stato più spesso reso con confinement, in spagnolo con confinamiento, e in catalano con confinament.

Da questo punto di vista, si tratta di una realtà assai mobile e dinamica che i linguisti devono ancora attentamente analizzare e vagliare.

Nel libro Lei dedica speciale attenzione anche al termine Dantedì che proprio a partire da quest’anno indica il giorno dedicato annualmente al padre della lingua italiana: è un neologismo azzeccato?
La nascita di un neologismo — nel caso specifico Dantedì di cui è noto il glottoplaste, ovvero Francesco Sabatini, presidente emerito della Accademia della Crusca — sottende sempre il bisogno di mettere a fuoco un concetto, una nozione, una idea, nel caso specifico il voler ricordare ogni anno e soprattutto nelle scuole, il maggior poeta della lingua italiana.

La fortuna di un neologismo è peraltro sempre imprevedibile, legata com’è alla sua accoglienza da parte dai membri di una comunità nazionale e alle autorità a cui è affidata, nel caso di Dantedì, la responsabilità di tale ricorrenza.

Il neologismo è certamente “azzeccato”, in quanto ‘ben costruito’ strutturalmente per essere accolto nel sistema lessicale della lingua italiana (e pronto ad essere registrato nei dizionari come lo Zingarelli e il Devoto-Oli). Si tratta di un calco strutturale sull’inglese/angloamericano Dante-day, proposto invece dal giornalista Paolo Di Stefano, a sua volta dietro lo stimolo di anglicismi in –day (per es. D-Day, shopping-day, open-day ecc.) e di neoformazioni italiane in –day (per es. referendum day, Papa-day, clic day ecc.).

La struttura del composto, ricalcato sull’inglese, va anche detto, viene a coincidere con quella dei latinismi lune-dì, marte-dì, mercole-dì ecc., con la differenza che il – ‘giorno’ di Dante-dì è semanticamente trasparente, mentre in lunedì ecc. è decisamente opaco.

Salvatore Claudio Sgroi, già ordinario di linguistica generale (Università di Catania), si è occupato in prospettiva teorica, storica e descrittiva del contatto interlinguistico, di storia della terminologia linguistica, di storia della grammatica, della formazione del lessico, della lingua italiana e delle sue varietà in chiave strutturale e sociolinguistica. Sostenitore di un approccio “laico” nell’ambito della educazione (meta)linguistica, è autore di circa 500 titoli, tra cui i voll. Per una Grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica: dalla parte del parlante (Utet 2010); Dove va il congiuntivo? (Utet 2013); Il linguaggio di Papa Francesco (Libreria Editrice Vaticana 2016); Maestri della linguistica italiana (2017); Maestri della linguistica otto-novecentesca (2017); Saggi di grammatica ‘laica’ (2018); (As)saggi di grammatica ‘laica’ (2018, tutti presso le Edizioni dell’Orso); Gli Errori ovvero le Verità nascoste (Centro di studi filologici e linguistici siciliani 2019) e da ultimo: Dal Coronavirus al Covid-19. Storia di un lessico virale (2020, Edizioni dell’Orso).

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