Da Eleusi a Firenze. La trasmissione di una conoscenza segreta, Nicola BizziDott. Nicola Bizzi, Lei è autore del libro Da Eleusi a Firenze. La trasmissione di una conoscenza segreta edito da Aurora Boreale: a cosa si fa riferimento quando si parla di eleusinità?
Effettivamente, il termine “Eleusinità” difficilmente lo si può trovare nei dizionari, ma io l’ho adottato per rendere meglio l’idea della portata e del significato di una delle più grandi Tradizioni misteriche e religiose che la storia dell’uomo abbia mai conosciuto. Generalmente, in tutta la vasta saggistica inerente all’argomento, anche la più specialistica, si parla di “Misteri Eleusini” in senso generico, come se ci si riferisse ad un mero culto locale o a un fenomeno religioso circoscritto o disgiunto da quelle che sono state le sue evoluzioni e diramazioni, senza minimamente tener conto del fatto che si trattò di un fenomeno universale, che arrivò ad abbracciare l’intera area del Mediterraneo e dell’Europa continentale, del Nord Africa e del Vicino Oriente. E sue “correnti” o “derivazioni” vengono assurdamente classificate e interpretate, a loro volta, come fenomeni a sé stanti. Si parla infatti sovente di “Orfismo” e “Pitagorismo” senza chiarire o specificare che dietro tali termini si celano in realtà delle correnti scaturite dallo stesso contenitore, della medesima Tradizione. Che poi alcune di tali diramazioni abbiano, nel corso dei secoli, deviato dall’originario alveo dei Misteri, risentendo dell’inquinamento e dei condizionamenti di altre Scuole e Tradizioni, quali ad esempio lo Gnosticismo e l’Ermetismo, questo è un altro discorso.

È corretto, quindi, sì, parlare di Misteri Eleusini, ma si dovrebbe – in senso più ampio – parlare di Eleusinità, per meglio definire questa particolare Tradizione nel suo complesso, in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue sfumature. Allo stesso modo, né più né meno, di come i Cristiani utilizzano comunemente il termine “Cristianità” per definire la loro religione come un complesso fenomeno sociale e al contempo un insieme di strutture e istituzioni che ad essa fanno riferimento.

Le radici più profonde dell’Eleusinità affondano nella cultura e nella civiltà degli antichi popoli pre-greci dello scacchiere del Mar Egeo; tutte popolazioni etnicamente affini, caratterizzate da capigliature nere e carnagione olivastra, che, fin dai tempi più remoti, abitarono le isole Cicladi, Creta, la Grecia continentale e le coste dell’Asia Minore. Popolazioni che fecero tutte parte dell’Impero cretese dei Minosse, e che avevano soprattutto due elementi che le accomunavano: il culto degli antichi Dei Titani (spodestati, secondo la tradizione ellenica, con una guerra detta Titanomachia da Zeus e dai nuovi Dei Olimpici) e la designazione delle proprie progenie per linea femminile (Matriarcato). Altra linea di fondo della loro cultura era la comune identificazione in una medesima stirpe sacrale, erede di una grandiosa precedente civiltà. Tutte popolazioni che, in quella che è passata alla Storia come la Guerra di Troia, si schierarono a difesa dell’ultimo baluardo della propria Tradizione, civiltà e religiosità, lottando disperatamente contro gli Achei ed altri popoli invasori, portatori di un modello culturale opposto ad antagonista a quello egeo.

Altra cosa, infatti, che non viene mai abbastanza chiarita in ambito storico è il fatto che il conflitto narrato da Omero nell’Iliade, più che una guerra commerciale fu una guerra di religione e lo scontro mortale fra due modelli di società e di civiltà contrapposti e tra loro inconciliabili: da un lato una vasta confederazione di popoli di stirpe egea, diretti eredi dell’Impero Minoico cretese e caratterizzati, come abbiamo detto, da un modello sociale improntato sul matriarcato e dal culto degli antichi Dei Titani; dall’altro un’eterogenea alleanza di popoli non di origine mediterranea, calati nella Grecia continentale nel corso di varie successive ondate migratorie, accumunati, oltre che dalla bellicosità, da un modello sociale di stampo patriarcale e dal culto dei nuovi Dei Olimpici usurpatori.

Se non si comprende questo dualismo e questa inconciliabilità di modelli culturali e religiosi che caratterizzò il drammatico passaggio fra l’Età del Bronzo e l’Età del Ferro nel corso del XII° secolo a.C., non si può realmente comprendere l’essenza dell’Eleusinità e dei suoi Misteri.

Caduta Troia, infatti, divenne Eleusi l’ultimo baluardo di questa Stirpe Sacrale. La scelta di questa piccola località affacciata sul Golfo di Salamina, dove, secondo la Tradizione Misterica, giunse, incarnata in sembianze umane, la Dea Demetra nel 1216 a.C. per istituzionalizzare i Misteri, non fu infatti casuale. In una Grecia ormai in buona parte dominata da quei popoli invasori che si erano coalizzati per combattere contro Troia, Eleusi rappresentava, etnicamente e culturalmente, una sorta di enclave della cultura egea. Come hanno attestato gli scavi archeologici, qui il culto delle Due Dee, la Madre e la Figlia, era già attestato almeno dal XV° secolo a.C. E ad Eleusi erano stati trasportati, in segreto, in concomitanza con la caduta di Tarua dei Teucri, determinati documenti segreti ed oggetti sacri che nella città di Priamo erano conservati, facendo sì che essi non cadessero nelle mani dei nemici e permettendo così di perpetuare, secondo un filo che non si sarebbe più interrotto, la “Dottrina Unica e Verace”.

Quali caratteristiche presentava il culto misterico eleusino dell’antichità?
Nel mondo classico e nell’antichità pre-cristiana l’uomo era più vicino agli Dei e, al contempo – in un reale scambio e connubio – gli Dei erano più vicini all’uomo. E proprio dagli Dei gli uomini avevano ricevuto precisi insegnamenti, regole e dottrine e le risposte ai più grandi quesiti che l’umanità, sin dalla sua uscita dalle caverne, aveva iniziato a porsi: Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?

Per “misterici” intendiamo una serie di culti, pratiche religiose e riti sviluppatisi e diffusisi nell’antichità in tutto il mondo greco e mediterraneo, nel vicino oriente antico, e in seguito in tutta l’area ellenistica e nell’Impero Romano, le cui radici però affondano nelle culture pre-greche dell’Egeo, di Creta e della costa anatolica. Culti, pratiche religiose e riti caratterizzati necessariamente da un percorso iniziatico, che dava graduale accesso sia a determinate conoscenze che ad una conseguente elevazione personale, e dalla più rigorosa pratica del silenzio, a cui erano votati tutti gli iniziati, che non permetteva a chiunque non lo fosse l’accesso agli insegnamenti, alle rivelazioni e a tutto ciò che avveniva nel contesto delle cerimonie.

Il termine deriva dal greco μυστήριον (mysterion), poi in seguito latinizzato nella forma mysterium. L’etimologia del vocabolo risalirebbe ad una radice indoeuropea (my-), che aveva il significato, di origine onomatopeica, di “chiudere la bocca” (da cui deriva per esempio il termine muto). Da questa radice sarebbero derivati i termini greci μύω [myo] (“iniziare ai Misteri”), μύησις [myesis] (“iniziazione”) e μύστης [mystes] (“iniziato”). Il verbo myo era infatti usato nella sua forma assoluta con il significato di “chiudere la bocca” o “chiudere gli occhi”, e in questi termini ben si comprende il carattere esoterico di certi riti che, come ci conferma uno scolio ad Aristofane: «furono chiamati Misteri per il fatto che gli uditori dovevano chiudere la bocca e non raccontare nulla di tutto questo a nessuno».

La partecipazione agli antichi Misteri, e a quelli Eleusini nello specifico, richiedeva nell’antichità le seguenti prerogative:

1) Esigeva un’iniziazione (μύησις);
2) Si esprimeva in precisi riti;
3) Implicava l’obbligo di tacere le cose viste e udite nel corso di essi;
4) Procurava la partecipazione alla salvezza (σωτηρία) mediante il congiungimento (dell’iniziato) al destino di sofferenza (πάθη) e rinascita della Divinità;
5) Immetteva in una comunità rigorosamente separata dai non iniziati;
6) Assicurava vita immortale.

Come scrisse Aimé Solignac, «il principio unificatore dei sensi molteplici che assumono le parole μυστήριον, μύστις, μύστης, μύστικός, μύστικώς, e i loro equivalenti, è l’idea di una comunicazione più o meno immediata del Divino all’uomo e di un’iniziazione arcana dell’uomo al Divino, al suo agire e al suo stesso essere».

Un fenomeno, dunque, quello dei culti misterici, estremamente complesso e articolato e che si concretizzò diversamente, a seconda dei luoghi e dei tempi, mantenendo sempre però le caratteristiche di fondo comuni che poc’anzi ho elencato, la più importante delle quali è sempre stata la segretezza. Caratteristica che, del resto, è sempre stata insita sin dai tempi più remoti presso gli antichi popoli mediterranei.

In più, la “Via di Eleusi”, ben lungi dall’esaurirsi nel contesto delle cerimonie iniziatiche o dei riti, ha sempre rappresentato un lungo e faticoso percorso di erudizione e di crescita personale degli iniziati. Lo studio, nell’ambito di apposite scuole, di tutta una serie di discipline, sia inerenti alla sfera del sacro che di carattere storico e scientifico (in particolare matematico, geometrico e astronomico) ha sempre rappresentato una delle principali caratteristiche dell’Eleusinità.

È da sottolineare anche il carattere di universalità ed ecumenicità che contraddistinse i Misteri Eleusini rispetto ad altri culti misterici dell’antichità. Uno dei principali significati del messaggio della Dea Demetra e dell’istituzione, in seguito al Discorso della Rivelazione, dei Sacri Misteri e dell’Ecclesia Eleusina Madre, consisteva nella possibilità, offerta all’intera umanità, di estendere attraverso l’Iniziazione il concetto sacrale di “Stirpe” a livello ecumenico, universale.

Con la chiusura di quella fase storica chiamata “Coscienza Proto-Eleusina” e l’apertura della fase detta “Antico Eleusino” (1.216 a. C. – 780 a. C.), avvenuta in concomitanza con l’incarnazione della Dea e con l’istituzione dei Sacri Misteri, si assiste ad un evento epocale da un punto di vista storico, religioso e dottrinale. Il concetto proto-eleusino di “Stirpe”, di “Appartenenza alla Stirpe”, benché sia rimasto uno dei valori fondamentali dell’Eleusinità («Sacra è la Stirpe e sacro è l’uomo che l’onora», recita un passo di un antico testo misterico), era connesso in origine all’appartenenza culturale ed “etnica” alla stirpe egea di derivazione minoico-lelegica, da intendersi alla stregua di “Popolo Sacro”, custode e detentore del culto titanico, dei suoi valori e delle sue tradizioni, in un mondo culturalmente e religiosamente sempre più ostile. Un mondo prettamente mediterraneo, in cui si diffondevano nuovi culti di matrice “olimpica” e “patriarcale”, professati soprattutto da quei popoli come gli Achei, gli Eoli, gli Joni, i Dori, gli Xuti, di origine né egea, né tantomeno mediterranea, che avevano progressivamente invaso l’Ellade e l’intera area del Mar Egeo.

Con l’istituzionalizzazione dei Misteri Eleusini, e con l’apertura di questa nuova fase storica (l’Antico Eleusino) il concetto di Stirpe tendette a perdere sempre più la sua peculiarità “etnica” e, nel segno del Phikkhesh, la “Fratellanza Mentale”, esso venne virtualmente esteso a tutta l’umanità discendente dal Dio Titano Giapeto (Ιαπετός). Venne virtualmente esteso a tutti coloro che si ritenevano pronti per l’iniziazione e che si identificavano nei valori dei Misteri e dell’Eleusinità nel suo complesso, quale che fosse la loro origine, la loro provenienza geografica, la loro lingua o la loro posizione sociale. Oltre a ciò, l’istituzionalizzazione dei Sacri Misteri rappresentò un fatto epocale, perché andò a stravolgere, sia pur solo ideologicamente, tutto un sistema, proprio delle culture elleniche, fondato sulle differenze individuali, di sesso, di classe e di nazione. Tutti gli iniziati divenivano uguali agli occhi degli Dei e dell’Ecclesia. L’iniziato, nella “parentesi” rituale del culto, si spogliava di tutte le funzioni e dei diritti-doveri propri del suo status all’interno del “sistema” e, raggiungendo una condizione di fratellanza mentale e sociale con gli altri iniziati (entrando così nel novero della “Stirpe allargata”), contraddiceva il “sistema” stesso. L’esperienza iniziatica eleusina assurgeva così a valore assoluto, attraverso un rovesciamento “mistico” dei valori comuni dell’epoca.

Coloro che, dopo l’iniziazione (ed erano la maggioranza) decidevano di non proseguire la loro esperienza iniziatica verso “gradi” superiori all’interno di precipue Coorti ecclesiali, e facevano ritorno alle loro case, alle loro città o nazioni, alla loro esperienza di vita quotidiana, vedevano comunque il mondo con altri occhi. Come scrisse Sopatro in seguito alla propria esperienza iniziatica eleusina («Uscii dalla sala dei Misteri sentendomi straniero a me stesso»), essi si sentivano realmente “stranieri a sé stessi”, ed avevano una nuova visione delle cose e del mondo. A qualunque paese essi appartenessero, dall’Etiopia alla Gallia, dalla Germania all’Anatolia, qualunque fosse il loro status sociale o la loro posizione, portavano sempre con sé il senso di appartenenza alla “Stirpe”, da intendersi adesso non più soltanto come “Popolo Sacro”, ma anche e soprattutto come “Comunità di fedeli e di iniziati”. E, benché tornati alle proprie occupazioni quotidiane, essi avrebbero accettato il mondo con i suoi sistemi, le sue norme, i suoi istituti civili e religiosi, come un male non del tutto inevitabile. Si sarebbero adattati alle norme e agli istituti propri del villaggio o della polis, e quindi dell’esistenza mondana, pur considerando questa condizione come “effimera”, e sentendosi pienamente realizzati solo se insieme ad altri iniziati, insieme cioè ad altre persone che potessero con loro condividere la Conoscenza dei Grandi Misteri della vita, del creato e dell’increato, dell’Universo e degli Dei. Avrebbero comunque continuato la loro vita nella società, attenendosi però scrupolosamente alle regole ed ai principi morali dell’Eleusinità.

Si badi bene, infatti, che l’esperienza iniziatica non implicava di per sé affatto un rifiuto della società, con le sue istituzioni civili, e dell’elemento materiale di questa (come venne interpretata invece da numerose comunità di indirizzo orfico, caratterizzate da un misticismo esasperato), bensì il saper vivere nella società, pur ravvisandone l’effimerità, seguendo nel proprio vivere quotidiano i principi morali ed i dettami dell’Eleusinità, anche dove non vi fossero Templi, Santuari o comunità ecclesiali. Un saper vivere, quindi, nella società, anche se con occhi diversi e con una speranza in più: la certezza di qualcos’altro oltre questo mondo, oltre questa vita fisica.

In che modo i misteri eleusini giunsero sino alla Firenze rinascimentale?
Nell’anno 313 d.C., con il controverso Editto di Milano, Costantino (che mai fu realmente Cristiano e che si sarebbe convertito alla nuova superstitio, come vuole la tradizione, solo in punto di morte) aveva posto formalmente fine alle persecuzioni dei Cristiani, legittimandone il culto. Da lì il passo fu breve per dichiarare (nel 324) il Cristianesimo l’unica religione ufficiale dell’Impero. Dal Concilio di Nicea, convocato e presieduto dall’Imperatore l’anno seguente, nacque un perfetto connubio tra potere politico e potere religioso: Costantino si era in sintesi costruito in sede conciliare un’inedita forma teocratica di potere. Potere politico e potere religioso avevano formato un connubio inscindibile e indissolubile che presto avrebbe rivelato i suoi primi effetti.

Già nel 324, nella città di Didima in Asia Minore, venne saccheggiato l’Oracolo del Dio Apollo e ne furono torturati a morte i Sacerdoti. Simili fatti avvennero sul Monte Athos, dove monaci cristiani sfrattarono i Sacerdoti distruggendone i Templi. Appena due anni dopo, nel 326, seguendo le istruzioni della madre Elena, Costantino fece distruggere il Tempio di Asclepio a Aigeai, in Cilicia, e numerosi Templi della Dea Afrodite a Gerusalemme, Aphaca, Mambre, Phoenice e Baalbek, martirizzandone i Sacerdoti. E la maggior parte dei tesori e delle statue dei Templi “pagani” di Byzantion venne saccheggiata per decorare la Nuova Roma, Costantinopoli, divenuta ufficialmente nel 330 la nuova capitale dell’Impero.

Dal 330 al 335 non si contarono più i Templi “pagani” saccheggiati in tutta l’Asia Minore e in Palestina e Costantino arrivò a ordinare l’esecuzione mediante crocifissione dei “praticanti di magia” e degli “indovini (lettori di sorte)”. Questa persecuzione coinvolse anche il Filosofo neoplatonico Sopatro, iniziato ai Misteri Eleusini, che proprio nel 335 venne martirizzato.

Le persecuzioni, sia ai danni dei non Cristiani che dei Cristiani “eretici”, si intensificarono notevolmente con gli Imperatori successivi. Anche Flavio Giulio Costanzo (comunemente conosciuto come Costanzo II°), secondogenito di Costantino, perseguitò senza sosta tutti gli “indovini” e gli “hellenici”, imprigionandone e giustiziandone in gran numero. Sempre sotto il suo regno (337-361 d.C.) le persecuzioni si estesero su larga scala a Costantinopoli e venne bandito il celebre oratore Libanius, accusato di praticare magia.

Nel 353, con editto, Costanzo ordinò la pena di morte per tutti i tipi di adorazione attraverso i sacrifici e gli “idoli”. L’anno seguente, un nuovo editto ordina la chiusura di tutti i Templi “pagani”. Molte delle loro aree vengono profanate e trasformate in bordelli oppure in case da gioco, e vengono giustiziati i Sacerdoti. Tale editto venne seguito, nello stesso anno (354) da un altro simile che ordinava la distruzione sistematica dei Templi “pagani” e l’uccisione dei relativi Sacerdoti. Iniziano, parallelamente, i primi roghi delle biblioteche in varie città dell’Impero, e presso i Templi devastati iniziano a sorgere cantieri per realizzare la calce con i marmi distrutti dei frontoni e delle colonne. Un ulteriore editto dello scatenato Costanzo, nel 357, mise fuori legge tutti i metodi di divinazione, inclusa l’Astrologia.

Nel 370 Valente ordinò una persecuzione su larga scala che coinvolse tutti i territori orientali dell’Impero. Ad Antiochia vennero giustiziati i sacerdoti Hilarius e Patricius e l’ex governatore Fidustius, e tonnellate di libri “proibiti” vennero bruciate nelle piazze di tutte le città della parte orientale dell’Impero. Tutti i dignitari e i funzionari che erano stati vicini all’Imperatore Giuliano (tra cui Orebasius, Sallustius, Pegasius e molti altri) vennero perseguitati, il Filosofo Simonides venne arso vivo, e un altro Filosofo, Maximus, venne decapitato dopo essere stato torturato. Due anni dopo, nel 372, Valente arrivò ad ordinare al proprio fidato governatore dell’Asia Minore lo sterminio di tutti gli “Hellenici” e la distruzione sistematica del loro sapere, e l’anno successivo, nel 373, fu introdotto un nuovo provvedimento contro le pratiche divinatorie, e il termine “pagani” (abitanti dei pagus, i villaggi), venne ufficialmente introdotto nella legislazione in sostituzione del termine “gentili”.

In questa fase storica sono innumerevoli le testimonianze relative alle persecuzioni dei “pagani” e l’elevato numero di editti imperiali – se ne contano a decine – relativi alla proibizione degli antichi culti e alla distruzione dei templi (editti che si protrarranno e succederanno per secoli, sempre più spietati e feroci, fino al regno di Giustiniano ed oltre) sono un palese indice di come l’antica religiosità fosse difficile da sradicare e tutt’altro che in crisi. Potremmo dilungarci per intere pagine ad elencarli tutti, ma non è questa, per motivi di spazio, la sede adatta. Mi limiterò a menzionare i più eclatanti ed i fatti di maggior rilievo, per dare un’idea ai lettori di quale fosse nella realtà il pesante clima sociale e culturale in cui vivessero gli Eleusini e i fedeli degli altri culti tradizionali.

È attestato che l’apice delle persecuzioni e dell’intolleranza nei confronti dei “gentili”, come ipocritamente venivano bollati tutti coloro che rifiutavano di assoggettarsi al battesimo cristiano, venne raggiunto sotto l’infausto regno di Teodosio “Il Grande” (379-395).

Sotto Teodosio le sedi episcopali di Roma e Alessandria divennero depositarie delle regole religiose basate sul Credo niceno e la lotta contro l’Arianesimo si affiancò stabilmente alla lotta, sempre più spietata e brutale, contro tutti i culti non Cristiani.

Il 27 Febbraio del 380 Teodosio ribadì l’esclusività e unicità del Cristianesimo quale religione dell’Impero, emanando un nuovo editto, passato tristemente alla storia come l’Editto di Tessalonica, o Cunctos Populos, avvallato congiuntamente, oltre che da Teodosio, da Graziano e da Valentiniano II° (che all’epoca aveva solo nove anni). Questo provvedimento fu di natura epocale, perché spianò letteralmente la strada alla forzata cristianizzazione dell’Impero Romano e non solo incrementò esponenzialmente le persecuzioni nei confronti delle altre religioni, con devastanti conseguenze sul piano umano e sociale, ma di fatto dette a tali persecuzioni piena legittimità. Esso dichiarava il Cristianesimo (secondo i canoni del credo niceno) la religione ufficiale dell’Impero, proibendo in primo luogo l’Arianesimo e le altre eresie e, secondariamente, anche tutti i culti non cristiani.

L’editto riconosceva alle due sedi episcopali di Roma e di Alessandria d’Egitto il primato in materia di Teologia, ma di fatto spianava la strada al riconoscimento a tali autorità del vero potere politico e, insieme ad esso, del potere di vita o di morte su tutti i cittadini dell’Impero.

Con questo inaudito editto, i non Cristiani, che ancora, nonostante quasi sessant’anni di libera diffusione della nefanda superstitio e di crescenti persecuzioni, si contavano a milioni, vennero bollati come “detestabili, eretici, stupidi e ciechi”. In un altro editto successivo Teodosio definì “insani” tutti coloro che non credevano nel Dio dei Cristiani e dichiarò fuorilegge tutti i dissensi dai dogmi imposti dalla Chiesa.

È stato fatto notare da molti storici, chiaramente di formazione culturale cristiana, che il famigerato Editto di Tessalonica, pur proclamando il Cristianesimo religione ufficiale ed esclusiva dell’Impero, non stabilisse alcuna direttiva specifica riguardo alla piena attuazione dei suoi intenti e che bisognasse attendere i cosiddetti Decreti Teodosiani, emessi dall’Imperatore tra il 391 e il 392, affinché esso ricevesse una vera e propria attuazione pratica fondata su precise normative. Ma si tratta di sterili e inutili sofismi, poiché certi storici tendono a dimenticare quanto la politica persecutoria cristiana fosse ormai già entrata nella sua fase più pericolosa ed aggressiva.

Sempre nel fatidico anno 380, Aurelius Ambrosius, Vescovo di Milano (canonizzato poi dalla Chiesa come S. Ambrogio), iniziò a ordinare la distruzione di tutti i templi “pagani” del territorio sottoposto al suo controllo, arrivando addirittura a spingere per la rimozione dell’Altare della Vittoria che si trovava da secoli nel Senato dell’Urbe, e in Grecia i vescovi incitarono le masse di fanatici ad assalire e a devastare il più nobile e rispettato dei santuari dell’antichità, quello di Eleusi. Il novantacinquenne Nestorius, Pritan degli Hierofanti di Eleusi, sfuggito per miracolo al linciaggio, decise così la formale chiusura dei Riti, annunciando la predominanza del buio mentale sull’intera umanità.

Con la sconfitta militare e con la morte dell’Imperatore Eugenio (ultimo difensore della Tradizione) per mano di Teodosio nel 394, le classi sacerdotali degli antichi culti non potettero, da quel momento in poi, più contare su alcuna difesa politica o militare e scelsero, giocoforza, l’unica via percorribile per mettere in salvo i propri rispettivi irrinunciabili patrimoni sapientali, misterici e dottrinali: quella della clandestinità.

L’avvento di quell’era di oscurità mentale sulla razza umana annunciato quattordici anni prima dal Pritan degli Hierofanti di Eleusi Nestorio era ormai compiuto e conclamato.

La terribile e spietata persecuzione di cui furono oggetto tutti i fedeli dei culti non cristiani, e fra essi i detentori della Conoscenza Unica e Verace (come gli Eleusini hanno sempre chiamato sé stessi), era stata annunciata già dalla Dea Demetra nel 1216 a.C., al tempo della sua incarnazione e della sua venuta in Eleusi. Così recita testualmente, secondo una traduzione in lingua Italiana del XIX° secolo, un papiro misterico Eleusino che riporta le parole della Dea: «Parola di Dumnetra: giungerà oltre dodici secoli di me dall’Asia un pesciolino, talmente minuscolo da ingoiare i popoli della bruna terra dalle vaste contrade, e sarà parola figlio di Zeus e regnerà per [censura] anni, durante i quali i figli dei Tan saranno perseguitati per causa mia, a iniziare da 1530 anni dalla mia parola».

I Padri della Chiesa Cristiana ed i Vescovi erano ben consapevoli del fatto che quella Eleusina rappresentava una religione assai diversa dagli altri culti “pagani”, sia per le sue caratteristiche di religione rivelata, per la sua enorme diffusione in tutte le fasce sociali della popolazione e nell’esercito, e sia per il fatto che disponeva di Scuole di autentica erudizione in ogni campo dello scibile umano e della Conoscenza, Scuole che tendevano all’elevazione, sia sapientale che spirituale, dell’umanità. Essa rappresentava, ancor più del Mithraismo, una potenziale concorrente, e quindi una seria minaccia, per il Cristianesimo, e perciò per i Padri della Chiesa occorreva agire senza ulteriori indugi prima che il controllo del potere dello Stato e delle armi sfuggisse nuovamente al loro controllo.

Non furono rari i casi in cui, nelle arene imperiali di teodosiana memoria, belve come leoni ed altri felini, benché affamate rimanessero mansuete di fronte ai Martiri Eleusini. I Cristiani imputarono ciò alla magia e spesso si vendicarono uccidendo sia gli Eleusini che i felini, “rei” di essere stati da questi ultimi stregati. Si pensò anche di tagliare le lingue ai Martiri destinati alle arene, onde evitare che i Figli di Eleusi andassero a morire intonando il sacro canto dell’Alesirée.

Si era in un’epoca in cui gli Eleusini, a qualsiasi Rito appartenessero, accettavano passivamente la fatalità, vedendo arrivata a compimento quella particolare profezia pronunciata dalla Dea Demetra sedici secoli prima: «Verrà un giorno in cui sarete perseguitati per causa mia…».

Come ho spiegato in vari miei saggi ed articoli, il Santuario Madre di Eleusi venne formalmente chiuso nel 380 motu propriu dall’ultimo Pritan degli Hierofanti, l’Eumolpide Nestorio il Grande, che aveva preso atto dell’impossibilità di continuare a praticare il Culto alla luce del sole. Fino a quel momento il Santuario di Eleusi era stato sostanzialmente rispettato dalle nuove autorità cristiane, un po’ per timore di rivolte popolari in caso di una sua forzata chiusura, un po’ per via del profondo senso di rispetto e di riverenza che la sua plurisecolare storia sacra ancora infondeva nelle masse popolari dell’Attica e della Grecia intera, masse solo da poco relativamente cristianizzate (nella maggior parte dei casi forzatamente) e non certo ancora del tutto dimentiche del profondo e indissolubile legame che quel maestoso luogo sacro aveva avuto con l’intera civiltà ellenica ed occidentale nel suo complesso. Ma la situazione stava obiettivamente degenerando di giorno in giorno e niente e nessuno, in questo nuovo fosco panorama politico-religioso, poteva più garantire la sicurezza e l’incolumità del Santuario e dei suoi Sacerdoti. Lo stesso Vettio Agorio Pretestato, l’ultimo strenuo grande difensore del massimo Temenos dell’umanità, era ormai anziano e malato (sarebbe morto quattro anni dopo, nel 384) e da Roma non sarebbe più probabilmente riuscito ad eguagliare le sue splendide e meritevoli pressioni legislative per la sua salvaguardia attuate soltanto pochi anni prima. E, del resto, non vi erano più, né nell’Urbe né tantomeno a Costantinopoli, politici del suo calibro legati all’antica Tradizione disposti a sacrificarsi, a far valere la propria autorità e a mettersi contro, se necessario, allo stesso Imperatore, per la difesa dei luoghi sacri.

La decisione di Nestorio non fu però dettata solo da un mero impeto di realismo. Essa fu a lungo discussa, studiata e pianificata dall’intero Collegio degli Hierofanti e da tutte le massime autorità del culto e dalle famiglie sacerdotali, di concerto con il Pritan degli Hierofanti, per mettere in sicurezza gli Hierà e il vasto patrimonio sapientale delle istituzioni Eleusine e soprattutto per permettere la sopravvivenza della Tradizione Misterica ed Iniziatica dell’Eleusinità in clandestinità attraverso la linea di continuità della Scuola Neo-Platonica di Atene, come vedremo nel secondo volume di Da Eleusi a Firenze.

Il filosofo neoplatonico Plutarco di Atene, fondatore della Scuola, era nipote del Pritan Nestorio ed era anch’egli un iniziato di alto grado. Aveva ricevuto dal nonno non soltanto la conoscenza iniziatica ed i titoli sacrali, ma anche una particolare missione: tutelare e preservare le istituzioni ecclesiali eleusine e il loro patrimonio sapientale all’interno delle protette mura della sua istituzione accademica. E questo di fatto avvenne, con una linea di trasmissione che da quel momento non si è mai interrotta, neanche quando la Scuola di Atene venne chiusa, due secoli più tardi, dall’Imperatore Giustiniano. E questo la Chiesa lo sapeva benissimo. Come dimostrerò nel secondo volume del mio saggio, vi sono tutti gli elementi per dimostrare che la formale chiusura del Santuario di Eleusi venne concordata fra le autorità cristiane e quelle eleusine in cambio di un tacito ingresso in clandestinità di queste ultime!

Parallelamente alla sopravvivenza delle istituzioni ecclesiali, la Tradizione misterica eleusina sopravvisse, non solo in Grecia ma anche in altre regioni europee, anche grazie a numerosi nuclei di famiglie che discendevano dalle otto Tribù Primarie di Eleusi. Famiglie che, attraverso tutto l’arco del Medio Evo, trasmisero segretamente al loro interno il bagaglio di conoscenze e l’esperienza iniziatica dell’Eleusinità. Questo avvenne anche e soprattutto in Italia, dove tali famiglie divennero col tempo enormemente influenti, tanto da determinare la politica e l’economia dei numerosi stati in cui si divideva la nostra penisola. Una di queste famiglie fu quella fiorentina dei Medici, e questo spiega come e perché proprio da Firenze, nel XV° secolo, vi sia stato il fiorire dell’Umanesimo e del Rinascimento. Ma i Medici non furono certo i soli. Per tutta una serie di ragioni che spiego nel secondo volume del mio saggio, già da Medio Evo Firenze divenne la città di elezione di diverse altre famiglie depositarie della Tradizione eleusina, anche se appartenenti a suoi rami collaterali, prevalentemente quello orfico e quello pitagorico, e molti degli eventi storici che caratterizzarono la vita della città fra il XIV° e il XVI° secolo, inclusi delitti, sollevazioni, rivolte congiure e il duplice esilio di Cosimo il Vecchio, furono dovuti ad una segreta guerra fra ordini iniziatici.

Chi furono i maggiori interpreti della tradizione misterica degli eleusini durante il Rinascimento?
Possiamo dire che il Rinascimento fu essenzialmente un prodotto della Tradizione misterica eleusina, di quella stessa Tradizione che era tenacemente sopravvissuta alla scomparsa dell’Impero Minoico prima e, circa tre secoli dopo, anche alla caduta di Troia, e che da uno status “alla luce del sole” era divenuta misterica per proteggersi e tutelarsi dopo il suo trasferimento ad Eleusi, abbia saputo altrettanto tenacemente sopravvivere in clandestinità durante le spietate persecuzioni cristiane del IV° e V° secolo, arrivando pressoché intatta, attraverso il Medioevo, il Rinascimento e l’Età Moderna, fino ai nostri giorni. Trasformandosi in un vero e proprio fiume carsico, essa è puntualmente e prontamente riemersa in determinate fasi della Storia, influendo in maniera determinante, attraverso l’operato segreto dei suoi Superiori Incogniti, sui principali fatti ed eventi, dall’avvento dell’Umanesimo al Rinascimento, dalle grandi conquiste della Scienza e dell’Astronomia fino alla “scoperta” dell’America. E, attraverso l’operato della sua derivazione pitagorica, influendo in maniera spesso diretta sulla nascita di numerose società segrete ed iniziatiche del XVIII° secolo, dagli Illuminati di Baviera di Adam Waishaupt agli Illuminati di Berlino ed Avignone di Dom Pernety, fino ad arrivare alla Massoneria “egizia” di Raimondo Di Sangro e di Cagliostro o alla Stretta Osservanza Templare di Karl Gotthelf Von Hund.

Ma è stata, al di fuori di ogni dubbio, proprio il Rinascimento italiano la principale e più palese prova di forza di questa tenace Tradizione misterica. Quella straordinaria stagione nota come Rinascimento, infatti, trasuda a piene mani Eleusinità da tutte le varie espressioni che l’hanno caratterizzata: dall’Arte alla Letteratura, dalla Filosofia fino all’Architettura alla Scienza: dai dipinti di Piero Della Francesca, di Raffaello Sanzio, di Masolino da Panicale, alle grandiose realizzazioni architettoniche progettate da Leon Battista Alberti (basti pensare al Tempio Malatestiano di Rimini); dai trattati di Giorgio Gemisto Pletone, Marsilio Ficino, Giovanni Pico Della Mirandola, Matteo Palmieri, Tommaso Campanella e Giordano Bruno, ai poemi e alle opere di Michele Marullo, Torquato Tasso, Celio Calcagnini e Ludovico Ariosto; dal genio universale di Leonardo Da Vinci alla scienza rivoluzionaria di Galileo Galilei.

Dietro a tutto questo non vi fu una semplice casualità, né tantomeno la cieca mano del destino, bensì l’operato instancabile di grandi Iniziati che decisero e presero atto che il momento era propizio per uscire dall’ombra e che l’umanità necessitava, dopo secoli di forzato oscurantismo, di un nuovo balzo evolutivo nel segno degli Dei Immortali.

Tornando entrambe in Italia, nel corso del XV° secolo, i due filoni principali dell’Eleusinità – quello di Rito Madre e quello (scismatico) di Rito Pitagorico -, e qui ricongiungendosi con branchie della Tradizione sopravvissute in maniera autonoma, a macchia di leopardo, in varie località della penisola, dettero vita ad un moto inarrestabile che determinò, in aperta sfida a Santa Romana Chiesa, quella rinascita delle Arti, delle Scienze e delle Coscienze attuatasi con il Rinascimento, che condizionò, in maniera tangibile e irreversibile, tutti i secoli a venire.

E più che Roma, un tempo «città cara agli Dei», come la definì il grande Imperatore Flavio Claudio Giuliano, che, pur avendo avuto nel processo rinascimentale un ruolo senz’altro non marginale, era ritenuta troppo compromessa dal punto di vista sottile ed energetico con la Cattedra di Pietro, vedremo che fu Firenze, in concorso con Ferrara, Milano, Venezia e altre importanti Signorie dell’epoca, a rappresentare per molti anni il fulcro di questa rinascita “pagana”.