Da credenti nella sinistra. Storia dei Cristiano Sociali 1993-2017, Claudio Sardo, Carlo Felice Casula, Mimmo LucàClaudio Sardo, Lei è autore con Carlo Felice Casula e Mimmo Lucà del libro Da credenti nella sinistra. Storia dei Cristiano Sociali 1993-2017 edito dal Mulino: quale bilancio si può trarre dell’esperienza politica del Movimento dei Cristiano Sociali?
I Cristiano Sociali sono stati attori politici importanti negli anni Novanta del secolo scorso e nel primo decennio del Duemila, anche se il movimento fondato da Ermanno Gorrieri e Pierre Carniti ha sempre avuto una forza numerica limitata. Si tratta del primo soggetto politico, con esplicita matrice cattolica, a schierarsi apertamente a sinistra, peraltro in una stagione – alla vigilia delle prime elezioni “maggioritarie” – in cui la sinistra storica italiana ridefiniva la propria identità, il proprio orizzonte culturale e sociale, oltre che la struttura della propria rappresentanza.

Nel percorso che ha portato prima alla nascita di un nuovo centrosinistra, e quindi del Pd tramite l’esperienza dell’Ulivo, i Cristiano Sociali hanno fornito – dentro e fuori le istituzioni – un significativo contributo di idee, di uomini, di sensibilità sociale. È vero che quando si pensa alla fondazione dell’Ulivo si tende a semplificare, riducendo a due le fonti principali: il riformismo maturato nella storia del Pci e il neo-popolarismo di origine cattolico-democratica. Tuttavia anche altre forze e altri fattori determinarono quell’originale impasto. I Cristiano sociali scelsero l’alleanza di sinistra (i Progressisti) quando il Ppi di Martinazzoli diede vita, insieme a Mario Segni, nel 1994, al Patto per l’Italia. Ma lavorarono sempre per l’allargamento della coalizione di sinistra. Non nutrirono mai particolari gelosie verso altre componenti cattoliche e accolsero con grande favore, nel 1995, l’alleanza con i Popolari e l’avvio del cantiere ulivista. Anzi, si pensarono come avanguardia di un centrosinistra a più alta intensità strategica. Un centrosinistra capace di rilanciare soprattutto la questione sociale – a partire dal tema esigente dell’uguaglianza sostanziale – mentre la società, l’economia e la cultura si orientavano sempre più in favore della nuova egemonia liberal-liberista.

Alla luce di quanto è avvenuto in seguito, il bilancio dunque non può essere univoco. Vanno indubbiamente registrate sconfitte e arretramenti. Molti passi però sono stati compiuti grazie a scelte coraggiose, tanti semi sono stati gettati, e nel confronto politico molte volte il contributo dei Cristiano Sociali ha portato a sintesi più avanzate.

Abbiamo voluto scrivere questo libro perché la storia e la testimonianza del Movimento non andassero dispersi. Non solo. Abbiamo cercato di trarre spunti e riflessioni interessanti per l’oggi. In quei progetti c’era visione, e anche capacità di anticipare i processi politici. I Cristiano Sociali hanno portato sia nella sinistra che nel cattolicesimo italiano valori importanti, che possono venire utili per affrontare i tempi nuovi.

Quando e come nasce il Movimento dei Cristiano Sociali?
Il Movimento dei Cristiani Sociali nasce a fine 1993, quando si sta per concludere la stagione del governo Ciampi. Martinazzoli aveva deciso di fondare il Partito popolare e si preparava ad affrontare con una proposta centrista le elezioni anticipate. Berlusconi era in procinto di scendere in campo: con il suo centrodestra c’era anche una componente cattolica di origine democristiana, il Ccd di Casini e Mastella, nato dalla rottura con Martinazzoli. Gorrieri e Carniti fondarono i Cristiano Sociali per dare ai cattolici una piena rappresentanza nella sinistra, e al tempo stesso per rimarcare come una nuova sinistra in Italia non possa fare a meno della cultura e dell’esperienza sociale dei cattolici. Nel Movimento dei Cristiano Sociali sono confluiti personalità e gruppi provenienti dalla Cisl, dalle Acli, dalle cooperative bianche, dagli scout. Gorrieri pronunciò il famoso motto: “Occorre salvare il carico, se non si può salvare la nave del cattolicesimo democratico”. La nave di Gorrieri, ovviamente, era la Democrazia cristiana, giunta al termine del suo ciclo politico. Per Gorrieri, che ne era stato militante e dirigente dalla Resistenza, quella nave aveva trasportato un carico di riforme sociali, di cultura personalista, di programmi politici ed economici, grazie ai quali erano state ridotte le diseguaglianze, accresciuti i diritti ed era stato favorito lo sviluppo anche nelle aree più depresse del Paese. Tra i fondatori dei Cristiano Sociali ci sono però anche donne e uomini che da tempo ormai votavano a sinistra, pur continuando a militare in associazioni di matrice cattolica.

Il pluralismo delle opzioni politiche dei credenti, in realtà, era diffuso già prima degli anni Novanta. Ma, finché è rimasta in vita la Dc, quella scelta prevalente aveva continuato a orientare, a condizionare il dibattito pubblico e lo stesso atteggiamento della Chiesa italiana. L’unità politica dei cattolici aveva perso con il Concilio ogni fondamento teologico, tuttavia era rimasta una corposa realtà politica e culturale. Tanti cattolici progressisti, peraltro, hanno continuato a battersi nella Dc per tentare di tenere aperta una prospettiva “morotea” dopo l’assassinio di Aldo Moro. Il pluralismo politico dei credenti emerse con modalità dirompenti proprio nelle elezioni del ’94. Con il senno del poi potremmo dire che l’”esercizio del pluralismo” non è stato bene preparato nella comunità dei credenti. Ma tutto questo accresce il valore della scelta coraggiosa compiuta dai Cristiano Sociali.

Quali erano i principi ispiratori del movimento?
I Cristiano Sociali nascono nella temperie del grande cambiamento dei primi anni Novanta: i referendum elettorali, il terremoto di Tangentopoli, il Trattato di Maastricht, l’eclissi di un’intera classe dirigente, la radicale trasformazione dei partiti. Eppure non mi ha mai convinto la mitologia della Seconda Repubblica. Non mi convince quella periodizzazione della storia italiana che segna il ’94 come lo spartiacque decisivo, il punto di passaggio da un sistema a un altro. Non credo che l’introduzione della legge elettorale con prevalenza di maggioritario possa davvero essere considerata come un nuovo inizio per la democrazia, nonostante gli auspici di molti. Quasi un trentennio è trascorso da quegli eventi e ritengo che l’idea stessa di Seconda Repubblica si sia fatta progressivamente sempre più evanescente. Oggi si parla persino di Terza o di Quarta Repubblica: a mio giudizio, è la prova di una grande confusione analitica. Il vero punto di rottura della storia repubblicana – ho provato ad argomentarlo nella parte del libro da me curata – è stato la fine drammatica degli anni Settanta, culminata con la morte di Moro e l’interruzione di quel percorso di avvicinamento tra i partiti “costituenti”. Da quel momento è iniziata un’affannosa transizione, che negli anni Ottanta ha vissuto l’illusione della modernità craxiana e negli anni Novanta ha prodotto soggettività deboli, incapaci di riaprire un circuito virtuoso tra società e istituzioni dopo la potente ondata di delegittimazione politica. Gli anni Novanta, con il loro terremoto, sono una tappa di una transizione lunga e mai davvero compiuta.

I Cristiano Sociali nascono anch’essi nella speranza che il maggioritario – conquistato per via referendaria – possa aprire le porte a una nuova, positiva dialettica democratica. Confidano in un bipolarismo che superi finalmente le anomalie e i vizi della “democrazia bloccata”. La democrazia, in effetti, si sblocca. L’alternanza trova pieno corso. Ma le maglie del bipolarismo non si adattano al nostro Paese. Il sistema tende continuamente a darsi forme multipolari. Non sono in pochi a perdere la testa cercando l’ingegneria istituzionale perfetta. I cattolici si dividono tra chi è per il maggioritario, chi per il ritorno al proporzionale, chi per il sistema misto nei più svariati dosaggi. Tante energie si sprecano. Ai Cristiano Sociali, che pure hanno puntato sul bipolarismo, va riconosciuto il merito di non averne fatto un tema prioritario o dirimente. La politica non si decide comunque sulle regole del gioco. Non esisterà mai un sistema elettorale o istituzionale perfetto. E poi il metodo non va confuso con il merito. L’identità di una forza politica non sarà mai data dal bipolarismo o dalle primarie. L’identità scaturisce dai valori che si vogliono perseguire e dalle priorità su cui si costruisce un programma. A qualificare le scelte dei Cristiano Sociali sono sempre stati il principio dell’eguaglianza sostanziale, l’obiettivo politico di ridurre le disparità tra le persone e i ceti sociali, la lotta contro le povertà, la fiducia nel ruolo dei corpi intermedi, l’idea forte di laicità della politica che tuttavia non azzera il significato pubblico delle fedi religiose. I Cristiano Sociali – anche grazie alle competenze di Gorrieri e Carniti – si sono battuti con decisione per un fisco più equo, che tenesse nel giusto conto il carico familiare e aiutasse così a disegnare un nuovo welfare, capace di garantire i diritti universali valorizzando la dimensione comunitaria più che la gestione pubblica diretta.

Quale ruolo ha svolto il Movimento dei Cristiano Sociali nella vita politico-istituzionale italiana?
In Parlamento il Movimento ha cercato di presidiare soprattutto la frontiera sociale. Equità fiscale, contrasto alle povertà, politiche per la famiglia, sostegno al volontariato, attenzione all’assistenza per i più bisognosi (che costituisce oggi un banco di prova decisivo per l’effettiva universalità dei diritti). Su questi temi i Cristiano Sociali hanno dato molto alla sinistra. Se la sinistra, sospinta dalle responsabilità di governo, ha sempre più avvicinato le proprie posizioni ai canoni liberali dominanti, i Cristiano Sociali hanno continuamente tentato di riportarla alle proprie matrici civili e ideali. Certo, questo richiamo egualitario non poteva essere più tradotto nelle ricette antiche. Era necessario, anzi è necessario, mettere in campo politiche e proposte nuove, capaci di alzare il livello di giustizia sociale, di ridurre le distanze in termini di benessere, e al tempo stesso di rispondere all’esigenza di maggiore competitività del sistema, orientando lo sviluppo verso la sostenibilità. I Cristiano Sociali sono stati preziosi per la sinistra nelle stagioni in cui più acuta si è fatta la sua crisi di fronte all’incalzare di ideologie mercatiste, di politiche economiche restrittive, di culture che negavano ogni ruolo positivo allo Stato e alle politiche pubbliche. I Cristiano Sociali hanno pure contribuito a tenere vive le relazioni con sindacati, movimenti, corpi intermedi, nel momento in cui si indebolivano i legami sociali della sinistra e il suo radicamento nella società civile organizzata. Tuttavia, sono stati in certi momenti anche una spina nel fianco. Celebre fu la critica di Ermanno Gorrieri – espressa nel libro “Parti uguali tra diseguali” (Il Mulino, 2002) – ai governi di centrosinistra della seconda metà degli anni Novanta. Nonostante la scelta europeista (sostenuta con forza dai Cristiano Sociali), la crescita del Pil, la riduzione del peso del debito, la forbice delle diseguaglianze ha continuato ad allargarsi nel Paese. Questo per Gorrieri era inaccettabile. Temeva una crescente sudditanza, politica e culturale, della sinistra. E temeva che la rivendicazione di un approdo “socialista” per la sinistra italiana fosse in realtà un modo per mascherare una resa al liberalismo. Nelle inevitabili trasformazioni di questo tempo, la sinistra non può che sentirsi inquieta, mai appagata, di fronte alle ingiustizie, al lavoro che manca, ai diritti traditi, alle opportunità negate.

Quanto ha inciso questa storia nell’esperienza religioso-ecclesiale italiana?
I Cristiano Sociali hanno dato vita a un’esperienza politica, non ecclesiale, che ricade per intero sotto la responsabilità di chi ne è stato militante e sostenitore. La scelta è stata compiuta, come si diceva una volta, non in nome della fede, ma a causa della fede. Tuttavia, un’incidenza indiretta sul terreno ecclesiale c’è stata. E nel libro se ne parla, cercando di approfondire. Negli anni Novanta si rompe l’unità politica, anche nella forma dell’unità “prevalente”. E, alla fine di quel decennio, la Chiesa italiana e l’associazionismo di ispirazione religiosa passano sotto la guida del cardinale Camillo Ruini, il quale tenta di aprire una nuova strada. Attraverso i “valori non negoziabili” stabilisce una relazione preferenziale con il centrodestra berlusconiano. Non si tratta comunque di un banale collateralismo. Il progetto è molto ambizioso: riempire la scatola, culturalmente vuota, della coalizione berlusconiana con contenuti cattolico-conservatori, e cercare di orientare i consensi maggioritari del Paese verso un partito simile alla Cdu tedesca.

L’aspirazione insomma era di raccogliere il testimone di Berlusconi per costruire un polo forte e antagonista di una sinistra, considerata ormai preda di una deriva radicaleggiante, laicista, avanguardia di una cultura scristianizzata. Si può dire che i Cristiano Sociali abbiano coltivato il disegno opposto a quello ruiniano. Avevano del centrodestra berlusconiano un’opinione molto critica, proprio perché temevano un ulteriore sfondamento a destra, verso una destra più radicale, più lontana dai valori costituzionali, e decisamente “scristianizzata” (a partire dall’ostilità ai doveri di solidarietà e ai principi di fraternità e uguaglianza). A sinistra invece coglievano ancora tratti umanistici importanti, da valorizzare e non disperdere: sarebbe stato, e tuttora sarebbe, un danno per il Paese spingere la sinistra verso quel radicalismo individualista, che pure indubbiamente esercita una pericolosa attrazione. Il modo con cui i Cristiano Sociali hanno affrontato i temi eticamente sensibili – le unioni civili, la fecondazione assistita, le norme sul fine vita, l’obiezione di coscienza – sono un esempio del ruolo originale da loro svolto in Parlamento e nella società. Si sono battuti per riconoscere le unioni civili, senza però indebolire la tutela costituzionale della famiglia. Hanno criticato alcuni aspetti della legge 40 (quella che la Cei difese fino a fare campagna per l’astensione nel referendum abrogativo) ma non hanno condiviso la linea di scontro frontale perseguita dalla maggioranza della sinistra. Hanno cercato di ampliare i diritti del malato sulle proprie cure, senza mai cedere però a logiche eutanasiche. Hanno insomma assunto posizioni di frontiera, di dialogo, nella convinzione che intese migliori fossero possibili, e talvolta sono stati contestati sia dai settori più radicali della sinistra che dalle parti più conservatrici della Chiesa.

Quali vicende hanno segnato l’esperienza politica dei Cristiano sociali?
Gli accenni fatti rendono l’idea della complessità di questa storia. Su una vicenda – solo in apparenza minore – però vorrei fare una sottolineatura. I Cristiano Sociali, in coerenza con la scelta compiuta nel ’93 per i Progressisti, partecipano nel ’98 alla fondazione dei Democratici di Sinistra. Pretendono tuttavia, e ottengono, l’adesione collettiva. I Cristiano Sociali entrano insomma a far parte dei Ds come realtà associata, e non come singoli iscritti. Un esperimento che ritengo interessante, e forse persino utile per il futuro. Questo esperimento però venne cancellato nel congresso dei Ds di Torino, nel 2000. E segnò l’inizio di una parabola discendente per i Cristiano Sociali. Diversi esponenti di primo piano del Movimento assunsero ruolo importanti nei Ds: da Mimmo Lucà a Giorgio Tonini, a Franco Passuello. E diedero un contributo significativo negli anni dell’opposizione ai governi Berlusconi e poi in quelli che portarono alla nascita del Pd. Ma con l’avvicinarsi dell’approdo nel Pd si è ridotta l’originalità, l’apporto specifico, del Movimento cristiano-sociale. E su questo ha inciso, credo non poco, proprio la fine dell’adesione collettiva.

Qual è l’eredità dei Cristiano sociali?
Il libro è stato scritto con due intenzioni. Non disperdere questa storia, anzitutto. Ma anche tentare di suscitare la domanda sulla sua eredità. C’è un testimone da raccogliere. Lo credo fortemente. Anche se l’esperienza dei Cristiano Sociali, per come concretamente ha preso forma, non è più riproducibile negli stessi termini. Le forze sociali cattoliche che allora costituirono la base dei Cristiano Sociali sono oggi molto trasformate. Sono passati gli anni della Cei “ruiniana” e, dopo la caduta di Berlusconi, ci sono stati gli incontri di Todi, che hanno indotto alcuni leader dell’associazionismo cattolico a sostenere Scelta Civica di Mario Monti. La realtà odierna è magmatica, anche se si può percepire una nuova domanda di impegno per la città dell’uomo. C’è su tutti un fatto nuovo e dirompente che interroga i credenti, anzi che li sfida a ripensare la politica e il loro impegno per la comunità: questo fatto nuovo è il pontificato di Papa Francesco. Un forte radicalismo evangelico scuote oggi i cattolici, e li richiama alla fraternità, alla misericordia, alla coerenza dei principi e delle azioni. È possibile che il Vangelo senza mediazioni, il Vangelo sine glossa di Francesco non dica nulla alla politica concreta, e al modo con i cristiani si impegnano nella cosa pubblica? È vero che Papa Francesco non ricorre alle mediazioni che abbiamo conosciuto nella storia recente e meno recente, tuttavia non si può fare finta di nulla. Non si può reagire con un’alzata di spalle (anche se purtroppo non mancano resistenze anche dentro la Chiesa). Penso che l’esperienza dei Cristiano Sociali, anche se non è riproducibile negli stessi termini, rappresenta comunque un pungolo, un esempio, assai interessante per l’oggi.

Claudio Sardo. Giornalista. Ha iniziato la professione a Paese Sera, è stato cronista parlamentare del Messaggero, del Mattino e dell’agenzia Asca. Ha diretto l’Unità dal 2011 al 2013. In precedenza era stato direttore del settimanale delle ACLI Azione sociale. Dal 2015 lavora presso la Presidenza della Repubblica con compiti di studi e ricerche.