Cultura e umanità di Ezio Raimondi, Fausto CuriProf. Fausto Curi, Lei è autore del libro Cultura e umanità di Ezio Raimondi edito da Mucchi: qual è il Suo ricordo del professor Ezio Raimondi?
Il mio ricordo del professor Ezio Raimondi è il ricordo di un maestro e di un amico. Senza aver potuto essere suo allievo diretto (il mio maestro è stato Luciano Anceschi), credo di avere imparato
molto dalla lettura dei libri di Raimondi e dalle conversazioni e dalle discussioni con lui. Non credo, d’altro canto, di essere stato un privilegiato, dal momento che Raimondi è sempre stato molto
generoso del suo sapere, specialmente con i giovani. Di lui ricordo segnatamente la lucidissima intelligenza e la generosità con la quale fin dall’inizio mi offrì il suo aiuto. Avevo pubblicato sulla rivista “Il Verri” di Anceschi una recensione di “Il lettore di provincia”, il libro nel quale Raimondi esaminava la cultura e la poetica di Renato Serra. Quella recensione conteneva molti consensi ma non era priva di qualche un po’ presuntuosa riserva. Non dovette dispiacere a Raimondi, se egli volle che ci incontrassimo e affidò a me, allora poco più che un ragazzo, il compito di preparare una relazione da leggere al Convegno nazionale su Serra. Così nacque la nostra amicizia.

Quali sono stati i maestri di Raimondi e come hanno influito sul Suo stile?
I maestri di Raimondi sono stati principalmente Carlo Calcaterra e Gianfranco Contini. Dal primo egli apprese la serietà del lavoro e il rispetto dell’erudizione, quando questa è alta, nobile ed è un ausilio indispensabile alla critica. Come per Abi Warburg. Dal secondo imparò l’importanza fondamentale della filologia quando questa è una filologia critica, una “scienza del dubbio” che finisce per identificarsi con la critica. In realtà il vero maestro di Raimondi è stato Renato Serra, che egli ammirava e al quale, per certi aspetti, assomigliava.

Qual è l’importanza di Scienza e letteratura nel panorama della storiografia letteraria italiana?
Nella storiografia letteraria italiana, scienza e letteratura sono sempre state separate e opposte. Forse solo con l’attività della Scuola storica, non senza illusioni e abbagli, ci fu un tentativo di
scientificizzare la ricerca letteraria. Il libro di Raimondi è rimasto unico. Ma attenzione. Raimondi non intendeva matematicizzare l’indagine letteraria o tradurla in formule, voleva richiamare al rigore delle procedure e chiarire una volta per tutte che anche la critica letteraria possiede strumenti tecnici di precisione e di verifica ai quali non ci si può sottrarre e che richiedono un abito intellettuale non lontano da quello degli scienziati. Le figure retoriche, per esempio, che il critico ha il compito di individuare e di interpretare in una poesia, sono uno di questi strumenti, o meglio lo diventano nel lavoro critico.

Quali sono gli aspetti più significativi della storiografia di Raimondi?
L’aspetto principale è il non perdere mai di vista l’opera letteraria come totalità e come complessità: il contesto, la lingua, lo stile, gli aspetti retorici, i sensi particolari e il senso
complessivo. Esemplare, da questo punto di vista, la lettura dei “Promessi sposi” nel “Romanzo senza idillio” o l’analisi dell’opera di Renato Serra in “Un europeo di provincia”.
C’è però un altro aspetto che conviene indicare. Raimondi amava pensare che la letteratura sia il risultato di un “dialogo”, un “dialogo fra testi, e a volte anche fra scrittori, un “dialogo”
pacifico, amichevole, fertile. Io invece pensavo, e penso, che il “dialogo fra testi non sia affatto pacifico, sia anzi antagonistico, perché un testo nasce ed esiste per contrapporsi a un altro testo e
per cercare di eclissarlo. Scherzando dicevo a Raimondi: “Tu sei uno storico irenico”. Lui non se la prendeva, e a volte, anzi, incominciava il discorso dicendo: “Lo so che tu mi giudichi uno storico irenico…”. Quando poi giudicava un testo, sapeva essere obbiettivo e imparziale.

Quale fu il rapporto del critico con la religione cattolica?
Per Raimondi la fede nella religione cattolica era un fatto assolutamente personale, privato. Non nascondeva di essere credente, ma si rifiutava di esibire la sua fede, soprattutto come storico. Era
come se dicesse: “Stiamo parlando di letteratura…”. Per lui Machiavelli, D’Annunzio, Gadda erano importanti e amabili quanto Tasso e Manzoni. Non che non stabilisse delle differenze. Mai però sulla
base della fede. Del resto, l’amatissimo Renato Serra, maestro ideale, era non credente.
Sono convinto che Raimondi sia stato un caso quasi unico. Gli storici della letteratura cattolici, in Italia, tendono infatti a fare della loro fede religiosa uno strumento di interpretazione, con forzature e rovesciamenti impossibili da accettare. Il materialista Leopardi diventa così uno “spirito religioso”, e Giuseppe Ungaretti, che religioso era certamente, ma era soprattutto un poeta carnale, carnalissimo, sembra che abbia scritto soprattutto degli inni religiosi. Miracoli della fede.

Qual è la cosa più importante che ha imparato dal professor Raimondi?
Penso che la cosa più importante che ho imparato da Raimondi sia moderare il mio anarchismo senza tradirlo. Ho continuato a credere nel “disordine”, ma ho imparato soprattutto da lui che l’ordine non è soltanto importante, può essere anche benefico. Così come ho imparato soprattutto da lui ad amare i classici più di quanto già non li amassi.
Posto che io “conosca il mestiere”, lui mi ha aiutato a migliorarlo. Lui sapeva quanto io sia “disordinato”. Non mi ha mai rimproverato, per questo o per altro, tranne una volta. Ma aveva ragione lui. Se mi ha scelto e tollerato, vuol dire che in me c’è qualcosa di buono che forse io non conosco.