Cuccioli. Critica dei cartoni animati, Francesco MangiapaneDott. Francesco Mangiapane, Lei è autore del libro Cuccioli. Critica dei cartoni animati edito da Meltemi: quali tratti accomunano i piccoli di ogni specie animale – i cuccioli – rappresentati nei cartoni animati?
Se facciamo riferimento al dizionario possiamo constatare come la definizione di “cucciolo” si riferisca sia agli uomini che agli animali. C’è qualcosa che accomuna i piccoli a prescindere dall’appartenenza. I cartoni animati questo lo sanno da sempre, non a caso propongono le loro storie popolandole di cuccioli delle più svariate specie. Maialini, orsetti, api, topolini, paperini nei cartoni più diffusi vengono umanizzati, parlano e interagiscono nel mondo come gli umani ma allo stesso tempo a essi non sono completamente riconducibili. Rompere, come fanno i cartoni, il grande divide che separa uomini e animali finisce, allora, per allargare lo spettro delle possibilità di esistenza da essi prospettato. Come risultato di questa rottura, i piccoli spettatori dei cartoni sono, così, invitati a specchiarsi nell’animalità per ritrovarla in se stessi, accordandovi un posto alla luce del sole. Il libro ci tiene a prendere sul serio proprio questo aspetto, ovvero rilevare come l’evocazione dell’animalità ad opera dei cartoni – anche quando ingenua – abbia come effetto più o meno ricercato, più o meno evidente, quello di forzare i limiti dell’umanità, facendo risaltare originali soluzioni ai problemi della vita quotidiana, possibilità non che non sarebbero state considerate in prima battuta. D’altra parte, il libro è molto più di questo. Si presenta come un tentativo di fare una critica dei cartoni animati che possa mostrarsi il più possibile consapevole delle dinamiche culturali all’interno delle quali gli stessi cartoni e i loro protagonisti trovano posto e senso, ricercandone la responsabilità per così dire “politica”, laddove per lo più si guarda a essi come banale intrattenimento. Prendiamo i Minions. È stuzzicante leggere i simpatici omini gialli che tanto ci piacciono e ci divertono come una caricatura della classe operaia o ancora ritrovare in Greg il protagonista della serie di fumetti (e film) “Diario di una Schiappa”, il prototipo dell’uomo blasé simmelliano aggiornato al giorno d’oggi. A cosa serve tutto ciò? Di sicuro non a evocare un controllo censorio o l’ineluttabile dibattito di morettiana memoria. Quanto piuttosto come pungolo, un modo intelligente per ricercare intorno a sé, nella propria vita quotidiana, i contorni di un mondo ancora significante, nonostante non si faccia altro che parlare di appiattimento dei consumi culturali. Distinguere i cartoni animati gli uni dagli altri evitando di fare di tutta l’erba un fascio, riflettere sul loro messaggio reagendo con la giusta dose di ironia alle loro suggestioni, mettersi di fronte a questa missione in un dialogo proficuo con i propri cuccioli, è un modo per non arrendersi alla trivialità del presente.

Ma, d’altra parte, guardare i cartoni animati criticamente permette anche di coglierne il loro ruolo di spie, segnali del cambiamento sociale. La semiotica, disciplina che mi onoro di praticare, si caratterizza proprio per la sua attitudine all’analisi testuale come critica sociale: analizzare i testi che circolano nella società significa riconoscerne le trame nascoste e non evidenti in prima battuta. Un esempio. Nel libro provo a dimostrare che il cartone animato di Peppa Pig meglio di mille libri di sociologia, riesca a mettere in scena la crisi dell’universo famigliare piccolo borghese figlio del boom economico degli anni passati. Questo assetto, ereditato così com’è dalle famiglie contemporanee, non funziona più e la serie si occupa di segnalarlo, evocando ambienti e situazioni peculiari di questa crisi: essi vengono riconosciuti perfino dai più piccoli che, proprio per questo, l’hanno eletta a propria beniamina…

Quale funzione svolgono, nei cartoni animati, i cuccioli?
Rimaniamo su Peppa Pig, al centro dell’indagine della prima parte del libro. L’assimilazione fra uomini e maiali suggerita dal cartone non è affatto neutra. Anzi. Viene brandita come una vera e propria critica a una certa rigidità ereditata dai modelli educativi tradizionali. I maialini di Peppa Pig grugniscono e amano rotolarsi nel fango ma l’emersione della loro cacofonica animalità, al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare, non viene repressa, è libera di affiorare. È, allora, proprio la propensione al piacere sensibile che il folklore attribuisce a questi animali a essere chiamata in causa, contro un’ideologia ereditata tutta sbilanciata sul versante dell’astrazione. È come se si dicesse: che ruolo accordare alla corporeità, nell’educazione dei bimbi? Come conciliare realizzazione intellettuale e propensione al piacere? A queste domande Peppa Pig risponderebbe che bisogna recuperare empatia. Il palinsesto di Rai YoYo fino a qualche tempo fa offriva soluzioni diverse a un tale problema, evocando storie di maialini in concorrenza fra loro. Da una parte c’era la famiglia di Peppa interessata a costruire una complicità emotiva, epidermica, all’interno del nucleo familiare nonostante i piccoli fallimenti e le inadeguatezze esperite dai personaggi nelle puntate, dall’altra parte, un’altra maialina, Olivia, puntava tutto sulla negazione della propria animalità suina e sull’affermazione di sé come individuo: epicureismo, insomma, versus etica protestante. È importante notare come il riferimento alla prosaicità suina sia fondamentale come punto di riferimento da affermare come valore (nel caso di Peppa Pig) o da negare in nome dell’emancipazione (è il caso di Olivia).

In che modo, nell’interazione fra i personaggi delle loro storie, viene immaginata e prende forma la società di domani?
Non bisognerebbe dimenticare che cuccioli sono i personaggi rappresentati dai cartoni ma sono anche i loro piccoli spettatori. Di fronte ai cartoni, magari in un contesto allargato che comprenda anche i familiari, essi vengono chiamati a riconoscersi. Preferire Peppa a Olivia e viceversa somiglia in tutto e per tutto a un’opzione politica che produce conseguenze a livello della percezione di sé e del proprio mondo. A essere consapevoli di ciò sono in primis i “nuovi” genitori, ovvero i 30-40enni cresciuti guardando i cartoni della tv degli anni 80 che adesso tengono molto a sperimentarsi come consumatori critici e consapevoli della fiction rivolta ai loro piccoli. Ciò spiega anche perché in rete non si faccia altro che discutere del significato profondo veicolato dai cartoni. I genitori di oggi, anche giustamente, vogliono costruire per i loro cuccioli percorsi di fruizione mediatica coerenti con i loro progetti educativi, proponendo dei cartoni animati che possano il più possibile “somigliare” allo stile di vita, alla filosofia che essi tendono a sposare. Che poi una tale lodevole propensione “semiotica” finisca per produrre sterili tifoserie (mamme pro o contro Peppa) è forse un segno dei tempi. Ma ciò non toglie che questi genitori, così interessati alla fiction e alla dimensione simbolica della loro vita quotidiana, possano essere considerati interlocutori naturali di questo libro.

Francesco Mangiapane ha svolto, in qualità di assegnista, attività di ricerca in Semiotica. Si occupa di sociosemiotica della cultura e ha approfondito le questioni legate all’identità visiva e al brand, a Internet e ai social media, al cibo e all’identità culturale. È stato docente in numerosi corsi di Scienze della Comunicazione dell’Università di Palermo. Tiene i corsi di discipline semiotiche (in particolare occupandosi di food branding e di cinema gastronomico) presso l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (CN). È condirettore della rivista internazionale di scienze sociali Global Humanities e dirige la collana di libri per bambini delle edizioni del Museo Pasqualino Picciré. Collabora con giornali e riviste di ambito nazionale e locale, fra cui Esquire e Doppiozero. È membro della redazione di E/C, rivista on line dell’Aiss, Associazione Italiana di Studi Semiotici. Ha pubblicato Retoriche Social. Nuove politiche della vita quotidiana (2018).

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