Crocevia d’Europa. Viaggio nella Romania di ieri e di oggi, Luca BistolfiDottor Bistolfi, Lei è autore del libro Crocevia d’Europa. Viaggio nella Romania di ieri e di oggi edito da Alpine Studio: perché si può definire la Romania “crocevia d’Europa”?
All’inizio avevo pensato a un titolo diverso (e anche a un’impostazione differente di tutto il libro), ossia «Nel cuore d’Eurasia». Perché in effetti la Romania è questo: è il centro di questo macrocontinente chiamato Eurasia. Tuttavia quello di Eurasia è un concetto entrato ben poco nell’uso comune, e quindi l’editore, prudente, mi ha chiesto per così dire una diversione. Il titolo attuale, come faccio capire nel libro stesso, me lo ha ispirato G.I. Bratianu, scrittore e politico romeno, che del suo Paese disse: «Noi viviamo all’incrocio di strade di culture e purtroppo di conquiste e imperialismi». Inoltre è una mia vecchia idea, nata prima di imbattermi in questa frase, che peraltro era nata in un contesto di analisi geopolitica. A mio avviso più di ogni altro Paese est-europeo, la Romania è un autentico incrocio, un crocevia appunto, e ancora ben vivo, di tutte le culture che hanno dato vita all’Europa, tra cui quelle asiatiche. Ci sono centinaia di esempi che potrei portare. In Romania troviamo l’Occidente come lo conosciamo oggi e com’era ieri, cinquanta e anche cento anni fa, e troviamo l’Oriente, l’India e persino la Cina. Uno dei primi a capire le influenze asiatiche nel suo Paese fu Mihai Eminescu, il poeta nazionale, e poi Amita Bhose, una studiosa indiana che, non appena mise piede, negli anni Settanta, in Romania capì di non essere mai andata via dall’India. Poi c’è il comunismo che noi occidentali abbiamo “conosciuto” solo attraverso i libri di storia o se abbiamo viaggiato oltrecortina. E anche gli Stati Uniti che, per vari motivi, stanno influenzando, dal 1990, lo stile di vita romeno. E poi mille altre tracce di entrambe queste culture, l’euro-occidentale e l’asiatica.

Perché il nostro immaginario sulla Romania oscilla tra il pregiudizio negativo e la fantasia?
I motivi sono moltissimi. Anzitutto l’Italia, forse più di altri Paesi occidentali, pensa all’Est Europa come a una regione lontana, quasi inaccessibile. Non ne sa nulla e ha dei pregiudizi negativi molto forti e duri a morire. Si pensi ad esempio alla religione: ben pochi da noi sanno qualcosa del cristianesimo ortodosso. Un giorno un’antropologa, che lavorava con me per una fondazione di ricerca storica, mi chiese se gli ortodossi festeggiassero il Natale. C’è poi stata una campagna di stampa molto scorretta nei confronti dei romeni, che li ha dipinti come un Paese di badanti e muratori, di donne dai troppo facili costumi (come se poi noi fossimo un Paese di asceti) e di delinquenti. A questo si deve aggiungere che molti romeni immigrati da noi, oltre a non amare e a non conoscere la loro terra, ne danno un’immagine non troppo gradevole, sia con i loro comportamenti, sia con il distacco dalla loro cultura e dalle loro radici. Ma questo è un fenomeno piuttosto normale e comprensibile: in molti casi e non certo in tutti, se te ne vai via dal tuo Paese è perché o non lo conosci abbastanza per amarlo oppure lo conosci così bene che preferisci abbandonarlo. Ma non è dovere solo dei romeni spiegare che cos’è la Romania. Dovrebbe essere piuttosto il compito degli studiosi, soprattutto, va da sé, di quelli che si occupano di questa terra. Solo che nel mondo accademico e ufficiale avviene per la Romania ciò che avviene per quasi tutte le discipline: non si studia per amore, bensì perché si è pagati o magari perché ci si è trovati portati dalla vita a occuparsi di un argomento piuttosto che di un altro. Si pensi che tra i non pochi studiosi della Romania direi nessuno conosce l’Ortodossia e ciò inibisce una conoscenza di questo Paese. È come occuparsi dell’Algeria o dell’Arabia Saudita o del Marocco ignorando l’islam.

Anche la scuola contribuisce alla generale ignoranza. Nelle scuole l’Est Europa è poco studiato e anche male. Inoltre c’è quell’odioso mito di Dracula, che non finirà mai di tormentare i romeni. Ci ho scritto quasi un intero capitolo nel mio libro, sperando di aver contribuito a stornare l’attenzione da qualcosa che non è mai esistito.

Dirò ancora che una grande responsabilità ce l’hanno gli editori italiani. Importano di tutto da qualunque angolo del globo, ma gli autori romeni, romanzieri e saggisti, sono pochissimi e pubblicati quasi clandestinamente, e ciò senza entrare nel dettaglio del loro specifico valore e di certe traduzioni e curatele. Quando faccio presente questo, molti evocano i nomi di Cioran ed Eliade (per inciso: non tutti sanno che sono romeni). Ma né Cioran, né Eliade sono rappresentativi della cultura romena. Io ho durato molta fatica prima di trovare un editore disposto a valutare un mio testo sulla Romania e questo c’entra poco che il mio nome non sia celebre. Senza contare poi di tutti i precedenti fallimenti. Quando sentivano parlare di Romania pensavano che li stessi prendendo in giro o che fossi uno spostato. Le uniche eccezioni sono costituite da Alpine Studio, che ha la vista lunga e l’olfatto fino, e poi da Aliberti (anche se si è comportato malissimo nei miei confronti, tanto che siamo finiti in tribunale). Per questo editore nel 2012 pubblicai la mia traduzione, con annessa curatela, del primo e unico libro che ricostruisca il crollo dei regime ceausista. Si intitola La fine dei Ceausescu e credo che sia ancora reperibile da qualche parte, anche se Aliberti ha dato fallimento.

Come è nato il Suo legame con la Romania?
Lo racconto nell’Introduzione al mio libro. È stato un avvicinamento progressivo e all’inizio inconsapevole. La mia vita è sempre stata costellata dalla presenza romena. Di tanto in tanto arrivavano dei segnali, che io intercettavo grazie all’attrazione che ha sempre esercitato su di me l’Est Europa, in cui pure non andai mai sino all’età adulta. Poi un giorno conosco una ragazza che mi mette sotto il naso un libro: e sono rimasto fregato. Quando poi misi piede per la prima volta in Romania mi sorpresi a pensare, e poi a dire, che ero come tornato a casa. Da qui in poi, si è sviluppato il legame. Molti soggiorni, molte conoscenze e qualche amicizia, e un progetto, poi ahimè sfumato, di trasferirmi laggiù.

Qual è la ricchezza culturale e umana della Romania?
Per rispondere a questa domanda occorrerebbero dieci libri. Non vorrei sembrare esagerato, ma mi viene da dire: ogni cosa, nel bene e nel male, dalle cose più quotidiane come il cibo, alle più impegnative, come la letteratura e le radici asiatiche. Per rubare un’espressione a Curzio Malaparte, riferita però a Stoccolma, in Romania ritrovo «quella dolcezza del viver sereno, che un tempo era stata la grazia dell’Europa».

Quali meraviglie serba la Romania?
Parecchie. Ma prima bisogna intendersi cosa su cosa vuol dire «meraviglie». Ad esempio c’è da meravigliarsi che, nonostante gli sconquassi politici e la corruzione della classe dirigente a livelli straordinari, questo Paese sia ancora in piedi. E c’è da meravigliarsi di poter vivere ancora, in particolare nelle zone lontane dai grandi centri urbani, ossia nel novanta percento della regione, a misura d’uomo, in armonia con la natura, quasi a livello per così dire “primigenio”. Penso ad esempio al Maramures. La Romania è sempre stata un Paese a stragrande maggioranza rurale. La natura qui è ancora in gran parte selvaggia e molti, soprattutto in campagna, vivono ancora con i piedi per terra, legati alle tradizioni e al buon senso popolare e con una fortissima convinzione di essere figli delle stelle. Poi bisogna vedere a cosa si è interessati. Però posso assicurarlo: nessuno tornerà dal quel Paese deluso. In nessun senso. Ci sono anche meraviglie orrende, come ad esempio Bucarest o luoghi come Copsa Mica. Bisogna esser pronti a meravigliarsi anche dell’orrore, che però fa parte della vita. Se vogliamo la Romania è una sorta di paradigma dell’esistenza.

Non possiamo pensare alla Romania senza che ci vengano in mente il mito di Dracula e la Transilvania: cosa c’è di vero in questo celebre racconto?
Niente di niente. Il mito di Dracula è stato costruito da Bram Stoker alla fine dell’Ottocento e i romeni, per decenni, non ne seppero nulla. Si pensi che la prima traduzione romena del romanzo risale al 1990. Quando gli occidentali, durante il comunismo, andavano in Romania (anche) per seguire le tracce del famigerato conte, i romeni li guardavano come se fossero dei pazzi. Vlad Tepes, ossia l’Impalatore, non era certo un moscardino, ma di certo nemmeno un mostro, in nessun senso. Era anzitutto un principe e non un conte, che si adeguava ai tempi, i quali non erano certo quelli del politicamente corretto. Erano tempi duri e duramente egli si comportava, e ciò perché doveva e voleva difendere la sua terra dai nemici, che in questo caso erano i Turchi. Si sa: una sciocchezza ripetuta le cento e le mille volte diventa verità. Non che la storia sia una scienza esatta, ben il contrario, ma se non lo è la storia, meno ancora lo è un romanzo scritto in un’epoca particolare come quella vittoriana e su suggerimento di un personaggio a dir poco ambiguo come Armin Vambery, l’orientalista ebreo-magiaro che suggerì Stoker.

Per conoscere la storia del principe, si legga il libro di Matei Cazacu Dracula. La vera storia di Vlad III l’Impalatore. E ovviamente, si licet, anche il mio libro, in cui ricostruisco invece tutta la vicenda della nascita del mito ed entro nel dettaglio della sua simbologia. Ma non voglio dire troppo su questo argomento che attira molte persone, altrimenti nessuno compra più il libro.

Com’è la qualità della vita in Romania?
Dipende da quale prospettiva la si guarda. Se da quella dei romeni, può non essere eccellente. Gli stipendi sono bassi e i prodotti sono cari. Per un europeo occidentale invece è una pacchia, anche se negli ultimi tempi ci sono stati tali rincari, soprattutto negli affitti, che anche per noi diventa difficile. Ma non così tanto, in fondo: basta avere qualche buona conoscenza. Al di là dell’aspetto economico, e con l’eccezione di Bucarest (un splendido orrore, invivibile come quasi tutte le capitali e le metropoli del mondo), per il resto la qualità della vita è a mio avviso altissima. Anzitutto la Romania ha una superficie vastissima e con pochissimi abitanti per chilometro quadrato. L’aria è pulita anche nelle città, compatibilmente con le condizioni di vita moderne, per non parlare dei piccoli centri o della campagna. Il cibo è mediamente eccellente e la gente, in particolare in Ardeal, che noi conosciamo come Transilvania, è tranquilla, quasi distaccata. In una città come Cluj trovi di tutto: ristoranti, supermercati, librerie, locali caratteristici, negozi di ogni genere, università, servizi e assomma poco più di 300mila abitanti. Ha tutte le caratteristiche adatte a chi non vuole vivere lontano dai gangli della vita sociale e culturale ma neppure immerso nel turbinio di una metropoli.

Quali caratteristiche possiedono la lingua e la cultura rumene?
Ma voi volete un trattato! Limitiamoci a qualche considerazione sulla lingua. Sfatiamo subito un luogo comune: il romeno non è, come solfeggia qualche orecchiante, quasi uguale all’italiano. Ci sono molte contiguità, ma bisogna stare attenti alle trappole. La struttura della grammatica trae dal latino, certo, ma c’è un nubifragio di parole slave e di altra provenienza, ad esempio dacica. Anche la lingua zingara, che ho un po’ studiato, è parecchio interessante per i suoi addentellati con l’India. C’è sempre di mezzo in generale Oriente quando si parla della Romania, pertanto anche la lingua, o meglio: le lingue, riflettono questa origine. Inoltre il romeno è molto musicale, soprattutto se parlato dalle genti del Nord del Paese. Ci sono poi delle curiosità “scabrose”. Ad esempio molte parole comuni romene somigliano in modo impressionante a parolacce italiane, e viceversa. Ma non porterò degli esempi.

Quali consigli dà a chi desidera scoprire la Romania?
Di consigli non ne do, non se ne possono dare. Piuttosto qualche suggerimento, che però vale, o dovrebbe valere, per tutti i Paesi lontani. Con la Romania abbiamo il vantaggio di avere radici comuni – qualcuna però, non tutte – e quindi avventurarsi nelle sue città o nella sua campagna ci agevola. Ma ciò vale più per le prime, non troppo per la seconda. Anzitutto fatelo con rispetto, non pensate di andare in un Paese del terzo mondo, perché prendereste una cantonata, oltreché fare una pessima figura e offendere i romeni. Lo ribadisco: la Romania in Romania non è la Romania che troviamo in Italia. D’altra parte la mentalità degli immigrati di qualsiasi Paese è diversa da quella di chi rimane nella propria terra. Si visitino prima le città, soprattutto quelle di media grandezza, come ad esempio Cluj o Brasov, e solo dopo si passi alla campagna. Eppoi, ancora, c’è campagna e campagna. Quella della Moldova (la regione che in Italia ci si ostina a chiamare Moldavia) ad esempio è la più rustica, in cui l’Est si sente di più e dove ci si imbatte nelle realtà più povere. Evitate il più possibile i luoghi dove vanno gli stranieri, soprattutto gli italiani. Vivete come se non foste stranieri o, peggio, dei turisti, ma come se doveste andarci a vivere. Recatevi presso una famiglia o affittate una casa propriamente romena (può essere una di campagna o un appartamento dell’epoca comunista), fate la spesa nei mercati e, quando volete mangiare fuori, andate nei locali tradizionali. E parlate con la gente. Insomma, state il più possibile a contatto con i romeni e con la loro vita quotidiana. E non spaventatevi delle apparenti contraddizioni, sono il sale della vita romena.

Ma questi suggerimenti possono risultare vani se non ci si convince prima che quasi tutto ciò che sappiamo sulla Romania è falso e che siamo intrisi di pregiudizi. Eppoi dipende anche da quali sono le vostre ambizioni. Se volete visitarla da turisti e avete poco tempo, cambiate meta. Andate piuttosto a Parigi o a Berlino, oppure a Bucarest. Infine, anche se nella nostra lingua non ne esistono molti, leggete qualche libro. Ad esempio Crocevia d’Europa.