“Cristo a Harran. Profezie dei filosofi pagani su Cristo: le collezioni siriache”, a cura di Giorgia Nicosia

Dott.ssa Giorgia Nicosia, Lei ha curato l’edizione del libro Cristo a Harran. Profezie dei filosofi pagani su Cristo: le collezioni siriache, pubblicato da Paideia: che interesse suscitano le raccolte siriache di profezie pagane su Cristo?
Cristo a Harran. Profezie dei filosofi pagani su Cristo: le collezioni siriache, Giorgia NicosiaPenso che l’interesse principale di queste collezioni risieda nella versatilità del materiale che riportano, considerato un valido strumento polemico per almeno dieci secoli, e usato contro almeno tre diversi gruppi di avversari. Le due raccolte siriache sono infatti un importante anello di congiunzione nella catena che porta dalla polemica antipagana della prima apologetica cristiana fino alla polemica siriaca anti-islamica del XII secolo.

Le collezioni si inseriscono all’interno di un ricco filone, nato in Grecia verso il II sec., volto a mostrare l’antichità e la correttezza della religione cristiana a rispetto a quella pagana. Questo filone conta opere come la Cohoratio ad Graecos attribuita a Giustino Martire, la Praeparatio e Demonstatio evangelica di Eusebio di Cesarea, le Divinae Institutiones di Lattanzio, il Contra Iulianum di Cirillo di Alessandria, il De Trinitate attribuito a Giustino Martire, e così via. Le collezioni siriache hanno in comune con queste opere la tecnica retorica di base, ovvero il mostrare come già saggi, dèi e filosofi pagani avessero predetto o riconosciuto le verità cristiane, e quindi in sostanza indicare come le dottrine cristiane fossero superiori a quelle pagane. Le raccolte testimoniano non solo come questa tecnica (e parte del materiale profetico stesso) sia stata accolta, recepita, e riadattata in siriaco, ma anche come essa fosse considerata nel VI-VII sec. un valido strumento da usare contro chi venerava le divinità del pantheon mesopotamico. Una delle due raccolte, le Profezie dei filosofi pagani in forma abbreviata, ha infatti l’esplicito scopo di spingere alla conversione gli abitanti della città nord-mesopotamica di Ḥarrān, i quali veneravano appunto principalmente divinità mesopotamiche. Come i primi apologisti cristiani affermavano che i pagani dovessero riconoscere Cristo perché le loro stesse divinità (Apollo, Ermes, ecc.) avevano profetizzato su di lui, così nella raccolta siriaca il collettore afferma che i cittadini di Ḥarrān non possano permanere nel loro errore, perché già i capi del loro culto, ovvero figure come Apollo, Platone, Porfirio, o Pitagora, avevano predetto e riconosciuto il cristianesimo. Si capisce quindi che gli abitanti di Ḥarrān, pur venerando divinità diverse da quelle del pantheon classico greco, dovessero comunque attribuire una certa rilevanza alle figure della tradizione greca. E ancora una volta la tecnica retorica di base è la stessa impiegata secoli prima dagli apologisti cristiani.

La tradizione di questo materiale però non si esaurisce qui. Nel XII sec., ad esempio, estratti delle due collezioni siriache vengono usati e piegati alle esigenze della polemica antimusulmana da Dionisio bar Ṣalībī, scrittore di opere teologiche, polemiche, e poetiche in lingua siriaca. Nella sua Risposta agli Arabi, Dionisio sostiene come il cristianesimo sia la sola vera religione servendosi anche dell’aiuto di queste profezie e oracoli. Anche in questo caso, l’argomentazione è alquanto semplice: Dionisio si limita a mostrare che i saggi della tradizione greca hanno riconosciuto, anticipato e profetizzato su Cristo, ma non su Maometto.

Grazie a queste profezie vediamo quindi come questo tipo di materiale abbia circolato per secoli, venendo riadattato in base alle diverse esigenze.

Quali sono i contenuti delle due collezioni e qual era la loro finalità?
Contenuti e finalità delle due raccolte sono abbastanza simili, anche se non perfettamente identici. La prima raccolta, ovvero le cosiddette Profezie dei filosofi pagani in forma abbreviata (PPA), è composta da ventidue profezie e oracoli di divinità e filosofi della tradizione greca, più sette profezie di Baba, profeta di Ḥarrān. La seconda raccolta invece, detta Profezie dei pagani su Cristo (PPC), conta solamente dodici profezie e oracoli di divinità e filosofi greci, cinque delle quali presenti in forma simile anche in PPA. La maggior parte delle profezie ruota attorno alla natura della Trinità, o al rapporto tra Padre e Figlio, e lo scopo primario di entrambe le raccolte è mostrare come i saggi pagani avessero anticipato le principali verità cristiane. In entrambi i casi, però, più che di profezie vere e proprie bisognerebbe parlare o di riletture cristiane di testi della tradizione precedente, o di oracoli e profezie post eventum. Un esempio particolarmente illustrativo è dato dalle profezie attribuite a Platone o a Ermete Trimegisto. In questo caso, tanto la dottrina platonica della triade di Uno, Intelletto, e Anima quanto la dottrina ermetica secondo cui esistono un dio supremo (il Nous), seguito dal Logos e da un Nous demiurgo vengono presentate come profezie della Trinità.

Le profezie attribuite a Baba hanno invece una natura alquanto diversa, in quanto attingono a un sostrato mesopotamico piuttosto che greco: esse ruotano soprattutto attorno alla venuta di Cristo, presentata come venuta del fuoco celeste, e predicono la rovina per degli abitanti pagani di Ḥarrān.

A differenza di PPA, PPC non sostiene apertamente che il mostrare l’accordo tra dottrine pagane e cristiane miri a spingere alla conversione in non cristiani. Ma data la natura della collezione, è altamente probabile che questo fosse il fine primario del collettore. Credo però che lo scopo delle collezioni non si esaurisca con l’opera di persuasione antipagana, e che entrambe fossero ritenute utili anche per i lettori cristiani. Alcune delle profezie di PPA si trovano ad esempio all’interno di un Commentario al Vangelo di Giovanni, dove sono usate a supporto delle argomentazioni del commentatore indipendentemente da scopi polemici. Entrambe le collezioni sono poi spesso trasmesse in manoscritti con materiale gnomologico, ascetico, dogmatico, e così via: sembra quindi che fossero fruite anche da un pubblico cristiano.

Quali paralleli greci trovano le collezioni siriache?
La questione delle fonti e dei paralleli greci delle collezioni è una delle più complesse. Sappiamo infatti che le raccolte (o meglio le prime ventidue profezie di PPA e l’intera PPC) sono state tradotte dal greco al siriaco, ma allo stato attuale non siamo in grado di risalire alle fonti esatte delle due collezioni. Possiamo solo dire che la raccolta di Profezie dei pagani su Cristo (PPC) è stata tradotta da un certo Nona a partire da una collezione di dodici profezie difficilmente identificabile e attribuita a un certo Anastasio, patriarca di Alessandria, e che la raccolta di Profezie dei filosofi pagani in forma abbreviata (PPA) è stata probabilmente tradotta a partire da più di una fonte greca. Per il resto, dobbiamo limitarci a riscontrare come entrambe le collezioni abbiano delle profezie in comune con tre principali fonti greche: le Cronache di Giovanni Malala, la Teosofia, e, in misura minore, il Contra Iulianum di Cirillo di Alessandria.

La Teosofia è una collezione di oracoli e profezie di dèi e saggi greci, egiziani, romani, e persiani (tutti trasmessi in lingua greca) preservata oggi solo parzialmente. La collezione ebbe una grande fortuna, e i suoi oracoli sono stati sia trasmessi e rielaborati in diverse collezioni, sia riutilizzati in altre opere. Vista la fama della raccolta, assunta spesso a sinonimo stesso di collezione di profezie, si capisce perché le due collezioni siriache siano state a volte definite delle teosofie siriache. Credo però che questa definizione comporti un errore di prospettiva: tra la Teosofia e le nostre collezioni esistono dei parallelismi, ma questi sono sempre parziali. E visto che la Teosofia non è né la fonte diretta delle collezioni, né l’unica raccolta di profezie che esistesse in lingua greca, penso sia meglio non accostare troppo le collezioni a questo testo.

Per quanto riguarda il dettato delle profezie, invece, il testo più vicino alle nostre collezioni è dato dalle Cronache di Giovanni Malala. Le Cronache sono un’opera che narra, in diciotto libri, la storia sacra dalla creazione del mondo alla morte dell’imperatore Giustiniano (565). Malala ricorre a oracoli e profezie o per mostrare come alcuni pagani avessero intuito e anticipato degli aspetti del cristianesimo, o per rivelare la potenza di Cristo nella storia. Le Cronache offrono però dei paralleli solo per alcune delle profezie nelle collezioni, e non vanno assolutamente confuse con la fonte stessa delle collezioni: non solo non tutte le profezie siriache si ritrovano anche nelle Cronache, ma anche nel caso del materiale che l’opera di Malala e le due collezioni hanno in comune ci sono sempre importanti differenze.

Quando le Cronache e la Teosofia non forniscono dei paralleli, di solito il testo greco più vicino alle collezioni attualmente disponibile è il Contra Iulianum. Questa monumentale opera in dieci libri è stata scritta intorno al 440 da Cirillo di Alessandria per rispondere agli attacchi al cristianesimo presenti nel Contro i Galilei dell’imperatore Giuliano l’Apostata. Cirillo ricorre a detti, oracoli e citazioni di saggi e filosofi greci per mostrare come le autorità alle quali si era appellato Giuliano fossero in realtà in accordo con le dottrine cristiane, e non con quelle pagane dell’imperatore. Ancora una volta, però, le corrispondenze con le collezioni siriache sono sempre parziali.

Un altro elemento che complica la questione delle fonti è dato dal fatto che il materiale oracolare e profetico ha a lungo circolato in maniera alquanto libera. Era infatti pratica comune citare, rielaborare, modificare, o cambiare attribuzione a oracoli e profezie, al punto che le diverse fonti che hanno attinto e riutilizzato questo tipo di materiale formano una rete di rimandi reciproci e dipendenze molto difficile da navigare.

D’altronde, credo anche che la ricerca delle esatte fonti greche, per quanto importante, non vada sopravvalutata. Negli studi, quando si ha a che fare con traduzioni siriache di testi greci si tende spesso a dare maggior rilievo alla parte greca, e a vedere i testi siriaci come mezzi o per ricostruire originali greci perduti, o per migliorare la nostra conoscenza delle versioni greche. Non bisogna però mai perdere di vista il fatto che le traduzioni siriache sono un’opera letteraria in sé, e devono quindi essere considerate come un prodotto della letteratura siriaca. Nel caso delle due collezioni di profezie, la ricerca dei paralleli greci è fondamentale per inquadrare le raccolte all’interno della tradizione polemica, e per vedere come la cultura sira abbia fatto propri stilemi e tecniche retoriche dell’apologetica cristiana greca e latina. Ma questa ricerca non deve essere il fine ultimo degli studi. Le due collezioni hanno senz’altro le loro radici in una ricca tradizione greca, ma più che addentarsi nella ricerca delle elusive fonti da cui le collezioni derivano è importante vedere come i testi siriaci riprendano questa tradizione per rispondere a delle nuove esigenze.

Di che rilevanza è il legame con la città nord-mesopotamica di Ḥarrān?
Il legame con Ḥarrān è di fondamentale importanza, ma solo per una delle due collezioni, ovvero per le Profezie dei filosofi pagani in forma abbreviata (PPA). Come dicevo all’inizio, la collezione si rivolge ai cittadini di Ḥarrān, e ha l’esplicito scopo di spingere gli abitanti della città alla conversione al cristianesimo. La raccolta è stata concepita e modellata proprio sulla base della particolare del panorama religioso e culturale della città.

A partire dalla conquista di Alessandro Magno, nel 331 a.C., la città è stata infatti luogo di fusione tra un forte sostrato mesopotamico e semitico da un lato ed elementi della cultura greca dell’altro. Ḥarrān era una nota roccaforte del paganesimo: il culto del suo principale dio, il dio lunare Sin, pare sia stato ininterrottamente attivo dal III millennio a.C. fino ad almeno l’occupazione araba nel 639/640 – naturalmente subendo delle mutazioni in questo lungo lasso di tempo. Dopo la conquista araba, le fonti relative alla città fanno riferimento soprattutto alla sua comunità sabea: l’esatta definizione del temine è dibattuta, ma in generale si può dire che la comunità sabea fosse particolarmente dedita al culto dei pianeti e che mantenne un certo legame con Sin e altre divinità, rivestendone però il culto di una patina filosofica. Considerato che l’ultimo tempio pagano (da intendersi in questo caso come sabeo) è stato distrutto dai Mongoli nel 1260, si capisce come mai Ḥarrān sia stata spesso stata ritenuta sinonimo di paganesimo. A fronte di tutto questo, però, non bisogna dimenticare come Ḥarrān abbia ospitato una comunità cristiana fin dal IV sec., e che quindi le tradizioni pagana greca, mesopotamica, e cristiana abbiano a lungo vissuto fianco a fianco nella città.

PPA mostra bene questo insieme di credenze. Il collettore cristiano include per prima cosa una serie di profezie e oracoli attribuiti a saggi e divinità della tradizione greca (come Apollo, Platone, Porfirio, ecc.), e mostra tramite essi come tutti i pagani, eccetto gli abitanti di Ḥarrān, abbiano accettato o predetto le verità cristiane. Il collettore passa poi alle profezie di un certo Baba, profeta di Ḥarrān onorato dagli abitanti della città alla stregua di un dio. Sono proprio queste profezie ad essere ritenute l’arma vincente del collettore: egli afferma infatti che se gli abitanti di Ḥarrān si rifiutano di credere in Cristo, devono rifiutare di credere anche al loro stesso profeta Baba, il quale ha profetizzato su Cristo. La collezione menziona quindi allo stesso tempo divinità come Apollo, Ermete e Sin, profeti come Baba o le Sibille, nonché filosofi e saggi come Platone, Porfirio, Sofocle e Pitagora. Tutte queste figure sono ritenute significative alle orecchie degli abitanti della città, e tutte sono giudicate utili per spingere i non cristiani alla conversione. Il collettore ha quindi ripreso una tecnica tipica della prima apologetica cristiana, piegandola a nuove esigenze ed allargandola fino a includere anche riferimenti alla tradizione mesopotamica. Poche altre città avrebbero potuto dare vita a una raccolta con un tale insieme sincretistico di tradizioni, culture, e credenze.

Giorgia Nicosia è ricercatrice presso il Dipartimento di Storia dell’Università di Gand (Belgio) e presso l’École pratique des hautes études di Parigi. Laureata in Lettere classiche e Storia antica alle Università di Siena e Padova, il suo principale interesse di ricerca risiede nelle traduzioni dal greco al siriaco, e nella storia del cristianesimo siriaco. Attualmente, la sua ricerca si focalizza soprattutto su collezioni miafisite di estratti storiografici, analizzate sia nella loro composizione materiale che in relazione al ruolo avuto per lo sviluppo dell’identità miafisita.

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