Prof. Giovanni Bertin, Lei ha curato l’edizione del libro Crisi economica e comportamenti illegali edito da FrancoAngeli: che rapporto esiste fra crisi economica e illegalità?
Crisi economica e comportamenti illegali, Giovanni BertinLa cospicua letteratura che studia il rapporto fra la presenza di organizzazioni criminali e i sistemi economici locali ha evidenziato il ruolo di freno dello sviluppo esercitato dalla presenza di comportamenti illegali diffusi. Tale presenza è uno dei fattori principali della difficoltà di sviluppo di alcune aree del Sud Italia. Con questo libro abbiamo voluto affrontare il legame fra economia e legalità da un diverso punto di vista. Abbiamo cercato di analizzare se, in che misura e attraverso quali processi sociali, la crisi costituisce un fattore di sviluppo dei comportamenti illegali degli attori economici. L’analisi che abbiamo realizzato ci restituisce uno scenario di forte complessità. L’effetto della crisi dipende molto dalle dinamiche del contesto sociale e dai comportamenti dei diversi attori economici dei sistemi locali. Fatta questa precisazione, possiamo affermare che la crisi contribuisce a creare le condizioni favorevoli allo sviluppo dei comportamenti illegali delle imprese, anche in territori che non si caratterizzano per un forte radicamento delle organizzazioni criminali. Aumenta la difficoltà di competere fra le imprese e le più deboli presentano condizioni economiche e finanziarie che rendono più difficoltoso il ricorso al credito. A fronte di questa difficoltà, le banche riducono la propensione al credito e questa scelta rende più difficile mantenere le condizioni che consentono all’impresa di stare nel mercato. Spesso per le imprese si apre la ricerca di altri finanziatori e gli unici che hanno risorse disponibili sono organizzazioni finanziarie legate alla criminalità organizzata. In questo modo le organizzazioni criminali entrano nelle imprese che diventano il tramite per il riciclaggio di denaro sporco. Ma la crisi aumenta anche la propensione ad assumere comportamenti lesivi delle regole della concorrenza leale e il rispetto delle regole contrattuali nella gestione della forza lavoro. In altre parole, la pressione della crisi contribuisce a mettere in discussione la normale propensione delle imprese a competere in modo legale.

In definitiva la crisi crea le condizioni favorevoli all’aumento della propensione all’assunzione di comportamenti illegali da parte delle imprese.

Quali sono le basi sociali dei comportamenti illegali?
Il punto dal quale partire è capire i motivi che spingono le persone ad assumere comportamenti non conformi alle norme legali. Siamo abituati a collegare il termine legalità alla micro criminalità o alla presenza delle organizzazioni mafiose. Tendiamo a considerare l’illegalità come un comportamento a noi estraneo, riconducibile a pochi individui che vivono in un contesto lontano e minaccioso per la nostra quotidianità. Solitamente riteniamo si tratti di “mele marce” con le quali non abbiamo nulla a che fare e che devono essere isolate, punite per le loro azioni e ricondotte ad un comportamento rispettoso delle regole. Il termine comportamento illegale suscita una reazione negativa, tendiamo a criticarlo o quantomeno a biasimarlo come socialmente riprovevole. Ma poi incontriamo spesso comportamenti che infrangono leggi e non suscitano in noi le stesse reazioni. Talvolta l’osservazione di comportamenti trasgressivi della legge induce ad intervenire per segnalare la loro problematicità. In altri casi, non solo non si biasima la trasgressione, ma si tollerano o, addirittura, si sostengono comportamenti che tendono ad evitare le sanzioni derivate dalla trasgressione delle norme. Basta pensare alla vita quotidiana per riconoscere, nelle nostre azioni o in quelle delle persone che incontriamo, comportamenti trasgressivi di norme legali che non percepiamo come reprimevoli. Il superamento, se pur di poco, di un limite di velocità costituisce una trasgressione ad una norma legale precisa, ma è un comportamento che può facilmente capitare a chiunque. L’attenzione che poniamo al rispetto del limite dipende, probabilmente, da molti fattori: il traffico, l’ora nella quale stiamo passando per la strada con limite di velocità ed il conseguente rischio che percepiamo, la nostra fretta, la presenza o meno di rilevatori che ricordano la minaccia della sanzione. Queste brevi osservazioni consentono di evidenziare la complessità del concetto di legalità e la multidimensionalità dei fattori che condizionano il legame che connette le norme ai comportamenti concreti di vita quotidiana. In altre parole, tendiamo ad assegnare alle norme legali un valore relativo e i fattori che legano la propensione individuale al rispetto delle norme legali sono numerosi. Parlare di basi sociali dei comportamenti illegali significa affrontare il problema del rapporto fra le norme sociali e le norme legali. In altre parole fra le norme di comportamento sociale che apprendiamo nella nostra storia e le norme che hanno una rilevanza legale. Porre questo problema significa affermare che questi due tipi di norme non sono necessariamente coerenti fra di loro e riflettere sulla loro specifica capacità obbligante quando non sono fra loro coerenti. Le nostre ricerche confermano che le norme sociali prevalgono rispetto a quelle legali quando risultano fra loro non coerenti. Si evidenziano anche altre dinamiche sociali che finiscono per influenzare il rapporto fra norme sociali e norme legali. Un primo elemento ha a che fare con l’effetto di reti di relazioni sociali dense. La sola densità delle relazioni, in presenza di norme sociali poco condivise e non coerenti con le norme legali non costituisce un fattore protettivo all’illegalità e rischia di essere il vettore che facilita lo sviluppo di pratiche illegali. Tali reti finiscono per facilitare la connessione fra gli imprenditori in crisi e le organizzazioni criminali. L’esistenza di legami relazionali fiduciari, infatti, impedisce di vedere il pericolo ed il rischio di illegalità sotteso ad alcune proposte di apparente aiuto al superamento della crisi. È in questo modo che l’usura e, successivamente, il riciclaggio, appaiono come risposte possibili ad una condizione di criticità economica dell’azienda. In definitiva, il comportamento conforme alle norme legali, quindi, è il prodotto di un processo complesso che vede l’interazione fra diversi fattori, riconducibili a:

  • il grado di legittimazione e interiorizzazione delle norme sociali;
  • la coerenza delle norme sociali con le norme legali;
  • il bilanciamento del costo (economico e sociale) riconducibile all’adeguamento o alla trasgressione della norma;
  • l’estensione della reciprocità fiduciaria e la densità del capitale sociale, come fattori di conferma delle norme sociali;
  • le caratteristiche delle norme giuridiche, la loro formalizzazione e il grado di ambiguità normativa;
  • la legittimazione dell’autorità e le caratteristiche del processo sanzionatorio.

Quali fattori concorrono a creare le condizioni che favoriscono risposte illegali alla crisi?
La crisi da sola non basta ad aprire le porte dell’illegalità. Questo avviene in presenza di un contesto che permette di considerare tali comportamenti socialmente accettabili.

La presenza nel territorio di attori economici con un’alta propensione ad assumere comportamenti illegali, pur di produrre alti profitti, sembra un’importante condizione perché consente alle organizzazioni criminali di trovare dei tramiti nel territorio e di mimetizzarsi nel contesto locale. Un ulteriore aspetto facilitante l’ingresso delle organizzazioni criminali nell’economia locale è riconducile alla propensione all’illegalità, vale a dire la presenza di comportamenti che sono predittivi di una disponibilità ad assumere comportamenti illegali in risposta alla crisi. La ricerca ha evidenziato che, per esempio, la forte evasione fiscale costituisce un indicatore che segnala la disponibilità ad attribuire alle norme legali un valore relativo e non assoluto. Da seguire o meno, in relazione al costo economico e sociale che la legalità produce nell’impressa.

Le evidenze emerse consentono di sostenere che la crisi crea le condizioni economiche che facilitano l’aumento dei comportamenti economici illegali, ma segnala anche che tali comportamenti si sviluppano in relazione ad alcune caratteristiche socio-economiche dei territori. In sintesi, è possibile sostenere che l’illegalità va messa in relazione alla presenza di:

  • un territorio ricco nel quale investire risorse;
  • una condizione di sofferenza del sistema economico che rende le imprese vulnerabili e maggiormente disponibili ad intraprendere comportamenti illegali;
  • una cultura locale che accetta atteggiamenti e comportamenti opportunistici e illegali

Il processo sovra descritto rischia, per altro, di attivare un circolo vizioso. Le aziende che superano la crisi non sono solo quelle che hanno colto i cambiamenti del mercato e sono state capaci di investire nell’innovazione, ma anche quelle che hanno ridotto le loro resistenze all’assunzione di comportamenti illegali. Questa condizione crea due effetti negativi, che possono essere ricondotti: all’impoverimento della qualità del tessuto economico dovuto alla presenza di imprese che competono non sulla base della loro capacità di fare impresa ma alterando le condizioni della concorrenza attraverso l’illegalità; un secondo aspetto di questo circolo vizioso è riconducibile alla riduzione delle resistenze all’assunzione dei comportamenti illegali. Anche in questo caso la ricerca ci ricorda che se cala la pressione sociale alla resistenza all’opportunismo si rischia di creare un contesto sociale nel quale la trasgressione delle norme finisce per essere considerata un comportamento socialmente accettato. Se tutti ricorrono all’evasione fiscale o al lavoro in nero, tale comportamento perde il significato negativo, di trasgressione sociale. Viene derubricato a comportamento diffuso (normale nel senso di caso frequente) che consente di ridurre i costi, risponde alla logica del “così fanno tutti”.

Altri due fattori hanno evidenziato la loro capacità di contribuire a creare condizioni favorevoli al consolidare la propensione all’illegalità. Un primo fattore è riconducibile agli effetti perversi delle inefficienze della burocrazia. I tempi lunghi dei procedimenti burocratici o i ritardi dei pagamenti dei lavori effettuati per la pubblica amministrazione sono solo due esempi dei processi burocratici che contribuiscono a creare difficoltà nelle imprese e a produrre le condizioni che facilitano l’affermarsi di comportamenti illegali. Un secondo fattore riguarda gli effetti dell’ambiguità prodotta dallo scarto fra la velocità del cambiamento sociale e la staticità del sistema politico. Questo scarto porta ad un disallineamento fra le norme legali, che hanno tempi lunghi di approvazione, e quelle sociali, che cambiano in modo conseguente alla rapidità dei cambiamenti sociali. Questo disallineamento ha anche un effetto sulla delegittimazione del quadro politico visto come incapace di dare risposte alle nuove domande della società. La legittimazione del quadro politico finisce per delegittimare le norme legali (in generale), aumentando così la propensione all’illegalità.

Quali evidenze avete tratto dal confronto tra crisi economica e propensione all’illegalità in tre diverse regioni italiane
Possiamo affermare che i meccanismi sovra descritti riguardano tutti i contesti considerati, ma ci sono alcuni elementi che possono aiutare nell’analisi complessiva dei legami fra la crisi e i comportamenti illegali.

Un primo aspetto riguarda la correlazione fra l’aumento delle denunce di reato con l’andamento della crisi. In altre parole, in tutte e tre le regioni considerate l’aumento delle condizioni di crisi si associa con un aumento delle denunce di alcuni reati, quali: usura e riciclaggio. Questo conferma quanto detto precedentemente, ma è interessante constatare che la scala della frequenza dei reati è diversa (nel Veneto tale frequenza è decisamente minore). Pur nella difficoltà di interpretare i dati sulle denunce, che sono condizionate da diversi fattori, possiamo ipotizzare che la riduzione degli effetti della crisi porti ad una diminuzione delle denunce. Questa riduzione, però, non è tale da ripristinare le situazioni ante crisi, In altre parole, la crisi apre la strada ai comportamenti illegali, che pur riducendo la loro frequenza, rimangono presenti. Questo, probabilmente, consente anche alle organizzazioni criminali di rimanere nel contesto nel quale si sono infiltrate. Questa situazione sembra essere la risposta di regioni, come il Veneto; che presentano una maggior capacità di risposta alla crisi e, contemporaneamente un minor radicamento della criminalità organizzata. Diversa è la situazione in regioni, come la Puglia o la Campania. La loro minor capacità di rilanciare l’economia ed il maggior radicamento della criminalità organizzata, sembra presentare una minor flessione dei comportamenti illegali. In altre parole, la crisi aumenta l’illegalità che permane nel tempo.

Un secondo dato interessante che emerge dal confronto fra le regioni riguarda la propensione alla trasgressione delle norme legali da parte dei giovani universitari. Questa parte della ricerca intendeva analizzare la diffusione della cultura della legalità fra le future classi dirigenti dei tre contesti regionali analizzati. Da questo punto di vista le tre regioni sembrano non molto diverse fra di loro. In altre parole, possiamo assumere che i giovani, di tutte e tre le regioni considerate, hanno una discreta avversione allo sviluppo di comportamenti illegali nell’economia. Questa situazione è interessante perché risulta non conforme alla frequenza dei reati. L’ipotesi che possiamo fare a questo proposito è che l’entrata nel mercato del lavoro dei giovani, il loro incontro con pratiche professionali meno rispettose delle regole legali finiscano per minare le resistenze dei giovani e a consolidare la logica del “così fan tutti” che porta a considerare non evitabile l’assunzione di pratiche illegali.