Professor Di Quirico, la Sua ultima fatica, appena uscita per i tipi di Carocci, si intitola Crisi dell’euro e crisi dell’Europa: che nesso intercorre tra i due processi?
Crisi dell'euro e crisi dell'Europa Roberto Di QuiricoPotremmo dire che la crisi dell’euro ha aggravato di molto la crisi dell’Europa intesa come ideale di Europa unita, fermo restando che per crisi dell’euro non dobbiamo solo intendere la crisi dei debiti sovrani, ma tutto il complesso dei malfunzionamenti e delle storture progressivamente emerse nella struttura dell’Unione economica e monetaria tra cui l’ampliamento del divario economico tra nord e sud dell’Unione europea e la fragilità del settore finanziario semi-integrato europeo che tanti problemi ha causato alla stabilità economica dell’Unione europea. Potremmo dire che la crisi dell’euro ha reso evidente come anche in campo monetario l’Unione europea non funziona bene. Questo va ad aggiungersi a vari altri esempi di disfunzione o d’incapacità nell’affrontare problemi comuni che agli occhi dei cittadini europei dovrebbero essere di competenza dell’Unione. Purtroppo, essendo l’euro la più vistosa delle realizzazioni comunitarie, i suoi problemi sono altrettanto vistosi e questo ha fatto dell’integrazione monetaria e del suo simbolo per eccellenza, l’euro, il capro espiatorio nella propaganda politica dei nuovi e rampanti movimenti populisti, rafforzando di molto la percezione dell’intero processo integrativo come un grande imbroglio o, quantomeno, di un gran pasticcio che ha distorto l’ideale di unità europea e disatteso le aspettative dei cittadini europei. In altre parole, quella che chiamo crisi dell’Europa è soprattutto una crisi identitaria e di legittimazione, che i tecnicismi e la complessità delle questioni monetarie ha di molto acuito.

La moneta unica è destinata a fallire?
Non credo o, perlomeno, non è necessariamente destinata al fallimento. Molto dipenderà da come si evolverà l’Unione economica e monetaria e da come si riuscirà a conciliare le necessità di politica interna dei paesi membri con gli obblighi derivanti dall’esser membri della moneta unica. Questo non esclude che alcuni paesi possano tirarsi fuori da questa esperienza riducendone la portata, ma non la solidità. Far riferimento a un destino sottintende che vi sia un finale già scritto. Nel caso dell’euro esistono molti finali alternativi e non ci sono elementi sufficienti per dire che uno è molto più probabile degli altri. Chi lo fa improvvisa sapendo d’improvvisare.

L’integrazione monetaria europea è stata una scelta sbagliata?
No, in generale non lo è stata, ma forse non era la scelta migliore che si potesse compiere a quei tempi. L’eccezionalità del momento permise di prendere una decisione storica che fece fare all’integrazione europea un passo forse troppo lungo e repentino. In ogni caso non credo sia stata la scelta giusta per alcuni paesi, in primis la Grecia, che non erano nemmeno lontanamente in condizione di rispettare i vincoli che sarebbero derivati dall’appartenenza all’Unione economica e monetaria. In altri casi, e penso soprattutto all’Italia, la scelta poteva essere valida o no a seconda della capacità dei governi di utilizzare i vincoli derivanti dall’integrazione monetaria per scardinare le rigidità delle strutture politiche ed economiche italiane, cosa che palesemente non si è voluto o non si è saputo fare. Temo però che quest’opportunità epocale sia ormai svanita.
Per esser precisi bisogna anche dire che l’integrazione monetaria in parte non è stata una scelta dato che l’azione di alcuni attori, in primo luogo la Francia, e il modo in cui si erano integrate le economie europee lasciava pochi sbocchi a chi, una volta approvata l’unificazione monetaria, avesse pensato di restarne fuori.

Di quale governance economica ha bisogno l’Europa?
Avrebbe innanzi tutto bisogno di una governance “coraggiosa” nel senso di un’attività con una dimensione politica in cui non si lasci spazio a incertezze o negoziazioni su regole che invece dovrebbero essere certe e applicate. Si dovrebbe invece adottare un approccio anche comunicativo più intrusivo nelle questioni nazionali dicendo chiaramente cosa non funziona e di chi sono le responsabilità. In altre parole, c’è uno squilibrio di legittimità e di poteri tra Stati membri e istituzioni europee che non permette a queste ultime di mettere in discussione più di tanto le politiche nazionali e tantomeno di smascherare i comportamenti scorretti di chi spesso nasconde dietro ipotetiche vessazioni europee i propri errori o i propri trucchi in politica nazionale. Ne consegue che ci dovrebbe essere un sistema di sanzioni molto più rapido e incisivo non solo dopo che le infrazioni sono state rilevate, ma già quando le misure prese siano palesemente insostenibili o inadeguate a fronteggiare i problemi. Inoltre, il ruolo degli enti nazionali andrebbe ridotto pesantemente anche nel campo dell’utilizzo dei fondi di coesione, cioè in quel settore che dovrebbe aiutare i paesi meno efficienti a riguadagnare competitività ma che questi paesi proprio perché poco efficienti non riescono a spendere. Quello che intendo è che la Commissione dovrebbe accentrare i fondi strutturali e utilizzarli direttamente nelle aree più in difficoltà non solo per arretratezza cronica ma anche a causa della crisi, combinando questo utilizzo con l’imposizione di modelli virtuosi nella gestione pubblica dei problemi economici che tolga ai governi nazionali gli strumenti per aggirare gli obblighi derivanti dalla partecipazione ad un progetto di tale portata qual è l’integrazione europea. In questo modo si creerebbe una poderosa politica di sviluppo interamente europea che permetterebbe di scavalcare molte delle storture che limitano l’efficacia dell’integrazione monetaria e che in gran parte non dipendono dall’Unione europea, ma dai governi nazionali. Purtroppo, il processo d’integrazione monetaria è stato governato poco e questo ha causato dei danni che non sono più rimediabili con l’attuale struttura istituzionale dell’Unione. C’è bisogno di un cambiamento drastico che parta dalla presa di coscienza dei limiti dell’attuale Unione europea e delle sue capacità di governo e che porti ad un’Unione europea in grado di accentrare poteri e competenze in modo tale da uniformare le politiche europee, soprattutto quelle di natura economica, privando i governi nazionali di quegli spazi che gli permettono attualmente di resistere a riforme nazionali che sono necessarie per far funzionare l’Unione europea ma sono sgradite perché politicamente impegnative e talvolta dannose per le modalità con cui alcuni governi gestiscono il potere.

Quale sarà il futuro dell’euro e il futuro dell’Europa?
Ovviamente, non posso saperlo e credo che nessuno sia in grado di fare previsioni sufficientemente affidabili. Quello che posso dire è che senza l’euro non credo ci sia futuro per l’Europa. Dico questo non perché ritenga l’integrazione monetaria il fulcro dell’integrazione europea. In realtà, penso che dell’unificazione monetaria si sarebbe potuto fare a meno, almeno per qualche decennio, ma ormai il passo è stato fatto ed è un passo talmente impegnativo che un suo fallimento renderebbe impossibile qualsiasi altro avanzamento dell’integrazione europea. Se dopo tanti sacrifici e dopo aver sostenuto costi economici e politici, l’intera costruzione monetaria dovesse crollare come si potrebbe mai dare fiducia a successivi tentativi d’integrazione profonda, anche in altri campi? Con l’avvio della presidenza Trump, per esempio, si parla molto della creazione di un esercito europeo che possa sostituire le forze americane nella difesa del continente. Quale credibilità avrebbero mai i potenziali partner di questa iniziativa se già avessero fallito nella creazione e nel consolidamento della moneta unica, soprattutto se tale fallimento fosse dipeso dall’inaffidabilità di alcuni di loro e dall’incapacità degli altri di imporre il rispetto delle regole adottate di comune accordo?