Creature di un sol giorno. I greci e il mistero dell'esistenza, Mauro BonazziProf. Mauro Bonazzi, Lei è autore del libro Creature di un sol giorno. I greci e il mistero dell’esistenza edito da Einaudi: quale profonda riflessione sul senso della condizione umana ha prodotto la civiltà greca?
Il mondo greco ha prodotto una riflessione luminosa sulla condizione umana a partire dal tema della morte. Il problema non è che si debba morire: questo è un fatto, su cui non c’è molto da dire. Il problema è quello che questo fatto implica. Non eravamo, siamo, non saremo. Quale è il valore di qualcosa che è destinato a scomparire nel nulla? ‘Effimero’ è una parola che viene direttamente dal greco: indica qualcosa di breve durata (‘che dura un giorno’, letteralmente). La creatura effimera per eccellenza, nel mondo greco, è l’uomo. Tutta la riflessione greca è un tentativo di comprendere quale è il senso e il valore della condizione umana, a dispetto della nostra caducità. Non è detto che le risposte che i greci hanno trovato siano quelle giuste – nel libro cerco anche di sottolineare i punti deboli delle varie tesi che sono state elaborate. Addirittura, si potrebbe osservare che il tentativo di contrapporsi alla morte sia destinato al fallimento. Ma è proprio in questa conclusione che emerge forse l’intuizione più interessante. In fondo è vero: la morte è qualcosa di costitutivo della natura umana (non siamo infatti i ‘mortali’?), e proprio per questo è così importante: perché mostrandoci la nostra fragilità, ci ricorda anche quanto sia preziosa la nostra vita.

Quali risposte alle domande sul senso delle nostre esistenze ci arrivano dal pensiero greco?
Le risposte sono sostanzialmente due. Un buon punto di partenza è il dialogo tra Glauco e Diomede nel quinto canto dell’Iliade. Prima della battaglia Diomede chiede a Glauco di identificarsi perché lui possa gloriarsi della sua morte. La risposta di Glauco è all’inizio disincantata e si traduce in alcuni versi celeberrimi: come le foglie, così le stirpi degli uomini… la nostra esistenza non ha senso o valore, è destinata a perdersi nel nulla. Eppure Glauco risponde, raccontando la storia della sua famiglia – la storia di eroi che hanno combattuto, opponendosi alla morte e al nulla, per mostrare il loro valore. E così è pronto a fare anche lui. Questa è una prima risposta, che verrà poi ripresa dalla democrazia ateniese: è costruendo qualcosa insieme che possiamo dare prova del nostro valore. La seconda risposta si trova invece in Platone e Aristotele: conoscendo, comprendendo il tutto, ci renderemo conto che non è vero che viviamo in un mondo indifferente e che verremo inghiottiti nel nulla. La realtà, per chi la sa osservare, è uno spettacolo meraviglioso, in cui tutto ha posto e valore. In questo senso la conoscenza rende divini, ci permette di vedere le cose come vedono gli dei e rende il problema della morte irrilevante.

Quello che ho cercato di mostrare nel libro, insomma, è che si potrebbe dividere la riflessione dei greci sulla morte e l’esistenza in due gruppi: la distinzione principale è quella tra filosofi e non filosofi. Se i filosofi cercano di esaltare i punti di continuità che ci legano al tutto, gli altri, e i poeti in particolare, insistono piuttosto sul contrario, sulla specificità e solitudine dell’uomo. Ne emergono così due concezioni alternative di quello che siamo: da un lato c’è l’idea dell’uomo come parte del tutto, e che come parte del tutto può riscoprire la bellezza e il valore della sua esistenza; dall’altro un’idea sostanzialmente tragica in cui l’uomo deve invece combattere per dare prova del suo valore e dunque mostrare che non è vissuto per niente. Sono due possibilità ugualmente legittime, che si traducono in due modi di vita antitetici: da un lato la vita contemplativa, dedicata alla conoscenza, dall’altro la vita attiva, dedicata alla politica. Anassagora o Pericle, come dirà Aristotele. O meglio ancora, come dirà invece Nietzsche (di cui si parla a lungo, nel libro), Omero o Platone?

Quali autori si sono maggiormente interrogati sul senso dell’esistenza umana?
Come osservavo in precedenza, quasi tutti i più grandi autori si sono occupati di questo problema. In fondo non poteva che essere così, visto il tema in discussione. Visto che ho già parlato di Omero e Platone, vale forse la pena di ricordare Epicuro, che come al solito ama provocare e tiene una posizione particolare negando che la morte sia un problema – o meglio è un problema solo per chi se ne preoccupa, rovinando così la sua vita. Non ha tutti i torti, in effetti: «la morte non è nulla per noi», nel senso che o ci siamo noi o c’è lei. Perché preoccuparsi allora di qualcosa che non ci riguarda? Ci preoccupiamo forse perché non eravamo presenti quando Napoleone combattere a Waterloo? Perché dovremmo allora preoccuparci di quello che accadrà quando non ci saremo più? Del resto, poi, se la vita è come una festa, non è bella proprio perché non finisce? O vorremmo forse partecipare a un banchetto che non termina mai? Non sarebbe meglio lasciare perdere questo problema una volta per tutte, godendoci una buona volta la vita che ci è toccata in sorte?

Nel libro, poi, non ho resistito alla tentazione di compiere alcune incursioni in epoche successive, concentrandomi su autori che hanno continuato a riflettere sulla falsariga dei greci. Due casi interessanti, a questo proposito, sono Dante e Nietzsche. Nel caso di Dante penso ovviamente al canto di Ulisse nell’Inferno: Ulisse è di fatto il simbolo della filosofia greca, della sua grandezza e della sua miseria. Perché non c’è niente di più grande del desiderio che ci spinge a ricercare e conoscere, ma questo desiderio è destinato a rimanere vuoto senza l’aiuto della grazia divina. Per questo il viaggio della filosofia (di questo si parla nel canto di Ulisse) è destinato al naufragio, mentre Dante arriverà a coronare il sogno di vedere Dio. Ma se Dio non esistesse, quale sarebbe la destinazione del viaggio della filosofia e di noi tuti? È la domanda che si porrà Nietzsche, introducendo nuovi e inquietanti problemi. Conoscere Dio significava anche, per Platone e Aristotele così come per Dante, conoscere il bene e il male. Ma senza più Dio cosa ne è del bene e del male? Sembrano problemi astratti, ma sono molto concreti. Non si parla di questo oggi, quando ci si interroga sui limiti – sempre che ce ne debbano essere – dell’impresa scientifica?

Qual era la concezione della morte nel pensiero greco?
È difficile parlare di una concezione unica, al singolare. Come comune denominatore si può forse osservare che il tratto caratterizzante è la negazione della vita. Di fatto si può anche ammettere la possibilità di un’esistenza nell’aldilà, ma questa esistenza è dimidiata, priva di una consistenza reale. La vita nell’aldilà è una parvenza di vita, senza intelligenza e piaceri. Per questo la vita è così importante – tutto si gioca in questo mondo, e la sfida è capire come fare.

In che modo il pensiero greco può ancora oggi aiutarci a dare un senso alle nostre vite?
Troppo spesso tendiamo a vedere nei Greci un modello di perfezione, quasi che ancora oggi, a distanza di millenni, potessero guidarci in una vita piena di soddisfazioni e successi. Lasciando da parte le applicazioni più banali di questa idea (per cui non mancano mai libretti su Epicuro o gli stoici e l’arte di vivere, tanto per fare un esempio), si potrebbe osservare che questa idea risale fino all’illuminismo e al neoclassicismo o ancora più in su al Rinascimento: è l’idea del ‘miracolo greco’, per ripetere una celebre affermazione di Ernst Renan. Ma si tratta in realtà di un mito. Come noi i greci furono pieni di dubbi e inquietudini e proprio per questo ci parlano ancora, da distanze così lontane. In fondo, se ci sono ancora utili, è proprio per le ragioni opposte a quelle che normalmente si ripetono: non perché sono come noi, ma perché sono diversi da noi, e ci costringono a guardare agli eterni problemi dell’esistenza umana da una prospettiva diversa, spiazzante e per questo illuminante. Non è detto che abbiano ragione, ma ci ricordano che la realtà è più complessa di quello che pensiamo e ci incoraggiano a procedere nella costruzione di una vita soddisfacente.

Mauro Bonazzi insegna Storia della Filosofia Antica e Medievale presso l’Università di Utrecht. Ha insegnato anche a Milano, Clermont-Ferrand, Bordeaux, Lille e all’Ecoles des Hautes Etudes di Parigi. Specialista del pensiero politico antico, di Platone e del Platonismo, ha scritto diversi libri tra i quali ricordiamo: I sofisti (Carocci, 2010); Platone, Menone e Fedro (Einaudi, 2010 e 2011); Il platonismo (Einaudi, 2015); Con gli occhi dei Greci (Carocci, 2016); Atene, la città inquieta (Einaudi, 2017); Processo a Socrate (Laterza, 2018) e Piccola filosofia per tempi agitati (Ponte alle Grazie, 2019). Collabora con il Corriere della Sera e con Il Mulino.