“Created equal. La rivoluzione mancante alle origini degli Stati Uniti d’America” di Alessandro Maurini

Dott. Alessandro Maurini, Lei è autore del libro Created equal. La rivoluzione mancante alle origini degli Stati Uniti d’America pubblicato dalle Edizioni di Storia e Letteratura: cosa rappresentarono di straordinario i natural rights of man della Declaration of Independence americana?
Created equal. La rivoluzione mancante alle origini degli Stati Uniti d’America, Alessandro MauriniRiassumere la loro straordinarietà non è affatto semplice. Intanto costituiscono un vero e proprio progetto politico e costituzionale: questo è già di per sé straordinario, perché trasformano il linguaggio precedente dei diritti, perlopiù filosofico e morale, in termini politici, giuridici, costituzionali. Rappresentano, insomma, un elemento di rottura nella storia dei diritti, cioè la loro costituzionalizzazione, di cui la Declaration of Independence incarna il primo momento storico.

Quei natural rights of man, inoltre, rappresentano i principali termini del progetto illuministico dei diritti dell’uomo: un principio di uguaglianza degli esseri umani con fondamento nella natura umana, che insieme ai diritti naturali dell’uomo delinea la differenza tra costituzione e legislazione, tra diritti civili primari e diritti civili secondari – una differenza rappresentata, nella sua realizzazione pratica, da una Dichiarazione dei diritti che precede la Costituzione.

I natural rights of man, insomma, rappresentano una costituzione dei diritti e non dei doveri, dove quei diritti sono individuali, universali, inalienabili, imprescrittibili: costituiscono un linguaggio e un bagaglio concettuale totalmente innovativi, rivoluzionari rispetto non solo all’Antico Regime contro cui si scagliano, ma anche, soprattutto nel valore politico di una costituzione scritta, rispetto al costituzionalismo britannico (considerato fino a quel momento, con la complicità di Montesquieu, il modello costituzionale per eccellenza). Infine, la loro straordinarietà sta nel costituire un laboratorio moderno per la contemporaneità: lo spartiacque che essi rappresentano nella storia dei diritti, cioè quella costituzionalizzazione di cui si diceva, dona al linguaggio e al bagaglio concettuale dei natural rights of man una dimensione contemporanea. Dopo un cono d’ombra in cui sono finiti per oltre un secolo e mezzo, in cui, ahinoi, abbiamo visto i frutti della loro assenza, quel linguaggio e quel bagaglio concettuale diventano indispensabili per comprendere oggi, nell’età in cui i diritti dominano ogni agenda nazionale e internazionale, politica e non, che cosa si intende e che cosa vogliamo si intenda per diritti umani.

Perché si può parlare di quella americana come di una «rivoluzione mancante»?
Dunque, intendiamoci. Non è che quella americana fu una rivoluzione mancante, ma piuttosto che ci fu una rivoluzione mancante nella Rivoluzione americana.

Se la Declaration of Independence è riconosciutamente e giustamente il suo documento fondativo, ebbene essa contiene due elementi rivoluzionari: il right of revolution di un popolo che si dichiara indipendente e il progetto costituzionale illuministico dei natural rights of man.

Ora, il primo obiettivo rivoluzionario fu certamente centrato, con una indipendenza raggiunta attraverso una valorosa guerra e soprattutto con la nascita di una Unione di Stati che per diversi motivi ed elementi in gioco richiese una vera e propria impresa politica. Il secondo obiettivo rivoluzionario fu invece completamente mancato: del progetto costituzionale illuministico dei natural rights of man non c’è alcuna traccia nella Costituzione, nemmeno nella versione finale del 1791 con i primi dieci emendamenti (erroneamente definiti Bill of Rights, perché nulla hanno a che fare con quei natural rights of man).

Quindi, in conclusione, in base al primo elemento rivoluzionario della Declaration, quello del right of revolution del suo primo solenne paragrafo, quella americana fu una rivoluzione, eccome se lo fu. Ma in base al secondo elemento rivoluzionario, quello del progetto costituzionale illuministico dei natural rights of man, quella americana non fu per nulla una rivoluzione – anzi, a dirla tutta fu una non-rivoluzione, per non dire una contro-rivoluzione.

Ecco, questa è la rivoluzione mancante nella Rivoluzione americana. Infatti, dopo la Rivoluzione americana, l’America sarà sì una solida Unione degli Stati Uniti d’America, ma anche un Paese in cui, come ebbe a dire Lincoln un secolo più tardi, tutti gli uomini sono creati uguali tranne i negri, i cattolici e gli stranieri. Eccola, la rivoluzione mancante: in breve, quella del created equal.

Una rivoluzione mancante che, al di là del gioco di parole, dal punto di vista storico obbliga a sciogliere il nesso storiografico tra Dichiarazione d’Indipendenza e Costituzione, finora visti perlopiù in continuità e solitamente uniti nel concetto, appunto, di Rivoluzione americana. Concetto che è invece da ripensare. La continuità è solo tra il primo paragrafo della Declaration (quello che sancisce il right of revolution) e la Constitution, ma tra il secondo paragrafo (quello del progetto costituzionale dei natural rights of man) e la Constitution c’è invece una netta discontinuità: la Costituzione tradisce, disperde e nullifica il carattere eversivo di quel progetto illuministico. Tale ripensamento, quindi, obbliga anche a sciogliere definitivamente il nesso storiografico tra Illuminismo e Rivoluzione americana.

Cosa accadde al linguaggio e al progetto dei natural rights of man nel processo costituzionale americano?
Soccombono di fronte alle logiche del realismo politico. Il sogno della Declaration of Independence, alimentato dalle Costituzioni (e legislazioni) locali in Virginia, Pennsylvania, Massachusetts e New Hampshire (e Vermont, se andiamo al di là degli Stati membri della Confederation), si scontra con una realtà in cui per centrare il primo obiettivo rivoluzionario bisogna rinunciare al secondo, in cui la realizzazione del right of revolution può avvenire solo a scapito della realizzazione del progetto costituzionale dei natural rights of man. Si sceglie il primo, con un’impresa politica il cui prezzo da pagare è piegare il secondo, per dirla con Condorcet, agli interessi nazionali.

In che modo la rivoluzione illuministica si riflettè dunque nel processo costituzionale americano?
Con una straordinaria e appassionata lotta per quella rivoluzione, dall’assemblea costituente di Philadelphia fino all’approvazione degli emendamenti, sia a livello istituzionale, nazionale e locale, sia nello spazio pubblico. Il linguaggio e il progetto rivoluzionario illuministico esplodono nel e durante il processo costituzionale americano, e la sconfitta finale non toglie nulla a quella gloriosa lotta, finora non sufficientemente evidenziata proprio a causa del suo fallimento. Per evidenziarla, il modo migliore è riscrivere la storia del processo costituzionale americano, come ho tentato di fare in questo libro, proprio attraverso i protagonisti e gli interpreti di quella lotta, sottolineando come e quanto quel linguaggio e quel progetto rivoluzionario siano presenti in quel processo.

La lotta per la rivoluzione illuministica dei diritti si declina fondamentalmente in due battaglie, quella per l’abolizione della schiavitù e quella per una Declaration of Rights premessa alla Constitution.

È una lotta combattuta nelle sedi opportune, quelle istituzionali, ma anche nello spazio pubblico, per il coinvolgimento del maggior numero di persone possibile: ciò sancisce, prima ancora che gli Stati Uniti diventino ufficialmente una Repubblica, la vittoria dello spirito repubblicano inteso come partecipazione (ed è una vittoria della rivoluzione illuministica).

È una lotta appassionata e a viso aperto, senza esclusione di colpi, ma anche strategica: spinge fino alla fine sull’emancipazione, ma accetta un compromesso sulla schiavitù per non mettere a rischio la Dichiarazione dei diritti, che viene perfino presentata, come emendamento, priva del principio di uguaglianza naturale degli uomini che inchioderebbe la schiavitù, per evitare che il fallimento sul primo fronte porti alla sconfitta anche sul secondo.

Non bastò, è vero. E a dirla tutta, fu anche una fine abbastanza ingloriosa. Ma ci insegna molto sul significato, il valore, il ruolo e il senso di quei natural rights of man. Essi sono diritti naturali dell’uomo perché hanno il loro fondamento nella natura umana, che in quanto tale appartiene all’uomo, all’essere uomo. Sono dell’uomo, al singolare, perché hanno valore individuale. Sono dell’uomo, e non del cittadino, perché hanno valore universale (è il cosmopolitismo illuminista). Sono diritti dell’uomo in contrapposizione ai diritti della proprietà che caratterizzavano le libertà degli Englishmen: il senso è quello di includere ogni uomo, non solo i proprietari. Non sono dell’uomo in contrapposizione a della donna, perché includono l’emancipazione femminile (si veda la Costituzione del Vermont e la battaglia di Mercy Otis Warren, la più straordinaria interprete femminile di quella lotta), così come includono gli schiavi (si veda la fine della schiavitù negli stati come il Massachusetts che realizzano il sogno rivoluzionario della Declaration, nonché tutta la lotta per l’abolizione della schiavitù all’interno del processo costituzionale americano tracciata nel libro).

E non potrebbe essere altrimenti, data la politicità, l’universalità, l’inalienabilità, l’imprescrittibilità dei natural rights of man che hanno il proprio fondamento nella natura umana.

Quale dimensione acquistano quei diritti nell’attuale dibattito sui diritti umani?
La loro dimensione è quella di impugnare e difendere quel significato, quel ruolo, quel senso, quei valori che essi rappresentano (individualità, universalità, inalienabilità, imprescrittibilità, politicità, con fondamento nella natura umana) per il significato, il ruolo, il senso, i valori che vogliono e devono rappresentare oggi i diritti umani.

È una difesa più che mai necessaria: c’è chi pensa che invece i diritti umani abbiano e debbano avere, praticamente all’opposto, un significato, un ruolo, un senso, un valore morale, anti-politico, con fondamento religioso, non individuale ma collettivo, cioè degli Stati e delle nazioni post-coloniali poco funzionanti per cui i diritti umani rappresentano i limiti esterni alla loro sovranità.

Ebbene, che cosa vogliamo che rappresentino, oggi, i diritti umani? Il significato, il ruolo, il senso, i valori dei diritti illuministici, con fondamento storico in quei natural rights of man, rappresentano una soluzione al quesito, e si scontrano con la soluzione alternativa, che per la verità pare andare per la maggiore, nel dibattito contemporaneo.

La questione è storica (e colpevole è il ritardo degli storici nel dibattito), ma la sua dimensione politica è tanto complessa quanto urgente: in nome dei diritti umani, oggi gran parte dei Paesi e delle organizzazioni internazionali determinano la propria agenda politica – si pensi soltanto all’importanza di comprendere in nome di cosa si intraprende un intervento armato o una missione umanitaria quando lo si fa, appunto, in nome dei diritti umani.

La questione incombe: è evidente il rischio, da cui già Norberto Bobbio metteva profeticamente in guardia, che i diritti umani diventino un’ideologia, un’etichetta, una bandiera inattaccabile – d’altronde, chi è che oggi si oppone o si opporrebbe a qualsiasi cosa fatta in nome dei diritti umani? – dietro cui non esistono valori ben definiti, e i vari Paesi e organizzazioni internazionali li definiscano a proprio piacimento a seconda delle occasioni per giustificare le loro decisioni nascondendo altre motivazioni.

Alessandro Maurini, dottore di Ricerca in Studi Politici. Storia e Teoria, è assistente alla didattica al corso di Diritti umani. Storia (Dipartimento di Giurisprudenza) e collabora al corso di Storia Moderna (Dipartimento di Studi Storici) dell’Università di Torino. Si occupa di storia del pensiero politico moderno e contemporaneo. È autore di Aldous Huxley. The Political Thought of a Man of Letters (Lexington Books, 2017), è autore e co-curatore di Sul mondo nuovo di Aldous Huxley (Edizioni di Storia e Letteratura, 2019) ed è il curatore dell’attuale edizione di A. Huxley, Il mondo nuovo – Ritorno al mondo nuovo (Oscar Mondadori), in cui firma una traduzione e la Nota finale.

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