Cospiratori e poeti. Dalla Comune di Parigi al Maggio 68, Diego GabuttiDott. Diego Gabutti, Lei è autore del libro Cospiratori e poeti. Dalla Comune di Parigi al Maggio 68 edito da Neri Pozza: in che modo le «avanguardie» hanno anticipato e ispirato il ’68?
Non lo hanno anticipato e nemmeno ispirato. Diciamo che le avanguardie sono state la didascalia del 68. Non del 68 in generale ma del 68 parigino, che capitò in quella particolare forma (le barricate, l’immaginazione al potere, gli slogan trompe-l’oeil) nella capitale stessa delle avanguardie, dove da un pezzo gli artisti erano alleati con le classi pericolose della società, prima con la bohème e il milieu delle cospirazioni, poi col movimento operaio e comunista. Da più d’un secolo, gli artisti parigini d’avant-garde cercavano il modo di coniugare l’arte con la vita. «Cambiare il mondo, cambiare la vita»: era il proposito della poesia moderna, dai romantici a Rimbaud, da Ubu Roi a Dada. Magari non c’erano riusciti, e forse non c’era proprio modo di rompere la separatezza, ma avevano capito quale (e dove) fosse l’uscita dalla storia: il radicalismo proletario, la rivoluzione contemporaneamente politica e culturale. Di questo si nutrì il 68 parigino. Altrove se ne ebbe soltanto qualche vaga eco.

Dove affondano le proprie radici le avanguardie artistiche di quegli anni?
All’epoca, nei ranghi goscisti, l’arte era considerata dai più una «sovrastruttura», come si diceva allora: qualcosa da tenere in scarso conto, come la moda, o le canzonette. Anche gli stessi situationistes di Guy Debord, attivi nel movimento delle occupazioni, si erano separati anni prima dall’ala «artistica» dell’Internazionale situazionista originaria (l’ala «artistica» aveva dato vita alla cosiddetta Seconda Internazionale situazionista) e non volevano sentir parlare d’arte separata dalla «vita concreta», quella dei movimenti radicali. Nati dall’Internazionale lettrista, nipoti del surrealismo, pronipoti di Baudelaire e di Jarry, i situazionisti di Guy Debord volevano «mettere in pratica la poesia moderna», da cui avevano preso le mosse, e rovesciare il mondo. Non era nemmeno un tentativo, in realtà. Fu soltanto un grido di guerra, ma è anche tutto quel che di memorabile è stato fatto nel 68 parigino: Sartre, il maoismo, Godard, il militantismo eccetera sono, al confronto, soltanto fuffa.

Come si è articolato il conflitto tra arte e potere che da più di tre secoli caratterizza le società occidentali?
Si è trattato d’un conflitto aperto, come si dice, ma anche del suo contrario: una perfetta intesa. Tra il lato oscuro del potere e il lato oscuro dell’utopia, col quale le avanguardie non mancarono mai di scattarsi qualche selfie, c’erano più affinità che differenze. Con le loro invenzioni e le loro iperboli, le avanguardie artistiche anticiparono (più che il 68) i totalitarismi del XX secolo. Prima se li augurarono, poi ne abbracciarono la causa, fino a perdervisi: i futuristi italiani e il fascismo, gli artisti parigini d’avant-garde e il potere sovietico. Breton, magari, fu trotskista e non stalinista, ma la sostanza rimane la stessa: la vita cambiava, e così il mondo, però cambiavano in peggio. Destre e sinistre estreme, con le quali gli artisti d’avanguardia furono solidali, scesero in campo contro le democrazie liberali, che non avevano saputo evitare la Grande guerra, l’evento più traumatico della storia universale fino a quel momento. Più tardi anche il 68 scese in campo contro le società aperte: è il cuore di tenebra della modernità, nel secolo breve e oltre. Non fu soltanto la poesia moderna, del resto, a battersi contro il potere. Anche l’arte tradizionale, che secondo le avanguardie avrebbe caramellato l’horror della società ingiusta, era scarsamente sintonizzata col potere. Per capirlo basta leggere Balzac, oppure Thomas Mann. Spesso, anzi, l’arte «alta» borghese, che mai fu servile con i potenti, si scontrò col potere totalitario, sul quale puntavano al buio gli avanguardisti, a dimostrazione che il mondo è più complicato di come l’avanguardia se lo racconta.

Quali artisti hanno maggiormente contribuito al dibattito di quegli anni?
Nel Sessantotto? Nessuno. A parte forse qualche regista cinematografico, le cui opere ebbero un ché d’esemplare, e furono molto viste e commentate, ma che certo non contribuirono al dibattito. Penso a Sam Peckinpah, a Sergio Leone, a Stanley Kubrik. Ci furono i cineclub, ma negli anni successivi, quando il 68 si fu fossilizzato e «gruppuscolarizzato». Ci furono le canzonette, naturalmente. Bob Dylan, qualche canzoniere proletario che veniva esaltato per buona educazione, il rock’n’roll. Oggi si straparla dei film di Godard, maoista libro e moschetto, che in realtà si guardava sbadigliando, o delle poesie e dei corsivi Ur-ecologisti di Pier Paolo Pasolini, che all’epoca non leggeva nessuno, e che nessuno legge nemmeno oggi. In realtà gli unici artisti che «contribuirono», per dire così, «al dibattito» furono quelli, sempre per dire così, che avevano appeso l’arte al chiodo: Guy Debord e i suoi.

Perché la parabola situazionista di Guy Debord è rappresentativa di quelli anni?
Non fu particolarmente rappresentativa, in realtà. Debord, Vaneigem e gli altri situazionisti, prima delle barricate di maggio, erano universalmente ignoti, e restarono tali ancora a lungo; non sono granché noti nemmeno adesso. Negli anni successivi, dopo le barricate, dopo il movimento delle occupazioni eccetera, le tesi situazioniste (la società dello spettacolo in primis) ebbero una risonanza internazionale, anzi planetaria. Ma il situazionismo fu un fenomeno soprattutto parigino, e anche a Parigi, nella capitale dei tumulti e delle avanguardie, fu un fenomeno minoritario, benché Debord abbia passato i successivi venticinque anni, prima del suicidio nel 1993, ad autoproclamarsi stratega segreto del 68 francese. Ma gli slogan e le tesi situazioniste – i libri scritti da Vaneigem e Debord (La société du spectacle, il Trattato di saper vivere a uso delle giovani generazioni) diventati subito (non dopo un po’: subito) dei classici, le loro dispute interne, il loro squillante anonimato – sono stati l’ultimo episodio d’una storia secolare. Con i situazionisti, si è chiuso un capitolo: niente più gemellaggi tra barricate proletarie e poesia moderna, tra il proposito di cambiare il mondo e quello di cambiare la vita, allo scopo di rendere il primo appassionante, l’altra avventurosa. Non c’è più poesia, e anche i tumulti non sono più quelli d’antan.

A distanza di 50 anni, quali sono il bilancio e l’eredità del ’68?
Del 68 parigino non resta nulla d’importante. Qualcosa del clima dell’epoca sopravvive nel gergo della politica rococò, soprattutto di sinistra (ma non solo). Come allora, qualcuno veste ancora casual, questo sì, ma nessuno legge più, a differenza d’allora, «nel 68», quando si leggeva molto (adesso c’è poco da leggere, del resto, e mica si può ri-leggere sempre gli stessi libri per sempre). Ci sono insomma rimasugli, briciole e avanzi di 68. Si vivrebbe benissimo (anzi, si vivrebbe meglio) anche se non ci fossero. Come a suo tempo il surrealismo, che le derive della modernità trasformarono nel linguaggio degli spot pubblicitari e dei video musicali, anche le «forme» del 68, «recuperate» (come direbbero i situazionisti) «dal sistema spettacolare», si sono trasformate in parodia del 68: il politically correct, i canzonettari engagés spacciati per filosofi, il femminismo delirante in chiave di #MeToo, la censura sui libri (via Shakespeare e Mark Twain, dentro Alce Nero parla). Come col vizio del fumo, si dovrebbe smettere anche col vizio del 68.

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