Cosmogonie e cosmologie. Una breve storia delle rappresentazioni dal simbolo alla fisica, Pietro OlivaProf. Pietro Oliva, Lei è autore del libro Cosmogonie e cosmologie edito da La Lepre: che differenza esiste tra i due termini?
Ho scelto questo titolo proprio per sottolineare l’importanza di individuare concettualmente due momenti culturali della nostra storia, momenti che in larga parte si sono sovrapposti lasciando traccia nel linguaggio e nell’immaginario collettivo e che sono infatti riscontrabili nello zeitgeist degli ultimi secoli.

Un primo istante fu immediatamente dopo lo shock esistenziale, una vera e propria ondata di panico (parola che non a caso viene dal satiro silvestre, il dio Pan) e di disperazione che l’essere umano sperimentò nell’intuire e attendere il proprio annientamento, nell’essere continuamente partecipe della dipartita dei propri simili, ripetendo in tal modo numerose volte durante l’esistenza il tormento del lutto nella memoria e nell’anticipazione. Quando il controllo sull’ambiente era minimo e ci si trovava in condizioni di mera sussistenza, eppure ci si interrogava comunque sul senso del mantenersi in vita, sebbene così fragilmente e con risultati provvisori.

I primi tentativi di risposta all’interrogativo esistenziale furono sotto forma simbolica, archetipica, fondanti alcuni aspetti della realtà, come percepita attraverso gli stati di affezione e costituiscono il Mito. Essendo queste risposte discendenti dall’autorità (anziani, sacerdoti, capi, regnanti, etc.) erano indiscutibili ed esponevano teorie di generazione dell’Universo ma più in particolare della Terra e dell’Uomo in relazione ad essa. Per tale motivo si è preferito riferirsi ad esse col termine cosmo-gonie dove il suffisso -gonia deriva dal greco γίγομαι (venire all’esistenza, essere prodotto da, passare di stato in stato). Sono sostanzialmente settori della conoscenza che attengono più alla filosofia ed all’epistemologia ma con qualche accorgimento la parola può anche riferirsi alle scienze esatte.

Nel secondo momento della storia della conoscenza, che classicamente si fa risalire ai filosofi presocratici (anche se questo è ovviamente una distorsione occidentale poiché misconosce i molteplici contributi mediorientali e del lontano oriente), vi fu la notevole pretesa di aderire alle osservazioni. In particolare vi furono numerose scuole di pensiero che imponevano quale giudice supremo della bontà delle ipotesi sulla Natura, i suoi fenomeni. L’aderire al Logos ci portò velocemente verso il metodo scientifico che nella sua forma più attuale ammette che una teoria sia falsificabile per essere definita “controllabile” e dunque scientifica. In poche parole possiamo solo essere certi della falsità di una ipotesi, giammai della sua verità definitiva. Le teorie scientifiche che spiegano la struttura del cosmo e le sue caratteristiche osservabili si dicono cosmologie. Il resto è religione, mito o superstizione.

Il libro, corredato di bellissime illustrazioni a colori, offre un’ampia rassegna di come le diverse civiltà hanno immaginato le origini del nostro Universo: quali civiltà ha raccontato?
Mi sono soffermato principalmente sull’Europa, sul Vicino e Medio Oriente e nel bacino del Mediterraneo ma ho fatto, nei limiti delle mie modestissime possibilità, incursioni libere e diacroniche nelle Americhe e nell’Estremo Oriente. Non sono tuttavia riuscito ad investigare come avrei voluto l’Africa e l’Oceania che costituiscono materiale per un altro libro. Ho dovuto anche io fare i conti con la limitatezza del mio tempo; mi riprometto tuttavia – come buon auspicio – di andare in questa direzione in caso d’una seconda edizione. Un ruolo fondamentale quale legame tra Mito e Logos è stato dato al pensiero greco classico. Ritengo adesso di aver però forse passato sotto silenzio alcuni aspetti del notevole contributo arabo. Ma stavolta più che per i tempi stretti per ignoranza delle fonti, molto difficili da reperire al di fuori di contesti accademici di nicchia. Anche di questo vorrò sicuramente parlare ancora se ne avrò opportunità.

Sin dalle sue origini l’uomo si interroga sull’origine dell’Universo: a quando risalgono le più antiche cosmogonie note?
Possiamo ipotizzare a fronte di seri indizi archeologici che le prime teorie sulla genesi del nostro Mondo siano addirittura paleolitiche, ma dalla semplice osservazione dei siti megalitici non si può negare che idee sulla struttura del Cosmo erano presenti sin dall’Età del Ferro. Certamente vi furono pratiche totemiche, e dunque è facile intuire che l’animale-totem sia in qualche modo oltre che fondatore della tribù, responsabile quantomeno della sua esistenza e sussistenza attraverso un racconto di creazione. Ma credo che il punto fondamentale per potersi permettere una cosmogonia complessa, sia stato il passaggio da cacciatore-raccoglitore a pastore-agricoltore. E difatti tradizionalmente le più antiche cosmogonie cui si accenna sono quelle mesopotamiche, tipicamente si comincia con l’Enuma Elish (“Quando in Alto”). Quindi conservativamente direi XVIII-XVI sec. a.C. ma accetterei anche la risposta “da sempre” poiché l’estrema cosmogonia è nell’Uomo stesso e nel suo corpo.

Quali ritiene i racconti più affascinanti?
A prescindere dall’estensione dell’opera e dalla forma (includo quindi anche favole o romanzi) posso certamente dire che mi affascina l’idea che la Terra sia il corpo smembrato di un dio sacrificato o di un Uomo Cosmico, che la volta celeste sia il cranio di un gigante e che esista un asse del Mondo (monte o albero che sia) intorno cui tutto ruota. Sono insomma affascinato dalle curiosità, dal modo trasversale con cui incontro le cose, dai piccoli particolari piuttosto che dal racconto intero.

In realtà mi affascina trovare miti e superstizioni nascosti nei posti più impensabili. Porto un esempio del tipo di percorsi che uso seguire: quando leggo Der abenteuerliche Simplicissimus Teutsch (L’avventuroso Simplicissimus) del Grimmelshausen, che è un semplice romanzo picaresco e da cui dunque sembrerebbe difficile a priori estrarre materiale per il mio libro, e vi trovo la frase[1]

[. . . ] sein Fenstern werden [. . . ] dem Sant Nitgalß gewidmet [. . . ]

mi pare scontato che c’è un gioco di parole, essendo la frase “le sue finestre erano dedicate a San non-vetro” senza senso. La chiave ovviamente è nel gioco di parole Sant Nitgalß che in effetti suona quasi Sankt Nikolaus, San Nicola. Ma perché uno dovrebbe dedicare le finestre a San Nicola? Ed ecco che trovo un’antica usanza: il giorno di San Nicola, che cade il 5 Dicembre, si racconta che il Santo, particolarmente attento ai bambini poveri, gettasse denari o doni dentro le case dai camini o attraverso le finestre (oggi la cosa è degenerata nel Babbo Natale della Coca-Cola che tutti conosciamo). Dunque la soluzione: dato che si stava descrivendo la casa di un povero, egli aveva le finestre dedicate a San Nicola, ovvero coperte da stoffa e senza vetri, poiché i vetri erano molto costosi. Da qui la curiosità di approfondire la figura di San Nicola mi porta ad esempio ad apprendere che la tradizione dei regali ai bambini è anche radicata nel nord Italia, e che spesso nelle rappresentazioni il Santo è accompagnato da una creatura demoniaca, il Krampus, una specie di punitore di bambini. Perché mai? Continuando s’apprenderà che tale usanza è molto antica ed attestata fin dal VI sec. d.C. nei paesi di lingua tedesca; legata inscindibilmente al solstizio invernale, la leggenda narra di un vero demone che fu chiamato col nome del santo per esorcizzarlo e infatti questo si ritrova nell’elemento chimico nichel, nome derivato proprio dal demone Nikolaus (il Vecchio Nik) perché il nichel anticamente privo di valor era detto “rame del diavolo” dai minatori, che spesso lo scambiavano per argento. Tale è il modo in cui ho trovato buona parte del materiale che è rappresentato nel libro.

Inoltre trovo molto peculiare che tanti racconti sulla creazione Africani (cui prima accennavo rimpiangendo di non aver avuto tempo d’includerli) narrano degli stenti e dei molteplici tentativi della divinità nel forgiare l’Uomo; e infatti spesso si incontrano racconti nei quali prima di giungere alla forma finale, il Creatore “sbaglia” una serie di volte generando esseri troppo deboli, troppo violenti o troppo inadatti. Sicché parrebbe che più che l’Universo, risultò molto difficoltoso indovinare le condizioni adatte per l’esistenza del genere umano, cosa peraltro che risulta compatibile con le moderne conoscenze: è relativamente facile infatti pensare a molti modelli di Universo, magari non adatti alla vita come la conosciamo, ma è molto poco probabile trovare parametri adatti allo sviluppo di esseri complessi come noi nelle vastità fredde e inospitali del Cosmo. E questo ci è confermato dal fatto che finora nessun segnale di forma intelligente è entrata nei nostri radar.

Quali sorprendenti somiglianze è possibile riscontrare tra i diversi racconti di civiltà anche lontane tra loro?
Io ne ho trovate alcune fonetiche ma il più delle volte sono dovute al puro caso. Altre sono chiaramente dovute al fatto che l’Uomo, indipendentemente da dove è nato, condivide necessariamente alcune paure: il tuono del fulmine, la notte tenebrosa, la vastità delle pianure, il mare, i monti, i fenomeni celesti in generale, la malattia e il dolore. La morte. Ci si crea allora figure che esorcizzano tali paure ancestrali. Poiché, si sa, nominare qualcosa è controllarlo almeno parzialmente. Ecco che ad esempio il cattivo tempo con fulmini e saette è un drago praticamente ovunque. La rotazione degli astri intorno ad un polo è una figura a spirale: lo svastika è un simbolo talmente diffuso nel Mondo che addirittura il nazismo (che ne adottò sciaguratamente la forma nelle sue insegne) lo prese a giustificazione di una discendenza da una razza antica che dominava la Terra in tempi remoti. I Cieli sono un cerchio, l’acqua è ciò che spesso riempie il grande abisso oltre il guscio delle stelle ed il numero che attiene alla Terra è il 4. Poi ci sono i mestieri: a volte tramandati in segreto tra generazioni sono depositari di segreti che esulano dal mondo materiale e che spesso sono insegnati solo per tradizione. Si pensi al fabbro, al falegname, al muratore, al contadino. Segreti che rendevano l’Arte perfetta e che facevano riconoscere immediatamente tramite alcuni simboli chi era della partita e chi invece millantava. Ecco che gli strumenti del mestiere vennero associati a valori morali e ciò avvenne in ogni luogo.

Quali sono le moderne teorie della fisica sull’origine del Cosmo?
Il modello consolidato che oggi si indica al grande pubblico è denominato appunto “Modello Standard” e si specifica “della cosmologia” per non confonderlo col modello usato per le particelle. Esso è conosciuto meglio fra gli addetti ai lavori col nome Λ-CDM cioè un Big Bang modificato con l’inflazione e riempito di costante cosmologica e materia fredda oscura. Sembra la ricetta di una fattucchiera ed in effetti c’è ben poco di fisica standard nel modello standard… ma tant’è e gli ingredienti ci servono tutti: la costante cosmologica Λ serve a spiegare l’espansione accelerata dell’Universo che osserviamo, la materia oscura fredda (Cold Dark Matter) è necessaria per giustificare le strutture che vediamo (le curve di luce delle galassie ad esempio che tradiscono più materia di quella visibile per tenere gravitazionalmente insieme il tutto) ed infine la materia barionica usuale. Tutto il resto va sotto il nome di cosmologia non standard e riguarda modelli molto più esotici: cosmologia frattale, del plasma, multiversi, universo ciclico e così via. Siamo solo all’inizio di una comprensione completa della Natura e finché non stabiliremo con certezza come la Meccanica Quantistica possa essere integrata nella Relatività Generale non andremo troppo lontano.

Cos’hanno in comune la visione scientifica del cosmo e i miti del passato?
Hanno in comune la spinta che porta ad indagare, ad intuire nel senso etimologico dell’intus-ire ovvero conoscere una cosa per compenetrazione. All’origine di entrambi infatti c’è la necessità di una domanda. È la domanda e chi la pone che getta il seme della risposta. Ci saranno poi risposte buone e altre meno buone come nel campo crescono erbe edibili e altre parassite. Sta al metodo adottato selezionare. Intanto credo, con la mia piccola fatica, d’aver dato un metodo a qualche ricercatore che non sapeva d’esserlo. Se vi avrò interessato a cercare, vi avrò dato il libro che c’è oltre il libro.

[1] https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/e/ec/BLV_033_Der_abenteuerliche_ Simplicissimus_1.pdf, pag.31, VII riga