Dott. Paolo Savoia, Lei è autore del libro Cosmesi e chirurgia. Bellezza, dolore e medicina nell’Italia moderna pubblicato da Editrice Bibliografica: perché è importante nella storia della medicina il bolognese Gaspare Tagliacozzi?
Cosmesi e chirurgia. Bellezza, dolore e medicina nell'Italia moderna, Paolo SavoiaA questa domanda si possono dare due risposte. La prima è quella che hanno dato la storiografia della scienza e della medicina tradizionali: Gaspare Tagliacozzi, medico e chirurgo della seconda metà del XVI secolo, sarebbe stato il padre della “chirurgia plastica” (tornerò su questo punto). Avrebbe infatti messo a punto e per primo descritto minuziosamente un metodo di ricostruzione dei volti mutilati da ferite o malattie (secondo questa versione, il “Mal Francese” o sifilide, tra i cui sintomi si contava l’erosione dei tessuti del naso e del palato) basato sull’innesto di pelle. La tecnica consisteva nel prendere un pezzo di pelle dal braccio e innestarlo sulla parte mutilata del volto tramite un complesso apparato di bendaggi e suture, al fine di “far prendere” l’innesto. Solo dopo due secoli, a partire dall’inizio del XIX secolo, sarebbe stato compreso il genio solitario di Tagliacozzi. Questa versione è frutto di una visione un po’ eroica della storia della scienza, in cui individui solitari dotati di superiore intelligenza inventano tecniche, concetti, pratiche. Molto spesso, questo tipo di ricostruzione storica è frutto della penna di chirurghi eruditi che, anche se hanno prodotto opere storiche molto informate e ancora oggi utilissime, erano spesso intenti a tracciare linee continue tra il passato e il presente, alla costante ricerca di precursori e padri nobili.

La seconda risposta che posso dare coincide con contenuto del mio libro. Molto in breve: anch’io ritengo che Tagliacozzi sia stato un personaggio molto importante nella storia della medicina, ma per ragioni un po’ differenti. Mi sono sforzato di mettere la sua monografia sulla chirurgia ricostruttiva del volto sotto una lente d’ingrandimento; la ricerca storica delle fonti mi ha condotto a esplorare contesti tra di loro diversi ma collegati, che vanno dai rapporti tra chirurgia e agricoltura a un’antropologia storica del simbolismo del volto, dall’importanza della figura moderna – quasi esclusivamente italiana – del “medico chirurgo” o chirurgo erudito, fino alle nozioni di naturale e artificiale e alle loro trasformazioni nel periodo della “rivoluzione scientifica”, per arrivare anche alla cultura dell’onore e del duello delle classi nobiliari. Tagliacozzi rappresenta una figura importante nella storia della medicina perché codifica una pratica chirurgica che è anche una specie di istantanea su parecchi fenomeni sociali, politici e scientifici in un mondo in trasformazione.

Il Suo libro esplora la storia sociale e culturale della chirurgia di età moderna: quale ne è il percorso?
Dunque, non posso che limitarmi a due suggerimenti generali sulla direzione di questo percorso. Indubbiamente, il XVI secolo è stato un periodo di grande innovazione per quanto riguarda la chirurgia. Basti pensare alla tecnica di Tagliacozzi, alle innovazioni sul trattamento delle ferite da armi da fuoco, alla diffusione delle protesi meccaniche, ecc. Tutti questi chirurghi della prima età moderna lavoravano con organi solidi, fluidi, meccanismi idraulici, drenaggi, suture, ecc. Questo avveniva in piena età galenica, un periodo che gli storici della medicina considerano cioè dominato dal sistema galenico basato sul concetto di malattia come squilibrio dei quattro umori – sangue, bile gialla, bile nera e flegma – e che veniva insegnato in tutte le università europee. I chirurghi, vorrei suggerire, anche quelli che formalmente aderivano al sistema galenico, giocarono un ruolo importante nel gettare un ponte verso le famose innovazioni del XVII secolo, dalla “scoperta” della circolazione del sangue di Harvey fino al meccanicismo cartesiano e malpighiano, e al corpuscolarismo della Royal Society.

In secondo luogo, il mio libro suggerisce di cercare di comprendere la storia della chirurgia, della medicina e della scienza in generale in età moderna attraverso i loro rapporti con altre pratiche – non dico “discipline”, perché vere e proprie discipline scientifiche si sono formate solo in età contemporanea – nel mio caso l’agricoltura, il giardinaggio, l’alchimia, l’arte dei barbieri e la magia naturale. Solo attraverso gli scambi tra medici laureati e sperimentatori pratici si capisce il percorso della scienza moderna.

Dove affonda le sue radici la chirurgia plastica?
Nel libro tento di mostrare che la “chirurgia plastica” si radica nella cultura dell’onore, nelle pratiche del duello, e in generale nelle forme storiche della mascolinità nell’Europa moderna. In altri termini, si tratta di una storia che va letta attraverso la lente del “genere”, intesa come strumento storiografico. Contesto l’idea, assai diffusa, che la chirurgia plastica sia nata per curare le mutilazioni derivanti dalla sifilide: nella mia ricerca ho trovato infatti solo casi che riguardano ferite inflitte con armi da taglio, e pazienti maschi (tranne un paio di eccezioni). In altre parole, per capire la nascita della chirurgia plastica bisogna guardare a quella che ho chiamato la cultura del volto della prima età moderna. Le mutilazioni facciali, e in generale gli sfregi, erano una materia incandescente per le persone del tempo, ed erano associate a due fenomeni: la punizione dell’adulterio femminile, e la punizione per il tradimento politico. Per un uomo aristocratico che aveva ricevuto ferite deturpanti in duello, mostrare un volto sfregiato poteva significare una diminuzione della sua virilità percepita. Per questo i nobili si rivolgevano a chirurghi come Tagliacozzi per una procedura costosa, assai dolorosa e dall’esito incerto. Si trattava di quella che ho chiamato un’”economia morale del dolore” in cui il prezzo da pagare per avere il volto restaurato era la sopportazione di un grande dolore fisico.

Non bisogna comunque dimenticare che sussistevano anche importanti condizioni intellettuali e specificamente scientifiche che hanno reso possibile la nascita della chirurgia plastica, prima tra tutte la rilettura di certi testi galenici da parte di medici umanisti come Gabriele Falloppio e Gerolamo Mercuriale, che misero all’ordine del giorno il problema della bellezza come questione medica e scientifica.

Quali mutamenti subisce la chirurgia plastica nella seconda metà del Novecento?
Dunque, la mia storia della chirurgia plastica termina alle soglie del XVIII secolo. Però mi è sembrato interessante notare due cose. Una è che l’associazione tra violenza, guerra, mascolinità e chirurgia plastica resiste fino alla seconda metà del XX secolo (basti pensare alla fioritura della chirurgia del volto per i reduci della prima guerra mondiale, e anche al fatto che la tecnica di Tagliacozzi è stata messa in pratica fino agli anni Quaranta). L’altra è che la dissociazione tra mascolinità e chirurgia plastica avviene solo nella seconda metà del XX secolo, e dopo tutta una serie di relazioni tra chirugia, fisionomia e “scienza della razza” nel primo Novecento, proprio quando si apre una lunga diatriba tra chirurgia plastica (o ricostruttiva) e chirurgia estetica (quest’ultima associata soprattutto al genere femminile, almeno nell’immaginario). Al tempo stesso, nel senso comune, ‘chirurgia plastica’ è diventato quasi un sinonimo di ‘chirurgia estetica’.

Mi è sembrato quindi interessante ricostruire le origini storiche di questi snodi scientifici e culturali. Gioco di parole a parte, un’immagine plastica di questo dissidio tra chirugia estetica e chirugia ricostruttiva l’ho trovata in un’opera letteraria, La gemella H di Giorgio Falco, messa in scena attraverso le vicende della famiglia Castelli, chirurghi plastici – e estetici – milanesi, seguita dal periodo del fascismo fino al XXI secolo.