Prof. Franco Brevini, Lei è autore del libro Così vicini, così lontani. Il sentimento dell’altro, fra viaggi, social, tecnologie e migrazioni edito da Baldini&Castoldi: perché un libro sulla lontananza?
Così vicini, così lontani Il sentimento dell’altro, fra viaggi, social, tecnologie e migrazioni, Franco Brevini«Ti sono vicino», «uniti per sempre», «mantenere le distanze», «distanza di sicurezza», «lontano dagli occhi, lontano dal cuore». Lontananza e vicinanza, i due termini al centro di questo libro, corrispondono a esperienze psicologiche e antropologiche profonde, in quanto definiscono il nostro rapporto con il mondo e con gli altri.
Lo spazio e il tempo, con cui vicinanza e lontananza si misurano, sono prodotti culturali. E infatti le idee che ne abbiamo si sono venute modificando negli ultimi due secoli. Le tecnologie della velocità e delle comunicazioni hanno reso obsolete nelle nostre percezioni le vecchie geometrie spazio-temporali. Vicino e lontano non sono più quelli di un tempo.

Il suo non è un libro disciplinare, ma di percorso, in cui la lontananza e la vicinanza costituiscono la diastole e la sistole di un viaggio nell’immaginario del nostro tempo.
Ho preso le mosse dall’esperienza del viaggio, che i velocissimi mezzi di trasporto della modernità hanno totalmente riconfigurato, ma ben presto mi sono ritrovato a un crocevia, da cui si distaccavano nuove strade, che mi conducevano verso altrettante questioni cruciali del mondo nel quale viviamo. Mentre lavoravo, scoprivo che la lontananza si stava trasformando in una specie di sineddoche della contemporaneità e, attraverso una parte, diventavano visibili alcune linee significative del tutto in cui ci muoviamo.
Voglio premettere anche che questo è un libro un po’ inconsueto in un Paese come il nostro, in cui continua a essere forte la tendenza a ricondurre ogni studioso al proprio ambito disciplinare, dove ogni tentativo di eludere i confini dell’etichetta scientifica, quando non dell’affiliazione accademica, è guardato con sospetto. Al contrario in America da un quarantennio sono perfettamente autorizzate prospettive di ricerca in cui non si ergono più steccati tra interpretazione letteraria, psicologica, antropologica, sociologica, filosofica. D’altronde siamo sicuri che il mondo della complessità, con le sue implicazioni, si possa cogliere dall’interno di una prospettiva strettamente disciplinare?
Nel giro di soli due secoli siamo passati dalla velocità dei viaggi a cavallo e delle navi a vela di circa 10 chilometri all’ora a quella dei jet commerciali di 900 chilometri all’ora La tecnologia ha sovvertito le coordinate spazio-temporali che avevano orientato l’uomo per millenni. Quali sono state le conseguenze? Il libro studia questo problema.

Oggi non c’è più un rapporto obbligato tra la lontananza geografica e la percezione psicologica che ne abbiamo.
Un luogo può essere distante senza risultare lontano, come appunto accade con New York, dove oggi si va per un week end di saldi o per uno spettacolo a Broadway. Il criterio per decidere se due punti sono distanti non è più lo spazio, bensì il tempo impiegato per percorrerlo.
La cartografia tradizionale ha ormai solo un valore descrittivo della morfologia planetaria, mentre contano le Zeitkarten, che congiungono i punti oggi raggiungibili nello stesso numero di ore. La geografia del mondo esce radicalmente sconvolta.
Dal punto di vista culturale abbiamo assistito all’erosione di un’altra lontananza: quella cancellata dall’omologazione planetaria, che ha reso il mondo più uguale.
Ma la tecnologia ha provveduto a modificare ancora più radicalmente le nostre categorie. Una vera e propria cancellazione dello spazio fisico è operata dalle piattaforme informatiche, che, al vecchio mito futurista della velocità, hanno sostituito quello dell’istantaneità. Pensiamo alla simultaneità del tempo reale, per cui, dalle videoconferenze alle breaking news, non contano neppure migliaia di chilometri di distanza.

Questa ridefinizione dei paradigmi della velocità ha avuto gravi ricadute sociali e culturali, visto che è ormai dimostrato come le tecnologie condizionino i loro utenti.
Ha infatti contribuito alla proliferazione di una nuova impazienza sociale, che vorrebbe abolito ogni tempo di attesa, parola oggi giustamente «oscena» secondo Bauman. Si pensi all’immediatezza delle interfacce user friendly, che promettono di ridurre un altro tipo di lontananza: quella che separa il soggetto dall’apprendimento. Nella civiltà dell’easyto-do, tutto deve essere immediato, intuitivo, facile. Che ricadute ha sull’apprendimento – pensiamo al mondo della scuola – che richiede invece pazienza e fatica?
E ancora, attraverso l’egualitarismo dei social e dei blog, la tecnologia ha portato alle loro estreme conseguenze i principi sanciti dalla modernità democratica, promuovendo rapporti sempre più orizzontali, che vorrebbero abbattere le vecchie barriere culturali, mettendo fuori corso i modelli fondati sull’autorità e sull’eccellenza culturale.
Infine si possono citare le varie esperienze di neo-comunitarismo, impegnate a sperimentare, quasi mai disinteressatamente, nuove forme di aggregazione sociale all’interno della società dell’estraneità e dell’anonimato. Ma anche in questo caso, come in quello dei social, occorre chiedersi di quale vicinanza si tratti. Se infatti la riduzione e addirittura l’eliminazione della lontananza sembrano valere tanto per i mezzi di trasporto, quanto per l’omologazione con cui una cultura ormai planetaria sta inesorabilmente cancellando le differenze tra i popoli e le civiltà e se funziona nel mondo virtuale grazie alle tecnologie Ict, assai più problematica, talvolta addirittura illusoria, si sta rivelando sia nel comunitarismo del Web 2.0, sia nell’egualitarismo culturale dei social, sia infine nelle nuove istanze comunitarie, dalle basi ideologiche talvolta inquietanti.

Il libro si conclude con una riflessione sulla prossimità amorosa e coniugale.
Qui il mito della vicinanza riconquistata torna a misurarsi con la domanda di sempre: finis o limen, separazione o adiacenza? E qui occorrerà superare gli opposti rischi di Narciso e di Eco: essere «pura identità» come l’eroe dello specchio che non sa vedere l’altro o essere «totale alterità» come Eco, la ninfa condannata a farsi cassa di risonanza dell’altro. La separazione dalla madre ci lascia una profonda nostalgia fusionale, ma nella vita adulta solo accettando l’altro nella sua alterità potremo porre le basi per un autentico rapporto.

Dopo avere studiato le conseguenze di alcune delle «innaturali» modificazioni indotte dalla tarda Modernità, Lei si è domandato se, di là dalle derive tecnocratiche, esistessero dei limiti per l’esperienza umana, limiti se non sempre invalicabili, spesso valicati con qualche disagio.
Tutti noi restiamo pur sempre consegnati ai nostri metronomi naturali, alla curvatura biologica, alle ergonomie del nostro corpo, ai tempi della nostra mente, all’arco della nostra parabola esistenziale. A meno di liquidarli come insormontabili steccati di homo sapiens, incapace di tenere dietro alla rapidità dell’evoluzione tecnologica, ho provato a chiedermi se proprio quei presunti limiti e le nostre difficoltà di adattamento non potessero riuscire invece preziosi campanelli di allarme. O addirittura ci suggerissero una strada per sottrarci all’omologazione, alla distruzione dei grandi orizzonti, alle chimere tecnocratiche. Mi piacerebbe che, attraverso il riferimento ad altre scale fisiche e temporali, si palesassero una diversa idea del mondo, un altro modo di frequentarlo, una modalità alternativa di stringere rapporti con la gente. Da frustrante vincolo imposto all’accelerazione della vita sociale procurata dalla tecnica, il corpo vivente può rivelarsi una risorsa, diventando la via per sperimentare un rapporto diverso con noi stessi, con gli altri e con il mondo in cui viviamo. Come si vedrà, con i corollari della presenza, della fatica, della concretezza, dei bisogni, il corpo si rivelerà la chiave di volta di questo libro.

Anche in questa parte propositiva del mio lavoro lei è ripartito dal viaggio.
Ragionando sull’esperienza dell’alterazione del quadro spazio-temporale procurata dalla velocità, mi sono reso conto che, per chi abbia voglia di mettersi in gioco e di fare fatica, è il recupero del corpo a continuare a garantire la sperimentazione della lontananza. Subito dopo, le tante avventure vissute in prima persona ai confini del mondo mi hanno ricordato che, a dispetto dell’omologazione delle differenze antropologiche e nonostante l’irrealtà verso cui siamo convogliati dall’industria del turismo, là fuori le esperienze e gli incontri autentici sono ancora possibili e sono più numerosi di quanti si creda. Ripristinata la centralità del corpo e l’imprescindibilità dell’incontro faccia a faccia, mi sono reso conto di ritrovarmi tra le mani la chiave per leggere tutta una serie di altri fenomeni. Un po’ imprevedibilmente mi scoprivo a procedere sulla scorta di suggestioni foucaultiane, dove il biologico e il vivente sembravano rinnovare le loro funzioni di resistenza alle dinamiche dominanti e il corpo diventava una sorta di «eterotopia», con cui sottrarsi all’omologazione normalizzante e disciplinatrice del mondo.

Quali sono state le conseguenze?
Alle chimere della civiltà dell’accesso e dell’usability, veniva naturale opporre la pazienza e la fatica di ogni formazione (le «sudate carte» leopardiane, l’«eterno lavoro» manzoniano, i «coo che gh’han flemma de studià», «le teste che hanno la pazienza di studiare», di Carlo Porta, ecc.), quell’impegno cioè imprescindibile per chiunque voglia in prima persona impossessarsi di qualcosa. L’insostituibilità dei contatti umani, vis-à-vis, solo efficace conforto all’individuo barricato nella solitudine del mondo contemporaneo, poneva nella corretta prospettiva anche le «amicizie» in Rete. Infine c’era lo scatenarsi dei nuovi egoismi, che, in nome di forme più o meno regressive di neo-comunitarismo, innalzano sorde barriere sociali. Anche in questi casi il vero pericolo è la derealizzazione diffusa dai mezzi di comunicazione. Se non vogliono restare mere istanze etiche, i valori del dialogo e del confronto devono declinarsi con la concreta sperimentazione della vicinanza fisica, da cui solo può nascere un’autentica com-passione. L’unica ricetta di fronte all’insorgere degli egoismi e dei particolarismi fittiziamente ricomposti dalle spinte neo-comunitarie è la spinta alla cura, che nasce quando la tragedia buca lo schermo e tocca le nostre corde empatiche più profonde. La découverte du corps, per dirla con i libertini del Settecento, può diventare un antidoto ai processi di derealizzazione, di smaterializzazione, di crescente astrattezza, di anestesia dei sensi, che hanno investito la nostra vita quotidiana, ipotecando i rapporti con le persone e gli spazi entro cui ci muoviamo.