Prof.ssa Francesca Giardini, Lei è autrice del libro Che cosa resta dell’onore. Perché ne abbiamo ancora bisogno edito dal Mulino: quali significati e quali aspetti abbraccia il termine onore?
Che cosa resta dell'onore. Perché ne abbiamo ancora bisogno, Francesca GiardiniL’onore é un termine polisemico, che in moltissime lingue contiene più di un significato. Nel dizionario Treccani, ad esempio, la parola “onore” ha sette accezioni diverse, mentre in inglese se ne contano solamente quattro. Al di là però della terminologia, é il concetto stesso che racchiude in sé dimensioni multiple, a partire dalla definizione stessa di diritto al rispetto che esiste però solo nel momento in cui questo viene riconosciuto dal cosiddetto gruppo di riferimento, sia esso la famiglia, la comunità o la società nel suo complesso. È un diritto e un dovere al tempo stesso: diritto al riconoscimento che diventa dovere, sia nel senso che l’individuo deve guadagnarselo, sia perché la società nel suo complesso si incarica di riconoscerlo e salvaguardarlo. Nel corso dei secoli, diversi significati del termine si sono stratificati, a cominciare da quello di onore come virtù di sangue, ereditata a prescindere dalle proprie azioni, e riservata all’aristocrazia, fino alla concezione più moderna di diritto universale al rispetto e al riconoscimento della propria individualità.
Si parla spesso di onore “orizzontale” di cui tutti i membri di una certa categoria, come ad esempio gli aristocratici, possono fregiarsi proprio in virtù di quella appartenenza, e di onore “verticale” che chiama in causa un diritto di precedenza, nonché delle differenze gerarchiche. Possiamo pensare all’onore come a un liquido che prende la forma del recipiente che lo contiene: per questo motivo abbiamo l’onore cavalleresco utilizzato dall’aristocrazia ottocentesca per nobilitare le proprie origini ed azioni, l’onore borghese che diventa virtù individuale che spetta al singolo ottenere e proteggere, addirittura con il duello, oppure l’onore moderno, inteso come diritto di ciascuno al riconoscimento dei propri diritti, ma anche all’adempimento corretto e senza compromessi dei propri doveri, in primis quelli morali.

L’onore appare ai più un valore vetusto, legato a ideologie di destra o a culture retrive e maschiliste: è davvero così?
L’onore non é affatto vetusto, ma anzi é sempre più attuale. Solo poche settimane fa (a metà settembre 2017) il presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, ha dichiarato che l’Italia aveva salvato l’onore dell’Europa sui migranti, riferendosi al ruolo attivo del nostro paese nelle operazioni di soccorso nel Mediterraneo. Il fatto che l’onore sia un termine storicamente molto utilizzato in ambienti militari e, in passato, aristocratici, ha fatto sì che venisse e venga ancora associato a ideologie di destra, ma non é necessariamente così. Federico il Grande diceva che l’onore è un “tratto che accomuna uomini in battaglia”, e la letteratura abbonda di duelli in cui i protagonisti sfidano chiunque abbia osato metterne in discussione l’onorabilità, ma questo non significa che l’onore abbia, di per sé, alcuna connotazione ideologica o maschilista. Piuttosto, é il modo in cui viene utilizzato, il suo uso comunicativo che ne fanno uno strumento di un certo tipo di propaganda.

Sebbene molti lo ritengano motivo e giustificazione di crimini odiosi, a partire dalla violenza contro le donne fino ai “delitti d’onore”, il filosofo Anthony Kwame Appiah mostra che proprio l’onore é stato il motore di rivoluzioni morali fondamentali, che hanno portato, ad esempio, al bando della tratta degli schiavi nel Regno Unito oppure alla fine della pratica della fasciatura dei piedi femminili in Cina. Se un certo tipo di azione, precedentemente tollerata o incoraggiata, viene ad un certo punto considerata inumana, dolorosa o contraria alla dignità di una persona, questo accade perché per prima cosa è cambiato il concetto stesso di onore. I duelli, ad esempio, ad un certo punto smisero di essere motivo e requisito di un comportamento onorevole, e vennero riconosciuti come aggressioni o scontri, ma perché questo potesse accadere è stato necessario cambiare i valori di riferimento di un certo gruppo sociale o, meglio, dell’intera società. Perché un gesto diventi disonorevole è necessario che la comunità di riferimento inizi a considerarlo come tale, a spogliarlo di qualsiasi giustificazione e a riconoscerne l’autore come persona priva di onore, disonorevole e, addirittura, disonorato.

Una vicenda italiana del nostro recente passato può servire a comprendere meglio questo aspetto. Nel 1965 Franca Viola, una ragazza siciliana, viene rapita e violentata dal fidanzato convinto cosí di costringere lei e la famiglia a un matrimonio riparatore, che lo avrebbe protetto peraltro dalle conseguenze penali del suo gesto. All’epoca, la pratica non era inusuale e il matrimonio serviva a “riparare” l’onore della vittima e della sua famiglia, come riconosciuto anche dal Codice Penale (articolo 544). Franca e la sua famiglia, però, non solo rifiutarono il matrimonio, ma denunciarono il colpevole, nonostante le forti pressioni ricevute dalla comunità, mettendo effettivamente in discussione una pratica odiosa che nulla aveva a che fare con l’onore. Nel 1965 lo stupro, il rapimento e la violenza, se non accettati, disonoravano la vittima, senza che il colpevole dovesse affrontare alcun tipo di conseguenza, simbolica o materiale. La denuncia di Franca Viola ha consentito di mettere in discussione questa visione, minando la legittimità dell’azione e innescando un cambiamento che ha condotto alla ridefinizione dell’onore stesso. E il valore di tale contributo é stato riconosciuto nel 2011 con il conferimento a Franca Viola dell’onoreficenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana da parte del presidente Giorgio Napolitano.
Ció che oggi sembra un’usanza orribile e barbarica, ossia dover sposare il colpevole di uno stupro, era considerato non solo accettabile, ma addirittura necessario a proteggere il proprio onore e quello della propria famiglia solamente 50 anni fa.Oggi diremmo che la scelta di Franca Viola “le fa onore”, e dovremmo usare questo esempio per incitare tutte le vittime di violenza a denunciare i colpevoli, che con il loro gesto hanno sicuramente perduto l’onore.

L’onore si riscontra in tutte le culture?
Forse non in tutte, ma in moltissime culture, occidentali e orientali. Nel bacino del Mediterraneo, negli Stati Uniti come pure in Asia, sono numerose quelle che gli antropologi chiamano “culture dell’onore”, ossia sistemi di norme e tradizioni nelle quali questo costrutto simbolico ha un ruolo di primo piano. Questo tipo di culture si caratterizzano per l’esistenza di una forte interdipendenza tra i membri del gruppo, nel quale vigono relazioni di reciprocità forte, ci sono rigide gerarchie e grande importanza viene attribuita a status e reputazione. Questo tipo di culture sono anche quelle che presentano in maniera evidente la polarizzazione tra onore maschile inteso come virilità e quello femminile come modestia e pudicizia. Chiaramente, ciascuna cultura si inserisce in un sistema istituzionale piú ampio, per cui la cultura dell’onore del sud degli Stati Uniti è molto differente da quelle presenti in Spagna, Turchia o Italia.

Nelle culture mediterranee l’onore individuale, che consiste in un diritto di precedenza, di superiorità, è indissolubilmente legato a quello familiare, mentre negli Stati Uniti la dimensione collettiva manca completamente, come dimostrato dal fatto che gli studiosi di questa cultura specifica si siano concentrati prevalentemente sull’aggressività e sul ricorso alla violenza come strumenti per proteggere l’onore del singolo. A prescindere dalle differenze, un aspetto comune a tutte queste culture è la presenza di un “codice d’onore”, accettato e rispettato dal gruppo, che sancisce e sanziona i comportamenti di singoli, famiglie e clan, definendo al contempo quali siano le azioni e i comportamenti onorevoli e disonorevoli. Altrettanto comune e definitoria è l’importanza del disonore, che ha conseguenze tangibili e drammatiche, tra cui la perdita di status, il rifiuto ma anche il vero e proprio ostracismo da parte della comunità.

La criminalità organizzata si definisce società onorata: qual è il valore dell’onore tra mafia e ‘ndrangheta?
L’onore è un importante strumento di coesione sociale nelle società criminali, come lo è stato storicamente in tutti quei gruppi minoritari in conflitto con entità ed istituzioni statali. L’aristocrazia francese di fine settecento, sempre più criticata e in procinto di scomparire, aveva un codice d’onore non molto dissimile rispetto a quello dei gruppi mafiosi d’oggi, che vengono definiti da Pino Arlacchi “aristocrazia della delinquenza”. In entrambi i casi si tratta di gruppi chiusi, ai quali si appartiene per nascita o in seguito a qualche rito di affiliazione, nei quali esiste una competizione spietata per lo status, ma anche la necessità di riaffermare continuamente il codice d’onore da cui il gruppo trae legittimazione. Diversamente da altre realtà, nelle quali esistono delle norme per regolare i conflitti interni, evitando così il conflitto totale, nella mafia l’onore è prevalentemente verticale e si esprime come la capacità di prevaricare, di prevalere nei conflitti di potere grazie all’astuzia o alla forza fisica. Al tempo stesso però, la violenza e l’aggressività vengono riconosciuti come valori e come motivi per essere o sentirsi onorati. In un simile contesto, il disonore è estremamente rischioso non solo per il singolo, privato di una qualche risorsa e dei benefici associati, ma indirettamente anche per il gruppo criminale di cui fa parte. Mostrarsi incapaci di rispettare certi standard di violenza e aggressività può significare due cose: o che l’individuo non sia adatto, e questo potrebbe implicare che i suoi pari sono egualmente inadatti, oppure che i valori del gruppo di riferimento siano stati mesi in discussione. Se un gruppo d’onore promuove valori nei quali i propri membri non si riconoscono più, allora le basi del codice d’onore e di coloro che lo seguono sono minate, con conseguenze imprevedibili per l’intero gruppo.

Serve ancora rivendicare l’onore oggi?
L’onore è la spinta ad agire in virtù di un ideale, a compiere azioni giuste nonostante queste siano rischiose, con conseguenze onerose o difficili da prevedere. Un esempio molto bello è quello del besa, una parola che significa letteralmente “mantenere la parola data”, e che ha portato gli Albanesi a salvare dall’Olocausto migliaia di ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, accogliendoli e integrandoli, rendendone estremamente difficile il riconoscimento e la cattura. Besa è un codice d’onore, ma chiama in causa anche il dovere di ospitare e di aiutare chi ne ha bisogno, a prescindere dai pericoli e dalle conseguenze. Questo è il senso dell’onore di cui abbiamo bisogno oggi, ossia la volontà di agire in maniera morale, perché riteniamo giusto che tutti gli esseri umani siano trattati in modo dignitoso, perché riteniamo disonorevole e quindi inaccettabile che un uomo possa usare la violenza contro la propria compagna, o che persone che fuggono dalle guerre e dalla carestia debbano annegare nel Mediterraneo. L’onore è l’imperativo morale kantiano che però funziona solo se entra a far parte di un codice riconosciuto e approvato dalla comunità, per cui nessuno può esimersi dal rispettarlo. La potenza dell’onore sta nella sua capacità di trasformare ciò che i singoli ritengono giusto in una norma, in una regola collettiva e condivisa che può contribuire alla costruzione di un mondo più giusto. Se alle sanzioni penali contro la violenza sulle donne, ad esempio, si accompagnassero delle risposte simboliche, per cui i colpevoli fossero privati di qualsiasi supporto, fossero “disonorati”, evitati ed esclusi da cariche e riconoscimenti, questo potrebbe portare alla creazione di un nuovo codice d’onore, come la vicenda di Franca Viola insegna.

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