Cosa c'entra l'anima con gli atomi? Introduzione alla filosofia della scienza, Mauro DoratoProf. Mauro Dorato, Lei è autore del libro Cosa c’entra l’anima con gli atomi? Introduzione alla filosofia della scienza edito da Laterza: che rapporto intercorre tra scienza e filosofia della scienza?
Il problema dei rapporti tra scienza e filosofia è esso stesso oggetto di discussioni filosofiche. Chi sostiene una completa autonomia della prima dalla seconda ritiene possibile che la filosofia possieda un modo speciale di studiare la realtà (attraverso analisi concettuali apriori). Chi invece ritiene importante che le teorie metafisiche sulla struttura generale dell’essere debbano essere comparate e messe a confronto con le rilevanti teorie scientifiche ha un orientamento filosofico diverso. È in ogni caso innegabile che la filosofia e la scienza fino a Newton erano identificate, dato che l’opera principale di quest’ultimo si intitolava Principi matematici della filosofia naturale (1687). La filosofia naturale è ciò che oggi chiamiamo fisica. La specializzazione crescente del sapere umano ha divaricato sempre di più i linguaggi della filosofia e delle scienze naturali e sociali, ma il compito filosofico più importante del passato come del presente è comunque cercare di costruire una immagine quanto più possibile unitaria del sapere umano e quindi del posto dell’universo naturale e sociale. Questo compito a mio parere non può prescindere dalla conoscenza fallibile del mondo esterno ed interno fornito dalle scienze empiriche.

Il Suo libro si propone di sfatare tre luoghi comuni sulle spiegazioni scientifiche: quali?
I luoghi comuni sono dettati da un proposito comune, che è quello di limitare la portata esplicativa della scienza rispetto alla metafisica o alla religione. I tre luoghi comuni sono la tesi che la scienza non spieghi i fenomeni ma si limiti a descriverli. Il secondo è che non spiega tutto, il terzo è che non spieghi ciò che più importante per noi (per esempio lo scopo della vita) Se la scienza descrive e non ha la capacità di spiegare, allora il campo cui si applica è solo quello caratterizzato dal “come” e non dal “perché”. L’esempio in genere portato a favore di questa tesi è la legge di gravitazione universale di Newton, che sembrava implicare un’azione a distanza che Newton non cercò mai di descrivere in modo esplicito (“non invento ipotesi”), limitandosi a una descrizione di tipo quantitativo. Il secondo luogo comune, affermando che la scienza non spiega tutto, sembra implicitamente ammettere che spieghi qualcosa. In effetti, la spiegazione delle cause dell’arcobaleno, di alcune malattie infettive e della disoccupazione sono certamente possibili, a partire da più o meno complesse teorie scientifiche. Questi fenomeni sono spiegabili perché possiamo considerarli come effetti di leggi o di cause che li generano. Quindi se affermiamo che la scienza spieghi qualcosa neghiamo esplicitamente il primo luogo comune. La ragione del secondo luogo comune sembra risiedere nel fatto che può essere sfruttarlo per giustificare delle teorie pseudo-scientifiche che sono in contrasto con qualunque evidenza empirica (per esempio l’astrologia). Se la scienza non spiega tutto, anche qualcosa di estremamente improbabile alla luce della nostra attuale conoscenza può essere vero. Il terzo luogo comune riguarda fenomeni che coinvolgono importantissime questioni esistenziali o di carattere etico. Per esempio, qual è lo scopo della nostra vita? Per quale scopo vivere? Di fronte a queste domande in effetti la scienza è muta. Naturalmente è sempre possibile discutere assunzioni filosofiche che stanno a fondamento di queste domande, e che partono dalla tesi assai controversa che la vita abbia uno scopo oggettivo, indipendente da quello che individuale (o collettivo) che gli individui si costruiscono nel corso della loro vita.

Quali modelli di spiegazioni scientifiche esistono?
Schematicamente possiamo affermare che esistono quattro modelli della spiegazione scientifica. Quello nomologico-deduttivo, dovuto a Hempel, sostiene che spiegare in fisica ma anche nelle altre scienze significa produrre un argomento deduttivo le cui premesse siano leggi naturali universalmente vere, congiunte a condizioni iniziali che ci permettano di applicare all’evento da spiegare (explanandum) la legge universale. Alcune importanti critiche mosse a questo modello deduttivo hanno contribuito a suggerire altri modelli di spiegazione, che hanno notevoli punti di contatto tra di loro. Tra questi, quello in base al quale spiegare significa individuare le cause di fenomeni naturali e sociali, quello che sostiene che spiegare significa trovare un’ipotesi che unifichi fenomeni prima considerati indipendenti (come la teoria della luce, dell’elettricità e del magnetismo) e infine un modello pragmatistico che spiega tendendo conto del contesto in cui gli enunciati che rispondono a una particolare “domanda perché” e quindi anche alle credenze e alla conoscenza di sfondo di chi la pone

Cos’è una teoria scientifica?
Il dibattito sulla natura delle teorie scientifiche ha subito un notevole mutamento nel corso del XX secolo. Si è passati da una concezione radicalmente empiristica e riduzionistica formulata, approssimativamente, difesa nella prima metà del secolo scorso, a una concezione più attenta al ruolo delle ipotesi teoriche nel guidare la ricerca, a suggerire esperimenti e interpretare le stesse osservazioni. La prima concezione delle teorie scientifiche si basava su una concezione del significato assai ristretta, in base alla quale ”un qualunque enunciato E è dotato di senso se e solo è verificabile.” Le teorie erano viste come strutture assiomatizzate i cui teoremi erano le leggi di un dato campo di indagine. A questa fase “sintatticistica” è si è gradatamente sostituita una concezione in cui i significati dei termini che si riferiscono a entità non direttamente osservabili non sono definibili in funzione di quelli che si riferiscono a termini osservativi. Ne segue che il significato di un termine teorico o di un’ipotesi non è che parzialmente definito dalle osservazioni cui si riferisce. Infine alla concezione sintattica si è sostituita la tesi semantica che una teoria sia una famiglia o un insieme di modelli del mondo fisico attuale reale, uno dei quali corrisponde o descrive quest’ultimo.

Possiamo fidarci della scienza?
Fidarsi di una persona e, nel nostro caso, di una teoria implica affidarsi ad essa, o farsi guidare dalle ipotesi che essa avanza sulla natura della realtà. Queste ipotesi generano credenze, e queste ultime in genere sono le guide del nostro comportamento. La domanda fondamentale è allora la seguente: come dobbiamo formare le nostre credenze, ovvero quale metodo dobbiamo seguire per poter agire nel modo più efficace alla realizzazione dei nostri desideri?

Schematizzando, ci sono due modalità fondamentali per “fissare le nostre credenze” (secondo l’espressione di Peirce) e decidere quindi quali azioni intraprendere: una che si rifà alle virtù empiriche di una teoria (l’evidenza empirica) e una che si basa sui vantaggi pratici di una credenza (le virtù pratiche), indipendentemente dalle credenziali empiriche di una ipotesi. Queste due modalità corrispondono alle differenze che intercorrono tra le teorie sul mondo basate su leggi empiriche e teorie metafisiche basate su ciò che genericamente possiamo chiamare un “atto di fede”, che cerca di immunizzare le credenze sulle quali si scommette a dubbi interni ed esterni. In linea di principio le prime teorie, a differenza delle seconde, sono soggette a prove empiriche pubblicamente realizzabili o realizzabili da tutti. “Pubblico” significa che in caso di dubbio, e raccogliendo l’informazione necessaria, ognuno di noi può verificare in prima persona la fondatezza di un’ipotesi scientifica socialmente accettata.

Mentre il dubbio è la molla del progresso scientifico, nell’ambito del sapere religioso e più generalmente nell’ambito delle credenze adottate per i vantaggi pratici che da esse conseguono (per esempio l’esistenza di Dio secondo Pascal), è qualcosa che va combattuto. Esso può essere giustificato solo a patto che possa portare l’individuo a trovare dentro di sé, e solo dentro di sé, ragioni più forti per credere. “Non uscire fuori, torna in te stesso”, consigliava Agostino, perché “la verità abita dentro di te (“Noli foras ire. Redi in te ipsum, in interiore homine habitat veritas”). La scienza ci spinge invece proprio a guardare “fuori di noi”, visto che persino l’introspezione, in quanto sapere in” prima persona” non pubblicamente accessibile, è considerata una fonte non attendibile di evidenza.

L’ideale di autonomia intellettuale che il metodo di controllo diretto di un’ipotesi scientifica contribuisce a difendere entra però in conflitto con il fatto che il sapere scientifico è diventato sempre più specializzato. Nessuno può dominare completamente, e quindi verificare in prima persona, un ramo anche molto limitato della biologia o della astrofisica, nel senso che i linguaggi relativi richiedono l’apprendimento di anni o addirittura di una vita. Ne segue che anche in tutte le scienze empiriche è inevitabile affidarsi agli “specialisti”, delegando a questi ultimi, come si fa con i medici, le decisioni che riguardano ciò che dovremmo fare. Ciò che conta però è che in questi casi il nostro affidarci allo specialista nel decidere se credere a una teoria non è mai basato sull’ipse dixit, ma su informazioni relative al metodo utilizzato da un particolare gruppo di scienziati per avvalorare certe ipotesi. Per esempio, il successo di un farmaco basato sull’omeopatia esclude la possibilità che il suo effetto benefico sia dovuto al placebo? Se un medico annuncia di aver sperimentato un farmaco non invasivo che cura il cancro, le credenziali empiriche delle sue ipotesi possono essere valutate controllando il suo curriculum in rete, la qualità delle riviste sulle quali ha pubblicato i suoi risultati, etc. La complessità delle conoscenze scientifiche odierne rende quindi indispensabile il principio di competenza, temperato dalla possibilità di tracciare il metodo con il quale le conoscenze specialistiche sono state acquisite. Ciò che è indubbio, è che una dose di delega delle nostre credenze è inevitabile, come è inevitabile che in una democrazia funzionante, i cittadini eleggano coloro che debbono rappresentare i loro interessi sulla base del principio di competenza.

Scienza e verità sono sinonimi?
Scienza e verità non possono essere considerate ingenuamente sinonimi, poiché anche la scienza ha una sua storia. Teorie passate caratterizzate da un notevole successo, come quella di Tolomeo, sono state in seguito rimpiazzate da teorie caratterizzate da una maggiore accuratezza sperimentale. Nel corso della storia della scienza, molte entità non osservabili direttamente, come il calorico, il flogisto e l’etere, introdotte per spiegare i fenomeni osservabili sono state abbandonate: le teorie scientifiche che le postulavano erano quindi false. Come possiamo essere sicure che le teorie che oggi riteniamo vere o almeno approssimativamente vere non faranno la fine delle teorie passate oggi considerate false? Alla base di questa considerazione storica c’è la cosiddetta induzione pessimistica avanzata per la prima dal filosofo Larry Laudan.

Queste considerazioni indeboliscono anche il principale argomento in favore del realismo, il cosiddetto “argomento niente-miracoli” (no miracle argument), che afferma che nessuna spiegazione convincente di un evento può essere basata su un miracolo, se è a disposizione un’altra spiegazione più probabile. Sulla base di questo argomento, teorie scientifiche che ci permettono di prevedere accuratamente il corso degli eventi e di spiegarli, nonché di realizzare applicazioni tecnologiche di grande affidabilità e precisione, non possono non essere vere, altrimenti il loro indiscutibile successo sarebbe inspiegabile o “miracoloso”. La migliore spiegazione di questi successi applicativi è appunto la verità delle teorie dalle quali dipendono; quantomeno, dobbiamo invocare la loro “verità approssimata”, qualunque cosa voglia dire “approssimata” come aggettivo riferito alla verità.

Un più recente argomento a favore di un tipo particolare realismo scientifico viene dalla considerazione di Poincaré che le equazioni di una teoria fisica, che corrispondono a relazioni strutturali tra entità inconoscibili o fittizie, “rimangono sempre vere”, mentre i relata che dovrebbero “legare” queste relazioni variano nel corso del tempo. Questo argomento salva l’intuizione tipica del realismo scientifico, in base alla quale, malgrado il mutamento anche radicale delle teorie, esiste una forma di continuità storica, in questo caso garantita dal fatto che nel corso della storia della fisica si passa da un’equazione meno generale a una più generale, la quale che si riduce alla prima vista come suo caso particolare. D’altro canto, il realismo strutturale epistemico riconosce la validità dell’intuizione antirealista che sottolinea che i relata delle teorie passate sono state abbandonati. Per Poincaré e più recentemente Worrall, possiamo conoscere solo le relazioni tra oggetti o eventi fisici e non la natura intrinseca di questi ultimi (realismo strutturale epistemico). Più recentemente, filosofi come French e Ladyman hanno provato a spiegare con un’inferenza alla miglior spiegazione perché la nostra conoscenza è limitata alle relazioni fisiche tra i fenomeni descritti dalle equazioni: tali relazioni sono le uniche entità esistenti (realismo strutturale ontico.)