Cortocircuito. Come politica, social media e post-ironia ci hanno fottuto il cervello, Gabriele FerraresiDott. Gabriele Ferraresi, Lei è autore del libro Cortocircuito. Come politica, social media e post-ironia ci hanno fottuto il cervello pubblicato da Quant / Ledizioni: come è cambiato lo stile di comunicazione politica?
Domanda imponente, non basterebbe una libreria di quelli bravi per rispondere! Però proviamo.

Nel libro cerco di raccontare i cambiamenti della comunicazione politica negli ultimi anni soprattutto per quel che riguarda i movimenti della destra sovranista e populista. È difficile dire se sia cambiato qualcosa o meno, perché tutto sommato prima non esistevano. Si tratta di fenomeni recenti, anche se certo, la primissima Lega anni ’80 era populista e xenofoba e lo è rimasta anche mutando forma, così come Berlusconi era populista, non parliamo poi del Beppe Grillo nei teatri e dei VaffaDay. Se una cosa non esiste però, non può cambiare.

Quello che è cambiato insieme al modo di comunicare di alcuni politici è la nostra – di individui, cittadini, elettori – capacità di reagire a quel messaggio, in qualunque modo esso ci raggiunga. Che sia un talk show, e per certe fasce di popolazione accade ancora di frequente, che sia un giornale, sempre meno di frequente, o che sia sui social media, sempre più di frequente.

Sul cambiamento degli ultimi anni che cosa si può dire? Che per una serie di motivi che vanno dalla sensazione che in Occidente e in Italia soprattutto – siamo sempre all’avanguardia – qualcosa si sia rotto definitivamente in termini di patto sociale, di pil in crescita infinita, eccetera, e che su questo abbiano avuto gioco facile innestarsi forze che hanno fatto del risentimento la loro cifra stilistica per ottenere consenso.

Ma viene prima la rottura di quel “qualcosa” e il risentimento, o le forze che lo cavalcano? Ecco. Il risentimento è per una “promessa tradita” di felicità in crescita infinita che ci hanno fatto le democrazie, come dice Giovanni Orsina, forse è tutta lì la questione, e stiamo vedendo che è una promessa impossibile da mantenere se non a costi che non siamo più disposti a sopportare. Forse sta davvero arrivando La guerra di tutti, come dice Raffaele Alberto Ventura.

Sta di fatto che è emerso un continente che ha poca voglia di riflettere, molta di urlare, e non ha la minima intenzione di smettere né si capisce perché dovrebbe farlo: perché facciamo Parole Ostili e gli proponiamo un bel manifesto? Urlare funziona. E poi non c’è niente di più assolutorio.

Ma urlare dove? Al mercato, per strada? Poco. Meglio farlo soprattutto su strumenti che non per un complotto globale, ma per come sono progettati sono strutturati per creare una dipendenza dal loro uso e tirare fuori qualche volta il meglio, ma più spesso il peggio di noi: i social media.

Il risultato è quello che vediamo oggi: non è solo una questione di bot russi, è una questione molto più profonda temo. Anche i bot russi, le trollfarm, e così via, sono una conseguenza di un malessere psichico epocale, mai visto prima, non una causa.

Continuiamo a fissarci sugli effetti e non sulle cause, e per me è sbagliato. A latere mettiamo poi un sistema dell’informazione tradizionale moribondo, che nella maggior parte dei casi in Italia è palesemente inadeguato a non dico arginare – non sarebbe il suo compito – ma almeno a capire, spiegare, al proprio pubblico come stanno le cose e il quadro è completo.

Quando e come si è creato questo stile di comunicazione?
È partito dagli Stati Uniti, pensa alle meme war, pensa a Pepe the Frog e Donald Trump, pensa a 4chan e ad 8chan. Pepe the Frog abbiamo scelto di omaggiarlo in modalità Salvini sulla copertina del libro. In Italia è stato tutto diverso da quel versante e alla memetica ci siamo arrivati un bel po’ dopo, penso a Donadel, al video sulla verità sulla ONG e ai suoi amichetti emulatori degli stilemi da youtuber US di cinque anni fa. Matteo Salvini, oggi parzialmente immerso, è stato brillantissimo a plagiare molto di quello stile di comunicazione polarizzante. Con la complicità dei “noi”, a cui spesso mi riferisco nel libro. Chi sono i “noi”?

Quelli che hanno sempre ragione loro, le élite presunte illuminate, quelli che prendono in giro la prima pagina razzista o cretina di Libero e de Il Giornale ma poi la condividono su Facebook, la ritwittano, la commentano, donando spazio media e in sostanza facendo un regalo a chi sostengono di odiare, quelli che condividono “i buoni” per fare virtue signalling, quelli della carità pelosa da raccolta fondi su Facebook per il compleanno.

Questa complicità inconsapevole nel rendere popolare il peggior leader degli ultimi trent’anni è stata particolarmente visibile direi all’incirca dai tempi del lancio online de Il Populista – micidiale aggregatore salviniano-morisiano – e l’uscita della biografia di Salvini per Rizzoli. Ma anche ai tempi della copertina di Oggi con Salvini desnudo, chi se la ricorda?

Il 2015 e il 2016 sono stati gli anni della semina, il 2017 e 2018 del raccolto, il 2019 del temporaneo maggese. Ma con cosa crediamo di arrestare politicamente tutto questo, con il PD e il MoVimento 5 Stelle al governo? Con Conte? Con Zingaretti? Auguri.

È tutto sommerso ora, ma tornerà più forte di prima, perché le condizioni generali della popolazione – fatto salvo quella che vive in una “condizione signorile” – come la descrive Ricolfi, non andranno a migliorare: il risentimento crescerà.

Stiamo in queste settimane vedendo un anticipo di quel che accadrà con le simpaticissime canzoni con la Meloni remixata “Io sono Giorgia”, che i semplici di mezza Italia, di ogni orientamento politico, ascoltano ridendo come scolari di terza media: ma di quelli ai banchi in fondo. L’affermazione memetica è un buon segnale per chi la subisce, un segnale ottimo.

Poi certo, siamo in Italia, per cui sì la canzoncina, ma anche l’ospitata in tv dalla Gruber, i giornali che vanno dietro alle cretinate e così via, una triangolazione continua che porta all’affermazione dei personaggi più indegni. La Meloni è chiaramente il prossimo Salvini, tempo un anno e sarà la leader della destra italiana. Lo slittamento a destra prosegue.

Chi ne sono gli attori e perché è importante fermarlo?
Più che fermarlo è importante fermarsi, “noi” e usare internet ma soprattutto i social media con un po’ più di sale in zucca, cosa che per molti motivi non abbiamo fatto negli ultimi dieci anni. Ma la mia è solo una pia illusione, anzi, quell’illusione non ce l’ho neanche più.

La cosa importante da ricordare è che non si giocherà mai ad armi pari contro quello stile di comunicazione. Mi chiedi però degli attori. Nel libro ne prendo in esame cinque, e sono: “noi”, “loro”, media, influencer, brand. “Noi” siamo come accennavo quelli bravi, quelli nel giusto, quelli che hanno studiato, quelli che vivono nei grandi centri urbani, quelli aperti, tolleranti, inclusivi. Insomma, “i buoni”. Loro invece sono gli altri, diciamo per comodità “i cattivi”, l’area sovranista e populista. Poi ci sono i media, e soprattutto quelli tradizionali hanno non poche responsabilità nel casino in cui ci siamo cacciati. Ci sono poi gli influencer, ma non tanto nel senso di gente alla Ferragni, ma in un senso ancora più ampio. Pensa a Francesco Facchinetti su Twitter, che in più occasioni ha tirato la volata alle peggiori proposte salviniane, oppure all’oggi appannata Nina Morič, stella della memetica di ultradestra italiana, quella alla Sesso droga & pastorizia.

Poi ci sono i brand, che pensano troppo: hanno troppa paura, terrorizzati dai consulenti che si occupano di reputation che giustamente pensano a fatturare, e così pensano troppo ai clienti, mentre i clienti pensano a loro infinitamente meno di quanto credano.

Riepilogando quindi: “noi” abbiamo le nostre colpe, i politici dicono e fanno le loro stronzate e i giornali sono ancora peggio, aggiungendo anche i brand al tutto abbiamo il cortocircuito finale. È l’epoca dei politici influencer e sperare nel ritorno a una sobrietà alla Pietro Nenni è da illusi: il trolling di Stato è una cifra stilistica della comunicazione da tempo, ma oggi ha fatto un salto di qualità anche grazie agli strumenti di cui disponiamo.

Pensiamo al primissimo Sandro Bondi, al Vito Schifani delle origini, così come un altro comprimario oggi abbastanza uscito dalle scene come Elio Vito, o in altre fasi Alessandro Sallusti o Daniela Santanché. Tutti professionisti del trolling di Stato, un fenomeno che comincia almeno con la prima Lega Nord e con Umberto Bossi, prosegue ininterrottamente con Silvio Berlusconi, esplode con Matteo Renzi e i gufi, la rottamazione e tutto quel ciarpame assortito e semplicistico da Leopolda. Quel che vediamo oggi è solo il proseguimento dello schema con altri mezzi, con l’aggiunta dei social media mai così presenti nelle nostre vite e un sistema dell’informazione tradizionale in crisi sistemica.

Oggi lo schema collaudato nei decenni passati funziona ancora benissimo – funziona benissimo per “loro” – per cui il carburante non è più un quotidiano cartaceo, un talk show il martedì sera, ma è lo sdegno social che alimenta un meccanismo pericoloso. Perché pericoloso? Perché consola l’idea del “siamo meglio”, di certo: ma è tremendamente sbagliata e non ci aiuta a cambiare le cose. Finché questa idea non ce la togliamo dalla testa, andrà sempre peggio.

Gabriele Ferraresi è nato a Milano nel 1982. Giornalista e scrittore, è Head of Publishing di LUZ e direttore responsabile del magazine Sapiens. Collabora con Esquire dove scrive di auto storiche. Tra i libri pubblicati: L’uomo che riuscì a fottere un’intera nazione, 2012, il Saggiatore. È stato l’editore di libri d’arte in vetro e marmo. Vive a Milano.